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Benvenuti nel mondo dello Special One

A volte risulta antipatico, altre arrogante, ma i numeri parlano chiaro: José Mourinho è un allenatore poco spettacolare ma molto vincente. E il suo metodo, basato sulla gestione del gruppo e sull'organizzazione, ha fatto scuola

Personaggio controverso, spavaldo e spesso nell’occhio del ciclone mediatico, mediocre calciatore ma allenatore più pagato al mondo con i suoi 26 milioni di euro (dei quali 9 frutto di sponsorizzazioni), tra le grandi e indiscusse qualità sportive di José Mourinho – al secolo José Mário dos Santos Mourinho Félix – non spicca certamente la simpatia. Cattolico, conoscitore di sei lingue (portoghese, inglese, italiano, francese, spagnolo e catalano), vincitore di 8 campionati nazionali, detiene un singolare record personale: 150 risultati utili consecutivi tra le mura amiche (38 con il Porto, 60 con il Chelsea, 38 con l’Inter e 14 con il Real Madrid). Autodefinitosi “The Special One” durante una conferenza stampa in Inghilterra, tutt’oggi è uno dei pochi ad avere trionfato in ben cinque campionati diversi tanto da essere stato eletto, alcuni anni fa, migliore allenatore del mondo dall’IFFHS (l’Istituto Internazionale di Storia e Statistica del Calcio).
Figlio dell’ex portiere del Vitoria Setubal, Félix Mourinho, fin da bambino ha seguito il padre nella carriera di tecnico, entrando ben presto in contatto con l’atmosfera che si respira in uno spogliatoio, cimentandosi come osservatore delle squadre avversarie. Diplomatosi a Lisbona come professore di ginnastica, inizia ad allenare le giovanili del Vitoria Setubal prima di trasferirsi in Scozia per conseguire il patentino di tecnico Uefa. Un’importante opportunità gli viene offerta nel 1992, affiancando Bobby Robson alla guida dello Sporting Lisbona prima e del Barcellona poi, dove rimarrà con l’incarico di allenatore della sezione giovanile. Scoccato il nuovo millennio passa alla guida del Benfica subentrando a Heynckes e ottenendo buoni risultati, ma il rifiuto da parte del presidente Joao Vale e Azevedo al prolungamento del contratto obbligò Mourinho a lasciare la squadra in direzione Leiria, sempre in Portogallo. Due anni di attesa e fu il Porto a proporgli un contratto. Al primo anno conquistò il campionato portoghese, la coppa di Portogallo e la Coppa Uefa, mentre nel secondo anno si confermò un allenatore vincente conquistando nuovamente lo scudetto ma soprattutto la Champions League, risultato storico per la squadra e per il calcio portoghese.
Vedere un suo sorriso è un evento raro. Un giorno in allenamento, senza particolare preavviso, José Mourinho trovò un pretesto per litigare con Vitor Baia, portiere-monumento che a Oporto ha vinto sette campionati e ha giocato 80 partite in Nazionale, in modo anche piuttosto acceso. “Aveva bisogno di un bersaglio per affermare la propria leadership, e quel bersaglio fui io – ricorderà Vitor Baia -. Allora non ne rimasi certo contento, ma oggi posso dire che era tutto un piano. Aveva bisogno di dimostrare chi era a comandare”. Il metodo Mourinho pareva funzionare e provò ad esportarlo anche nelle tappe successive della sua carriera. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: molte vittorie e ben poche sconfitte. Benvenuti nel mondo dello “Special One”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ORGANIZZAZIONE E PERSONALITA’
Dal punto di vista tattico le caratteristiche che si possono riscontrare nelle squadre di Mourinho sono fondamentalmente due: avere in mano il pallino del gioco e non perdere la propria personalità di fronte ai rivali. “La cosa più importante è sempre la mia squadra, non gli avversari. A volte succede di cambiare sistema di gioco ma non lo facciamo mai per adattarci al gioco che fanno gli altri, non è questo il motivo che ci porta a cambiare. Avere un modello definito e non scappare da questo è un marchio delle mie squadre. Ed è fondamentale che sia così. La squadra più forte non è quella che ha i migliori giocatori, ma quella che gioca da squadra. Giocare come una squadra è avere un’organizzazione, regole che permettono ai giocatori di pensare in funzione dello stesso obiettivo simultaneamente nei quattro momenti del gioco. Questo è un risultato che si raggiunge con il tempo, il lavoro e la tranquillità”.

 

 

 

 

 

A livello di modulo di riferimento, dopo un inizio abbastanza movimentato, negli ultimi anni Mourinho ha scelto spesso il 4-2-3-1 (FIG.1). Dopo il triplete messo a segno con l’Inter, dove il portoghese ebbe il merito di “scoprire” Eto’o come ala di centrocampo, anche con il Real Madrid e con il Manchester United questo è rimasto il modulo di base. In fase di costruzione anche i suoi Red Devils cercavano spesso il lancio diretto sul centravanti Lukaku per avere la possibilità di effettuare sponde aeree per gli inserimenti degli esterni (FIG.2). A questi si aggiungevano i tre di centrocampo (FIG.3) che accorciavano per sostenere la manovra d’attacco o per recuperare subito palla in caso il possesso venisse interrotto da un intervento degli avversari. Affrontando una squadra che faceva della densità in mezzo al campo la propria arma, allargare la manovra sugli esterni per trovare gli spazi opportuni era una delle contromosse che la squadra di Mourinho non esitava ad attuare (FIG.4). In fase di non possesso si venivano invece a creare due linee di giocatori molto vicine tra loro, quasi a sembrare un 4-5-1, con la punta più lontana e quindi svincolata da obblighi di marcatura (FIG.5). Di rilievo era anche il lavoro svolto dai due esterni d’attacco durante il ripiegamento difensivo, sia per dare densità al centrocampo sia per non lasciare “uno contro uno” i propri compagni (FIG.6).   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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