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Allenare la mente

La programmazione neuro linguistica (PNL), in inglese Neuro-linguistic programming (NLP), è un metodo psicologico alternativo e un sistema di “life coaching”, definito come un approccio alla comunicazione, allo sviluppo personale e alla psicoterapia, ideato in California negli anni settanta del XX secolo da Richard Bandler e John Grinder. Il nome deriva dall’idea di una connessione fra i processi neurologici (neuro), il linguaggio (linguistico) e gli schemi comportamentali appresi con l’esperienza (programmazione), affermando che questi schemi possono essere organizzati per raggiungere specifici obiettivi nella vita. 

Questo metodo ha quattro finalità per chi lo utilizza:

– modificare comportamenti

– vincere le paure

– superare i propri limiti

– raggiungere gli obiettivi prefissati

Le tecniche e gli strumenti principali che si utilizzano sono:

– tecniche di comunicazione (come già discusso nella rubrica di Luglio 2015); 

– tecniche di gestione delle emozioni; 

– ristrutturazioni, ovvero cambiare la struttura di riferimento attorno a un pensiero, un’affermazione, un episodio, un evento, un’emozione, un comportamento o un ricordo;

– modellamento, ovvero assunzione di nuovi processi mentali più utili e/o efficaci.

RILASSARE LA MENTE E STRUTTURARE IL PENSIERO

Per ciò che riguarda le tecniche di gestione delle emozioni, la psicologia da decenni studia il funzionamento dell’attenzione e costruisce esercizi allo scopo di migliorarla, affinarla e mantenerla al massimo nei momenti importanti. Il metodo 2T usato dalla mia equipe ne è un esempio applicato al calcio.

Relativamente all’abilità a rilassarsi, una persona è effettivamente in grado, osservandosi, di rendersi conto se è agitata o rilassata, ma è molto raro che conosca un sistema per passare da uno stato di agitazione ad uno di quiete (e viceversa). 

Conoscere una tecnica di rilassamento per un atleta è un’abilità che con molta probabilità lo aiuterà in vari momenti della sua carriera, specialmente quando l’ansia da competizione potrebbe prendere il sopravvento. 

Esistono molte tecniche e ognuno ne ha una con cui si trova meglio, dal training autogeno, alla meditazione, al training di Jacobson (si veda box “Il training di Jacobson”), ma il senso di queste tecniche è comunque lo stesso: dare all’atleta uno strumento in più per migliorarsi, crescere e vincere. Questi ovviamente sono solo alcuni esempi di abilità mentali che possono essere allenate con lo stesso spirito con cui si allenano i muscoli e la tecnica. Uno dei principi su cui si basa l’allenamento mentale è: “La mente non fa differenza tra un’esperienza realmente vissuta e una immaginata molto vividamente”.

MODELLARE IL PENSIERO

Sul tema invece riguardanti le ristrutturazioni di pensiero e il proprio conseguente modellamento, possiamo partire dagli studi fatti dallo psicologo Bandura (1969) e la sua Teoria dell’apprendimento sociale per sottolineare il ruolo del modellamento nello sviluppo, nell’apprendimento e nella modificazione del comportamento. L’osservazione del comportamento di un modello che non subisce alcun danno da una situazione che invece nel soggetto “problematico” crea ansia e timore, può aiutare quest’ultimo ad eliminare questi vissuti spiacevoli o, in altre situazioni, ad acquisire nuove risposte ed abilità o a produrre più frequentemente risposte positive che fanno già parte del suo repertorio. 

In un calciatore per esempio che soffre di particolari stati ansiogeni in determinati momenti della partita, tali da compromettere la propria prestazione, potrebbe essere utile che un allenatore o dirigente gli facciano prospettare un alternativa a questo, osservando un proprio compagno anche lui di natura ansiosa più o meno come lui, che riesce invece a gestire la propria performance anche in determinati momenti critici, o meglio ancora filmati o fotografie di quando il tecnico era ancora un giocatore magari nelle stesse condizioni. 

Così facendo, senza particolari “prescrizioni obbliganti”, come per esempio “devi avere meno ansia”, oppure usando un paradosso “ ti ordino di essere te stesso”, il più delle volte offre una modalità di cambiamento nella risposta emotiva del calciatore in questione. Si ritiene fondamentale in ogni caso che il modello non si distacchi eccessivamente dal soggetto affinché non si corra il rischio che venga percepito come irrealistico. Far osservare a un “calciatore operaio” filmati di Maradona potrebbe avere l’effetto contrario. Un esempio di efficacia del modellamento è l’episodio riferito da un paziente, in cura fra l’altro anche per problemi fobici, che raccontò come anni prima avesse una certa paura dei cani. Una volta vide per strada il proprio padre accarezzare un grosso cane lupo e addirittura mettergli la mano in bocca. Questo fu sufficiente, con sua sorpresa, a fargli superare la sua paura. 

Dato che una facile critica al ruolo del modellamento è la considerazione per cui ad esempio, alle persone che hanno problemi fobici di vario tipo non basta osservare che la maggior parte del resto del mondo non ne soffre per liberarsi dalle proprie paure, viene spontaneo interrogarsi sull’importanza del ruolo rivestito dalla persona che produce il comportamento nei confronti di quella il cui comportamento viene modellato affinché l’apprendimento si verifichi. 

Tornando all’esempio precedente, sarebbe stata la stessa cosa se a mettere la mano nella bocca del cane non fosse stato il padre? Il concetto psicoanalitico di Identificazione, che sottolinea come fin dall’infanzia abbiamo la tendenza a identificarci appunto con le persone per noi  significative (i genitori) e che questa tendenza continua in qualche modo per tutta la vita, rende più comprensibile la fenomenologia legata al modellamento e potrebbe renderne più efficace l’uso clinico. In una squadra di calcio questa figura “genitoriale o familiare” è senza dubbio esercitata dall’allenatore, e senza dubbio dovrà aprire a se stesso e agli altri il proprio canale empatico e di ascolto (come già discusso nella rubrica di Giugno 2015).

Focus su > IL TRAINING AUTOGENO DI JACOBSON
I
l “metodo Jacobson”, elaborato da Edmund Jacobson insegna a passare da uno stato di tensione a uno di completo rilassamento in pochi minuti o anche meno. È una tecnica di rilassamento progressivo che coinvolge tutta la muscolatura del corpo e porta a un rilassamento muscolare profondo e duraturo. Il percorso di apprendimento proposto da Edmund Jacobson per raggiungere questi risultati è efficace, ma non rapido: prevede infatti una serie di esercizi progressivi che devono essere eseguiti con modalità prestabilite, partendo da un braccio e arrivando fino agli occhi. Il metodo Jacobson prende il nome di rilassamento progressivo per i seguenti aspetti:


Il soggetto rilassa un gruppo muscolare, per esempio i muscoli che piegano il braccio destro, sempre di più ogni minuto.

2 Il soggetto impara a rilassare uno dopo l’altro i principali gruppi muscolari del suo corpo. Ad ogni nuovo gruppo rilassa contemporaneamente quelle parti su cui ha fatto precedentemente pratica.

3 Praticando giorno dopo giorno, in base alla prima esperienza, progredisce verso un’abitudine di riposo- tende verso uno stato in cui la calma si mantiene automaticamente.

 

 

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