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C’era una volta Zeman

Intervista a tutto tondo all’allenatore boemo, da molti ritenuto un grande “maestro” di calcio. Un uomo senza peli sulla lingua e con una ricetta semplice: “Nel calcio bisogna andare avanti per merito, non per età. I Dilettanti sono una fucina inesauribile di talenti”

Zdenek Zeman si sente un educatore. Lo ha sempre detto, nel corso della sua carriera. E lo ha sempre dimostrato, anche a costo di dire no a tanti compromessi che, forse, lo avrebbero aiutato in alcuni momenti cruciali. Ma lui, da sempre, è così. Prendere o lasciare.

Maestro per alcuni (molti), sopravvalutato per altri, Zeman ha sempre diviso per le sue idee tattiche e per i suoi metodi di lavoro da calcio di una volta. Su una cosa, però, ha sempre unito tutti: la capacità di insegnare calcio ai giovani. “Per me conta il merito, mica l’età”, ha ripetuto centinaia di volte. Lo ripeterà spesso anche nel corso di questa intervista.

Un’intervista in cui il mondo dei Dilettanti è al centro della conversazione, con i consigli che Zeman si sente di dare dall’alto della sua esperienza. Ma non solo: l’occasione è buona per parlare anche un po’ della Serie A di oggi e di quei giovani che, a suo avviso, mancano “nella fascia intermedia, dove o ci sono i Tonali e gli Zaniolo, gente da Serie A, oppure non giocano. Bisogna puntare di più sui ragazzi”.

Ecco perché la Lega Dilettanti, dice Zeman, è una fucina inesauribile di talenti. Ma anche di storie. Perché, e in passato da queste pagine sono state raccontate, ci sono pure le esperienze di calciatori non più ragazzini che ancora continuano a giocare e, in molti casi, sono anche un esempio per i più giovani: “La cosa bella di queste storie – ammette Zeman – è la passione e la voglia, oltre che la serietà. Se ci sono queste cose basta e avanza. Nel calcio bisogna andare avanti per merito, non per età”.

Non è tutto rose e fiori però, nel calcio. Zeman da sempre non ha peli sulla lingua nell’esprimersi e anche stavolta non fa eccezione, ribadendo come, a suo avviso, purtroppo non tutte le società sono nelle condizioni migliori per poter far esprimere calciatori e calciatrici: “Spero che la situazione migliori anche in piccole realtà”, dice.

La parola chiave, che il Boemo ripete fin da quando è ragazzino, è una: costruire. “Spesso mi chiedono cosa lascerò nella storia del calcio. Io penso di avere costruito. Non sono stato un vincente, molti hanno vinto più di me, ma penso di avere costruito”, ha detto di recente.

La sua bacheca non è ricchissima, visti i due campionati di B e uno di C all’attivo. Ma ci sono cose che possono compensare l’assenza di trofei e si chiamano amore, passione, devozione. Parole che ricorreranno spesso nel corso di questa intervista, e che sono i principi fondamentali del mondo dei dilettanti.

Zdenek_Zeman_FoggiaUn’altra parola che ricorrerà spesso è visibilità: dice Zeman che, visto che la Lega Dilettanti abbraccia tutta Italia, da Nord a Sud, con un importantissimo bacino di utenza, il suo auspicio è che le società riescano ad avere sempre più visibilità, ad essere sempre più stabili e ricche.

Ricche nel senso di avere una stabilità economica (“Non ce la faccio a leggere di qualche club che, in qualsiasi categoria, non finisce la stagione”), ma anche di valori rigorosi e importanti. Lo spera per tutto il movimento e, in parte, anche per suo figlio Karel, che allena l’Acr Messina, storica società del calcio siciliano.

Da qui, esattamente da qui, inizia l’intervista a Zdenek Zeman. Senza peli sulla lingua, come di consueto.

Zeman, lei allenerebbe una squadra di dilettanti?
E’ un’esperienza che le piacerebbe fare?
Non lo so, sarebbe sicuramente una bella avventura. Ma dovrei trovare una società con cui mettermi d’accordo su certi programmi, io sono abituato a chiedere chiarezza. Quindi, sinceramente, non so, diciamo che non penso che sia semplicissimo. Almeno nell’immediato. 

Diciamo, allora,  che dipende dal progetto. Ma in cosa dovrebbe esserci chiarezza?
A volte dovrebbero migliorare le dirigenze, ci vorrebbero delle dirigenze all’altezza, altrimenti poi diventa dura. E ovviamente anche degli allenatori giusti.

Le piacerebbe invece diventare responsabile di un settore giovanile?
L’ho fatto a Palermo. Io ho iniziato da alcune società dilettantistiche, in Sicilia, poi ho allenato le giovanili del Palermo e dopo il Supercorso a Coverciano per un periodo mi hanno dato tutto in mano. Sono stati 9 anni intensi. La risposta è la stessa di prima: dipende dai programmi, da quello che si vuole fare. A Palermo portai 6 giocatori in prima squadra, poi la società smise di investire nel vivaio perché costava troppo.

