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Accordi economici e vincolo di giustizia

Il tema del cd. “vincolo di giustizia” costituisce uno degli argomenti più delicati, tanto in ambito professionistico quanto dilettantistico, per le rilevanti sanzioni che conseguono alla violazione dell’art. 30 dello Statuto Federale. Tale norma, come noto, dispone che i soggetti, in ragione della loro appartenenza all’ordinamento settoriale sportivo e/o dei vincoli assunti con la costituzione del rapporto associativo, accettano la piena e definitiva efficacia di qualsiasi provvedimento adottato dalla FIGC, dalla FIFA, dalla UEFA, dai suoi organi o soggetti delegati, nelle materie comunque riconducibili allo svolgimento dell’attività federale nonché nelle relative vertenze di carattere tecnico, disciplinare ed economico. Rimane salvo il diritto di agire innanzi ai competenti organi giurisdizionali dello Stato per la nullità dei lodi arbitrali di cui al comma precedente.

 

Il Consiglio Federale, poi, per gravi ragioni di opportunità, può autorizzare il ricorso alla giurisdizione statale in deroga al vincolo di giustizia. Conclude l’art. 30 con l’avvertimento che ogni comportamento contrastante con gli obblighi di cui al citato articolo, ovvero comunque volto a eludere il vincolo di giustizia, comporta l’irrogazione delle sanzioni disciplinari stabilite dalle norme federali.

 

Si ricorda in proposito che l’art. 15 del Codice di Giustizia Sportiva prevede che i soggetti tenuti all’osservanza del vincolo di giustizia di cui all’art. 30, comma 2, dello Statuto federale, ove pongano in essere comportamenti comunque diretti alla elusione e/o violazione del predetto obbligo, incorrono nell’applicazione di una moltitudine di sanzioni a seconda dello status ricoperto, non inferiori a: a) penalizzazione di almeno tre punti in classifica per le società; b) inibizione o squalifica non inferiore a mesi sei per i calciatori e per gli allenatori, e ad anni uno per tutte le altre persone fisiche (oltre ad un’ammenda da € 500,00 a € 20.000,00). Inoltre, nel caso di ricorso all’autorità giudiziaria da parte di società e tesserati avverso provvedimenti federali in materie riservate agli Organi della giustizia sportiva o devolute all’arbitrato si applicano le sanzioni previste nella misura del doppio.

 

La norma appena menzionata presenta due profili di assoluto rilievo: oltre alla particolare severità delle pene, infatti, non potrà sfuggire la presenza di una circostanza aggravante, che determina l’applicazione di una pena doppia rispetto al minimo edittale, sussistente quando, sostanzialmente, all’interno dell’ordinamento federale sussista un organo competente a dirimere la controversia sottoposta dal tesserato o affiliato all’autorità giudiziaria ordinaria.

 

Recentemente, la Corte Federale d’Appello, chiamata a pronunciarsi sul tema, ha affrontato una fattispecie di sicuro interesse.

 

 

CASO 1: ACCORDI ECONOMICI TRA SOCIETÀ E CALCIATORI DI CAMPIONATI REGIONALI

 

Come noto, in ambito dilettantistico, la Federazione Italiana Giuoco Calcio attribuisce riconoscimento e tutela agli accordi economici stipulati tra calciatori/calciatrici e società partecipanti ai campionati nazionali, disciplinati dall’art. 94ter NOIF.

 

In ambito regionale, invece, trova applicazione l’art. 43 del Regolamento della Lega Nazionale Dilettanti, secondo il quale (secondo comma) “sono vietati e nulli ad ogni effetto, e comportano la segnalazione delle parti contraenti alla Procura Federale per i provvedimenti di competenza, gli accordi e le convenzioni scritte e verbali di carattere economico fra società e calciatori/calciatrici ‘non professionisti’ e ‘giovani dilettanti’, nonché quelli che siano, comunque, in contrasto con le disposizioni federali e quelle delle presenti norme”.

 

Non si può tuttavia sottacere l’esistenza, in ambito regionale, di un preoccupante “sommerso”, consistente in accordi economici con i quali i club, mediante scritture private, riconoscono ai propri tesserati dei corrispettivi a titolo di rimborsi spese, e non solo, per l’attività svolta.

