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Anna Capozzi, dall’America con furore

Dalla Coppa Italia vinta in A2 con il Real Balduina all'avventura oltreoceano per studiare ma soprattutto giocare a futsal e vivere il suo American Dream

Charleston, West Virginia, un college dove studiare e un pallone per giocare. Il sogno americano di Anna Capozzi è iniziato così. Ventuno anni, romana, una carriera nei palazzetti di futsal di tutta Italia e una vita, la sua, che è cambiata radicalmente. Otto mesi fa, Anna aveva toccato il punto più alto della sua carriera, vincendo la Coppa Italia di Serie A2 con il Real Balduina, squadra di un quartiere di Roma nord che l’aveva abbracciata dopo che era cresciuta nella Lazio.

La gioia più grande che aveva mai provato nello sport, ma non sarebbe stata l’unica. A fine 2017, su suggerimento della mamma, andò a Milano per fare un colloquio con l’agenzia College Life Italia, un ponte istituzionale nel mondo dello sport e dell’istruzione tra Italia e Stati Uniti, promossa dall’AIC e dall’Aiac. In sostanza, altro non era che un provino per studiare e giocare in un college americano. “È iniziato tutto quasi per gioco, non volevo nemmeno allontanarmi da Roma e dalla mia famiglia”, racconta Capozzi. Ad aprile è arrivata la chiamata e Anna non ha potuto dire di no: “Ti aspettiamo negli USA”. L’American Dream ha inizio.

Anna Capozzi (a destra) con la divisa del Charleston West Virginia

Anna, come è iniziato tutto questo?
A Milano ho girato dei video mettendo in mostra le mie skills e l’agenzia li ha inoltrati ai coach americani, che a loro volta hanno valutato se fossi idonea e che tipo di borsa di studio assegnarmi. Sono piaciuta e così mi hanno dato la possibilità di venire a giocare e studiare. Sono qui dall’8 agosto.

Cosa stai studiando?
Lo scorso giugno mi sono laureata a Roma in psicologia. Ora sto facendo un master in strategia e leadership. L’aspetto accademico è fondamentale, altrimenti non mi avrebbero presa.

Qual è stato il primo pensiero quando hai avuto la certezza di partire?
Quando è arrivata la mail del coach ero contentissima. Certo, un po’ destabilizzata e spaventata, ma l’emozione era tanta. Sono qui da poco, ma sono convinta di aver fatto la scelta giusta.

Com’è l’America vissuta e vista da vicino?
Ci ero già stata, ma viverla è un’altra cosa. Il college è meraviglioso, l’università è bellissima. Per quanto è grande, all’inizio non sapevo dove andare e cosa fare. Ero sola, quindi le prime due-tre settimane sono state difficili. Ho pensato: “Perché l’ho fatto, voglio tornare a casa”. Poi ho conosciuto altri italiani che giocano a calcio con me: due ragazzi e una ragazza. Ci ho messo un po’ ad ambientarmi perché qui è tutto diverso. Vivo in un appartamento con altre tre mie compagne, ma – essendo già laureata, una graduate student americana – ho la fortuna di avere una stanza tutta mia.

Qual è la difficoltà maggiore che hai incontrato?
Senza dubbio gli allenamenti. Ci alleniamo dalle 6 alle 8 di mattina, ed è veramente pesante per una italiana come me che è abituata ad allenarsi la sera. In campo mi faccio trovare pronta, ma vi confesso che non faccio nemmeno colazione per guadagnare qualche minuto in più di sonno (ride, ndr). Qui è tutto diverso rispetto all’Italia: c’è poca tattica e tanta corsa. Corriamo sempre, anche prima della partita.

La tua giornata tipo?
Mi sveglio, vado ad allenarmi, studio, mi riposo e il pomeriggio vado a lezione. La sera cerco di cenare presto, tra le 18.30 e le 19.

Cosa fai quando hai del tempo libero?
Quando non siamo stanche ce ne andiamo in downtown con le mie compagne, che hanno tutte le macchina perché qui si può guidare anche a 16 anni. La cosa più bella che ho fatto finora è stato rafting, ci è servito per fare team building con il gruppo.

Da quali giocatrici è composta la tua squadra?
Siamo quattro inglesi, due canadesi e due italiane, poi tutte americane. Ci alleniamo in strutture super moderne e giochiamo nella seconda divisione del campionato collegiale NCA, dove ci sono giocatrici dai 18 ai 24 anni. Anche se in realtà non vale la regola dell’età, ma dell’eleggibilità universitaria.

Sei cresciuta nel futsal: com’è stato il passaggio al calcio?
Inizialmente tragico, poi ho preso le misure. Il coach mi ha messo esterno di centrocampo, adesso mi trovo bene.

Com’è andato l’esordio?
Partivo dalla panchina ed ero agitatissima. Nei primi minuti non facevo altro che pensare: “Quanto è grosso il pallone, come faccio a stopparlo?”. Poi ho preso confidenza con tutto: la palla, il terreno e gli scarpini. Adesso sono tranquilla e libera. Ma non pensate che una partita collegiale sia una passeggiata.

Qualche esempio?
Qui il calcio è prettamente fisico. Tutte le ragazze, dalla prima all’ultima, sono in forma, corrono e si fanno sentire. I calci si danno e si prendono. L’altra settimana sono saltata con il gomito alto e ho preso la mia avversaria, che non ha fatto un fiato. Se fosse successo in Italia…

Ok, ma poi te l’ha ridata?
Sì, certo (ride, ndr).

A proposito, ti manca l’Italia?
Certamente, una parte di me è come se fosse rimasta a casa. Mi sento spesso con la mia famiglia e le ex compagne, continuo a seguire il campionato di futsal che rimane il mio grande amore. Tornerò a Natale perché abbiamo una pausa che dura un mese. Il campionato in realtà sta per terminare: finisce a dicembre, poi giocheremo alcuni tornei primaverili.

Intanto in Italia sono entrate nel campionato realtà importanti come Juventus, Milan, Roma e Fiorentina.
È un punto di svolta per il calcio femminile e questo mi rende molto felice, vuol dire che stiamo crescendo.

Ti piacerebbe provare un’esperienza nel calcio italiano?
Al momento non ci penso. Ho mosso i primi passi con la Lodigiani, giocavo con i maschi, poi sempre e solo futsal. Mi manca tanto.

Dove ti vedi tra 18 mesi, quando terminerà il tuo periodo collegiale?
Vorrei tornare in Italia per prendere la specialistica in psicologia, ma mi lascio aperte tutte le porte. Ad aprile 2017, mi sembrava un’assurdità pensare di andare in America, ora qui sto benissimo. Nella vita, mai dire mai, e io posso dire di averlo provato sulla mia pelle.             

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