Oggi in cosa bisognerebbe essere diversi?
Le società, e questo è il mio consiglio, devono avere voglia e passione. Devono pensare alla crescita dei ragazzi, i soldi e i discorsi economici non devono essere la sola verità o la priorità. Quando un ragazzo non arriva al professionismo deve avere a disposizione allenatore e società giusta. Nei Dilettanti ci sono tanti talenti, devono essere valorizzati, ancora di più. Anche perché sono un importante serbatoio in Italia. Faccio un esempio.

Prego…
A Foggia presi tanti ragazzi in arrivo dalle serie inferiori. E ci divertimmo tanto insieme. Ecco, spero che si continui a fare così. E spero che i Dilettanti siano sempre più competitivi e abbiano anche più spazio, anche sui giornali. Ce ne sono tanti bravi.

Parma_AC_-_1987_-_Zeman,_Susic,_Apolloni
Da sinistra, Zeman con Susic e Apolloni nel 1987, anno in cui allenò il Parma

Come si fa, lei che spesso si è definito un educatore, a convincere un ragazzo che ha vent’anni e vede Zaniolo, ad esempio, in A, con milioni di follower e stipendi altissimi, che la strada giusta sia la sua? Magari in una piccola società di provincia?
Conta la voglia e conta la passione. Conta l’impegno. La differenza è tra i settori giovanili dei club importanti e dei club dilettantistici. Un ragazzo che esce dalla Primavera di un vivaio di A e ha un ingaggio di 700mila euro se poi non riesce a giocare in prima squadra e si trova “costretto” ad accettare uno stipendio di 20mila o 30mila euro l’anno non se ne capacita. Ci vorrebbe più equilibrio, in questo senso.

Le seconde squadre possono aiutare?
Non lo so, non vedo una crescita. Nella Juventus vedete ragazzi usciti dal settore giovanile o dalla seconda squadra? No.

È solo un problema di investimenti
Beh, i soldi contano. Ma non è solo quello. Bisogna investire sul programma, sul lavoro. Questo è prioritario.

Come mai si parla sempre di lei come educatore?
Forse perché ho portato più di 60 giocatori a diventare professionisti e qualche cosa ho fatto. Ma non ho fatto solo per i giovani, ho fatto anche per i vecchi. Per me, come ho già detto, non è soltanto una questione di età, ma di merito e di passione.

Non importa se giochi nell’ultima in classifica dei Dilettanti o nella prima della Serie A, l’approccio deve essere sempre lo stesso. E io stesso nella mia carriera ho sempre trattato tutti così. Per me conta poco se vieni dal Real Madrid o se fino all’anno prima giocavi in D, conta quello che vedo io in allenamento tutti i giorni.

Quindi non allenerebbe neppure la seconda squadra di un club di A?
Devo essere convinto che sia per creare talenti, non per venderli per un paio di milioni alla prima occasione utile. 

Le piace andare a vedere partite sul campo? Va a vedere suo figlio?
Sì certo, vado sul campo. E in tv vedo la Primavera, mi piace tenermi aggiornato. 

Un allenatore che le piace?
Liverani e De Zerbi. Mi piace il loro modo di giocare, anche se se loro squadre non hanno esperienza né continuità. Ma non è colpa loro. 

De Zerbi è partito proprio dai Dilettanti.
Ha fatto la gavetta e questo si vede. Come in campo, anche in panchina si può crescere passo dopo passo.

Un giovane che le piace, invece?
Quali sono i giovani? Quelli che giocano in Nazionale? Se vedete le rose delle squadre ci sono pochi italiani giovani, tanti stranieri, non è facile trovare spazio.

Che consiglio darebbe ad un ragazzo o a una ragazza che iniziano ora?
Se hanno passione devono insistere e migliorarsi. Chi esce dalla Primavera di squadre importanti spesso si sente in serie A, ma non è così. Nessuno deve vedere poi la C o la D come un passo indietro, senza stimoli. Bisogna averne sempre.

La sintesi è che non conta la categoria, conta il pallone che rotola…
Praticamente sì. Per me il calcio, come la vita, deve essere per meriti. Se un ragazzo merita è giusto che faccia, se un adulto merita è giusto che faccia, se un vecchio merita è giusto che faccia. Si parla di individui, non di categorie. – Emma Masetti

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L’allenatore boemo scherza con Paul Gascoigne, suo giocatore ai tempi della Lazio

Zdenek Zeman
L’UOMO CHE NON TI FA RIMPIANGERE DI AVER PAGATO IL BIGLIETTO

di Lucio Giacomardo

Una volta ha detto, parlando di se stesso, “Io faccio il calcio che piace al popolo”. Zdenek Zeman, non è stato, non è solo un allenatore , è un Personaggio con la maiuscola, sospeso a metà tra la filosofia e un racconto di Osvaldo Soriano.