 

In disparte, non interessando in questa sede, i profili di rilevanza disciplinare di tali accordi (in particolare sulla loro compatibilità con i principi sanciti dall’art. 94 NOIF), ricorrente è il tema relativo alla individuazione della sede in cui dette scritture possano essere azionate, mancando l’organo competente in ambito endofederale, e se l’iniziativa avanti all’Autorità Giudiziaria Ordinaria costituisca violazione dell’art. 30 dello Statuto Federale.

 

Ebbene, interessante, in proposito, il precedente deciso, in primo grado, dal Tribunale Federale territoriale c/o FIGC – CR Toscana e, in appello, in via definitiva, dalla Corte Federale d’Appello.

 

 

IL DEFERIMENTO E IL GIUDIZIO DI PRIMO GRADO

 

Tre calciatori di un club partecipante al campionato di Promozione toscana venivano deferiti per violazione dell’art. 30 dello Statuto, in relazione all’art. 15 del C.G.S., perché si rivolgevano al Giudice di Pace di Lucca per il recupero di somme pattuite con il club di appartenenza senza avere ottenuto la preventiva autorizzazione da parte della FIGC (Cfr. C.U. n. 77 del 23 giugno 2016 – FIGC CR Toscana).

 

L’organo di giustizia di primo grado, dopo aver compiuto un excursus dottrinale e giurisprudenziale riguardante la ratio dell’art. 30 dello Statuto FIGC e le sue evoluzioni applicative, ha sanzionato i tre calciatori con la squalifica per mesi 6 (sei) e l’ammenda di € 500,00. Alla base della pronuncia di condanna la seguente argomentazione: “questa premessa di carattere normativo-federale, che inquadra gli esatti termini della portata dell’art. 30 dello Statuto, altrimenti più conosciuto come ‘clausola compromissoria’, conduce a rilevare che al tesserato o all’affiliato non è vietato di adire l’A.G.O. ma esso deve chiedere la preventiva autorizzazione federale per agire, dovendosi in ogni caso osservare che la mancata richiesta, ed ancor più l’inosservanza dell’eventuale diniego ad essa, non impediscono al tesserato (o affiliato) l’esercizio del proprio diritto, comportando uno di tali inadempimenti unicamente la sottoposizione del soggetto federato a un procedimento disciplinare tra quelli previsti dall’art. 15 del C.G.S.. Da quanto fin qui detto appare di tutta evidenza che la richiesta di autorizzazione deve essere formulata tutte le volte in cui ci si trovi di fronte a questioni sorte tra soggetti federati nell’ambito strettamente inerente l’attività sportiva. Ciò a prescindere dalla fondatezza o meno del merito e del contenuto dell’azione intrapresa a  difesa. L’affermazione di tale principio, pacificamente riconosciuto nell’ ambito della Disciplina Sportiva, pone nel nulla le giustificazioni che i Calciatori B. e B. apportano in questa sede, a propria difesa, con l’affermare che l’aver adito l’A.G.O. senza la previa richiesta, agli Organi Federali dell’autorizzazione è conseguenza del fatto che nell’ambito dei Campionati Regionali o Provinciali non è previsto il ricorso alla Commissione Accordi Economici riguardando, la tutela così disposta, solo i tesserati dei Campionati Nazionali Dilettanti”.

 

Concludeva, quindi, l’organo di prime cure affermando, senza mezzi termini, che la richiesta di autorizzazione a derogare al vincolo di giustizia è sempre necessaria – a parte alcune eccezioni – prima della proposizione di azioni all’A.G.O. per non incorrere in responsabilità disciplinare, avuto riguardo a qualsiasi controversia.

 

 

L’IMPUGNAZIONE AVANTI ALLA CORTE FEDERALE D’APPELLO

 

I calciatori, raggiunti dalla sanzione disciplinare, impugnavano la decisione avanti alla Corte Federale d’Appello che, come noto, opera a livello centrale, decidendo tutti i reclami avverso decisioni dei Tribunali federali a livello territoriale.

 

Con decisione pubblicata su C.U. n. 124/CFA del 20 aprile 2017, la Corte Federale d’Appello accoglieva il reclamo, annullando la decisione di prime cure, rilevando, preliminarmente, come “il Giudice di Pace di Lucca ha condannato la Società B. ritenendo le pretese degli attori fondate e che il Tribunale Federale ha evidenziato la sussistenza di forti sospetti in ordine alla circostanza che nella fattispecie non si trattasse di semplici pretese relative all’inadempimento in materia di rimborso spese”.