Lontano anni luce, certo, dall’idea che del calcio aveva Eugenio Montale che ipotizzò addirittura un campionato senza reti, affermando “Sogno che un giorno nessuno farà più gol in tutto il mondo”.

Di Zeman nessuno ricorda un gesto scomposto, un urlo. Ogni sua frase, pronunciata lentamente e con un tono di voce basso, colpisce e talvolta affonda i suoi interlocutori. Epiche sono state le battaglie contro il calcio in farmacia e la corruzione, che lo hanno visto schierato contro quelli che, con linguaggio giornalistico, sinteticamente vengono definiti i “poteri forti”.

È forse grazie alle sue dichiarazioni del 1998, che innescano l’indagine della Procura Antidoping del CONI e quella del Procuratore Aggiunto di Torino, Raffaele Guariniello, che l’Italia comprende che c’è la necessità di approvare una specifica Legge (sarà la numero 376 del 2000) per disciplinare la tutela sanitaria delle attività sportive e la lotta contro il doping.

Qualche anno più tardi, quando il mondo del calcio viene travolto da uno scandalo di vaste proporzioni, tra le tante intercettazioni allegate agli atti dei procedimenti penali diverse riguardano proprio lui, fatto oggetto di “attenzioni” particolari di giornalisti ostili e taluni manager calcistici, perché considerato evidentemente non allineato al “sistema”.

Celebre è l’espressione di stile anglosassone che l’Amministratore di una ben nota Società gli riserva parlando al telefono con il  direttore generale della stessa Società: “Bisogna rompergli i co…ni bene, insomma delle cose che bisogna spaccargli il culo bene”. Per fortuna i fatti e le sentenze penali hanno dimostrato che è andata diversamente.

Ma se il ruolo, incontestabile e meritorio, di “coscienza critica” lo ha reso simpatico ad almeno la metà dei tifosi italiani, il suo gioco, le partite disputate dalle sue squadre, i calciatori valorizzati lo hanno reso, incontestabilmente, il protagonista assoluto di un modo di interpretare il calcio.

Racchiuso in una definizione, Zemanlandia”, nata a Foggia e che ha poi accompagnato il prosieguo della sua carriera di allenatore, al punto da culminare in un libro- cult per tutti quelli che lo hanno sempre seguito, pubblicato nel 2012 e dal titolo assai significativo “Zemanologia. Filosofia di gioco e di vita di un genio del calcio”.

Chi non ricorda, tra quelli ormai con qualche anno in più, il “miracolo” del Foggia affidatogli dal vulcanico Presidente Casillo. Solo qualche nome per gradire, tra i tanti calciatori lanciati: Signori, Rambaudi, Baiano. E che dire del tridente di attacco creato per la gioia dei tifosi della Lazio, Boksic, Casiraghi e Signori e la valorizzazione di un diciottenne che risponde al nome di Alessandro Nesta.

Passato all’altra squadra della capitale, Zeman trasforma il brasiliano Cafu in un anticipatore dell’alta velocità. Ma gli stessi Totti e De Rossi, due autentiche bandiere della Roma e del calcio italiano, non mancheranno di ricordare quanto hanno imparato dal “metodo” dell’allenatore boemo. Per andare a tempi più vicini, infine, una straordinaria replica di Zemanlandia si ha a Pescara, dove la squadra viene riportata a suon di gol in serie A ma, soprattutto, si affacciano alla ribalta nazionale calciatori come Insigne, Immobile e Verratti. Ha scritto in uno dei suoi celebri racconti Osvaldo Soriano:Mi ricordo i tempi in cui abbiamo cominciato a rotolare insieme, la palla e io”.

Zeman, in effetti, non lo immagini disgiunto dal calcio, dal far rotolare quella palla. Nel prossimo mese di maggio compirà 73 anni e, ne siamo certi, con l’ulteriore dose di saggezza che deriva dall’età, continuerà, anche se non direttamente seduto su una panchina, a battersi perché quello che viene ritenuto il gioco più bello del mondo non perda di vista il significato di parole come lealtà e correttezza.

Una volta ha dichiarato all’autorevole France Football  che “non conta solo vincere, perché il modo in cui si vince è altrettanto importante”. Forse bisognerebbe portare Zeman in giro a parlare nelle Scuole Calcio, ad incontrare Dirigenti e Allenatori che hanno il compito di far amare il calcio ai ragazzi anche quando non si vince. A ricordare a tutti loro che , come ha scritto il grande  Jorge Luis Borges “Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”. Buona vita Mister.

 

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