 

Ritenendo dunque accertato che tra i calciatori e la società fossero intercorsi accordi violativi delle norme federali, “la conseguente iniziativa tesa a farne valere il contenuto nella ipotesi di inadempienza (anche parziale) non poteva sicuramente trovare forme e strumenti legittimanti (di tutela) nell’ambito dell’ordinamento federale proprio per la contrarietà con la normativa che vieta appunto remunerazione nell’ambito dell’attività dilettantistica”.

 

I tesserati, dunque, venivano prosciolti dall’addebito “proprio per la ragione che il detto inadempimento non poteva che essere fatto valere esclusivamente se non avanti l’Autorità Giudiziaria. In questo senso i richiami effettuati ai precedenti di questa Corte nelle impugnazioni (cfr. Com. Uff. n. 118/2012; nonché Com. Uff. n. 105/2012) delle parti, paiono fondate e debbono essere accolte”.

 

Meritevole di menzione, in argomento, anche se non citata nella decisione, la norma di cui all’art. 94 NOIF, comma 2, in forza della quale le eventuali azioni promosse dai tesserati dinanzi alla autorità giudiziaria ordinaria a tutela dei loro diritti derivanti dagli accordi di cui alla lett. a) del precedente comma, ovvero gli accordi tra società e tesserati che prevedano compensi, premi ed indennità in contrasto con le norme regolamentari, con le pattuizioni contrattuali e con ogni altra disposizione federale, non rientrano tra quelle previste dall’art. 30 dello Statuto della FIGC. Il tesserato deve, comunque, notificare per conoscenza ogni sua iniziativa in tal senso alla Lega di competenza.

 

Conseguentemente, nel caso in esame, sarebbe stato forse più appropriato elevare il deferimento, piuttosto che per violazione dell’art. 30 dello Statuto Federale, per inosservanza dell’art. 94, comma 2, NOIF, nella parte in cui obbliga il tesserato che si rivolga all’A.G.O. a informare dell’iniziativa la Lega di appartenenza.

 

 

E NEI CAMPIONATI NAZIONALI?

 

Diverso, invece, deve ritenersi lo scenario per quanto attiene ai calciatori impegnati nei campionati nazionali, per i quali l’ordinamento federale garantisce riconoscimento e tutela degli accordi economici, purché stipulati con le modalità e nelle forme di cui all’art. 94ter NOIF.

 

In questo caso, posto che l’accordo economico predisposto sul modello tipo prevede espressamente una clausola compromissoria, con devoluzione delle controversie alla Commissione Accordi Economici LND, in applicazione di quanto previsto dall’art. 94ter NOF e dell’art. 25bis del Regolamento LND, l’azione innanzi all’AGO costituisce sicuramente violazione dell’art. 30 dello Statuto FIGC, con sussistenza, perfino, dell’aggravante prevista dall’art. 15 C.G.S.

 

Controverso invece, e in proposito una giurisprudenza risalente sembra esprimersi in senso negativo, si rivela il quesito se presenti profili di rilevanza disciplinare, in punto di violazione del cd. “vincolo di giustizia”, l’azione del calciatore tesserato per club partecipante a un campionato nazionale che, tuttavia, avanzi pretese derivanti da scritture private non conformi ai requisiti previsti dall’art. 94ter NOIF.

 

 

Focus Su > CAMBIO DI CLUB E POSIZIONE IRREGOLARE DI CALCIATORI: IL CONI CORREGGE LA FIGC

 

Il contributo pubblicato sull’edizione di febbraio 2017 riguardava il tema dell’esecuzione delle sanzioni residue che non possono essere scontate nella stagione sportiva in cui sono state irrogate, in caso di trasferimento di un calciatore ad altro club.

 

Tra i vari precedenti commentati, si ricordava il caso Pescara Calcio a 5 – Lazio Calcio a 5, nel quale la Corte Sportiva d’Appello Nazionale aveva privilegiato l’interpretazione fornita dalla Corte Federale nel 2004, ritenendo prioritario il principio di omogeneità delle competizioni, con conseguente obbligatorietà di esecuzione della sanzione, ove possibile, nella manifestazione in cui era stato posto in essere il comportamento che ha dato luogo al provvedimento disciplinare anche in ipotesi di trasferimento del giocatore.

 

Pertanto, secondo l’organo FIGC, l’art. 22, comma 6, CGS (“Qualora il calciatore colpito dalla sanzione abbia cambiato società, anche nel corso della stagione, o categoria di appartenenza in caso di attività del Settore per l’attività giovanile e scolastica, la squalifica è scontata, in deroga al comma 3, per le residue giornate in cui disputa gare ufficiali la prima squadra della nuova società”) poteva essere derogato allorquando, dopo il trasferimento, nella nuova stagione fosse ancora possibile eseguire la sanzione nel campionato in cui la stessa era stata inflitta.

 

Sul punto, ad ulteriore conferma dell’estrema complessità della tematica, nonché della continua evoluzione giurisprudenziale, è utile sottolineare come il Collegio di Garanzia dello Sport del CONI, con decisione, completa di motivazioni, n. 35 dell’8 maggio 2017, abbia di riformato la decisione di ultima istanza adottata dagli organi della FIGC, annullando la pronuncia della Corte Sportiva d’Appello Nazionale che aveva ripristinato il risultato conseguito sul campo, con irrogazione, a carico del Pescara Calcio a 5, della sanzione della perdita della gara per 3 a 0.

 

Nel procedimento avanti all’organo federale, come detto, era stato privilegiato il principio di omogeneità delle competizioni, valorizzando il parere della Corte Federale del 2004, piuttosto che l’interpretazione resa dallo stesso organo nel 2007, tanto che la Corte Sportiva d’Appello statuì che, a prescindere dal cambio di club da parte del tesserato squalificato, la priorità consisteva nell’eseguire la sanzione, ove possibile, nella competizione in cui era stato commesso il fatto, ancorché diversa dalla Prima Squadra.

 

Il Collegio di Garanzia dello Sport, invece, ha annullato la predetta decisione, valorizzando l’interpretazione letterale dell’art. 22, comma 6, del Codice di Giustizia Sportiva e, così, ha irrogato la sanzione della perdita della gara per 0-3 nei confronti del Pescara Calcio a 5, affermando che “non sembra che l’uso dell’espressione ‘prima squadra’ sia casuale, mirando specificatamente ad identificare la fattispecie in cui una stessa società sportiva militi in campionati di categoria superiore, rispetto, e oltre, a quello in cui il giocatore avrebbe dovuto scontare la squalifica se non avesse cambiato ‘casacca’ (o la relativa competizione non si fosse esaurita prima). …Di più, è da sottolinearsi che, proprio per salvaguardare esigenze di certezza della pena, la norma in esame si è fatta carico di evitare equivoci di sorta atti a favorire una libera determinazione della società/associazione sportiva, nel senso che la squalifica va sempre  scontata, non in una competizione ‘a scelta’, bensì nella prima gara ufficiale della ‘prima squadra’ e, dunque, nella competizione di più alta categoria in cui militi la ‘nuova’ società/associazione sportiva”.

 

Secondo il massimo organo CONI, la deroga al principio generale di esecuzione delle sanzioni disciplinari, prevista al comma 6 della disposizione, che impone, in caso di cambio di club, di scontare la squalifica residua esclusivamente nella prima squadra della nuova società, è tassativa e non ammette ulteriori eccezioni.

 

In conclusione, secondo il Collegio di Garanzia dello Sport del CONI, le cui pronunce rivestono anche valore enunciativo di principi di diritto, “nella fattispecie in cui la società sportiva militi sia nella ‘categoria di appartenenza’ (cioè di provenienza) che in altra categoria, prevale sui principi di omogeneità e corrispondenza, previsti dall’art. 22, comma 3, CGS FIGC, la deroga espressa, di cui al comma 6, rilevando, come nel caso di specie, essersi verificato il trasferimento dell’atleta verso una ASD, che, oltre a partecipare al campionato di categoria in cui doveva essere scontata la sanzione, partecipa
ad un campionato di categoria superiore, cioè abbia una ‘prima squadra’ e, cioè, versi nel caso letteralmente previsto”.
Conseguentemente, la deroga dell’art. 22, comma 6, del Codice di Giustizia Sportiva va applicata in maniera tassativa rispetto al dato letterale e senza eccezioni: quando un calciatore cambia società, la squalifica residua deve essere scontata sempre in prima squadra, a prescindere dalla possibilità o meno di poterla eseguire nel campionato di provenienza (es. Juniores o Allievi).

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