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Conte, la grinta al potere

tecnica-c11-antonio-conte-header L’ex Ct azzurro, neo allenatore dell’Inter, è uno dei tecnici più apprezzati nel panorama mondiale. Un traguardo raggiunto grazie a un calcio fatto di intensità e organizzazione, ma anche alla capacità di entrare nella testa dei giocatori

Centrocampista che ha legato il proprio nome unicamente al Lecce (con cui debuttò in Serie A a 16 anni) e alla Juventus (di cui fu anche capitano), Antonio Conte è stato prima un giocatore combattivo e molto versatile tatticamente, dopo un allenatore dotato di carisma e personalità. Pur non eccellendo sotto l’aspetto tecnico, ma abile negli inserimenti e nelle conclusioni a rete, fu acquistato dalla Juventus per volere di Giovanni Trapattoni; qui Antonio Conte si è legato per sempre ai colori bianconeri: 13 stagioni, 295 presenze e 29 gol in campionato, 43 presenze e 4 gol in Coppa Italia, 80 presenze e 11 gol nelle coppe internazionali, 20 presenze e 2 gol in Nazionale. A Torino ha vinto cinque scudetti, una Coppa Uefa, una Champions League, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale.

Nel 2005 Antonio Conte lasciò il calcio giocato da vincente, anche se non è mai riuscito a sollevare un trofeo con la maglia della Nazionale: ha partecipato sia ai Mondiali del 1994 che agli Europei del 2000, perdendo entrambe le competizioni in finale, rispettivamente contro il Brasile e la Francia. Inizialmente vice di Luigi De Canio a Siena, Antonio Conte ha avviato la sua carriera da allenatore ad Arezzo in Serie B (retrocesso), Bari (promozione in Serie A con quattro turni di anticipo) e Siena (promozione in Serie A con tre turni di anticipo) utilizzando stabilmente il modulo offensivo 4-2-4, cosa che gli fece guadagnare da parte degli addetti ai lavori l’iniziale fama di “integralista” tattico, salvo poi mostrarsi propenso a modificare l’idea di gioco in funzione della rosa a disposizione.

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Considerato tra i migliori tecnici emergenti della sua generazione, in uno dei momenti più difficili della storia bianconera venne scelto come allenatore della Juventus. Da subito (stagione 2011-12) impresse la propria impronta sul gioco della squadra concentrandosi sulla ricerca del bel calcio ottenuto attraverso gli esterni sulle fasce e si confermò campione d’Italia per tre stagioni consecutive (impresa che in precedenza era riuscita solo a Carcano, Capello e Mancini, e successivamente anche ad Allegri).

Scelto dall’allora presidente della Figc Carlo Tavecchio, tra il 2014 e 2016 ricoprì il doppio incarico di commissario tecnico della Nazionale italiana e di coordinatore delle squadre giovanili azzurre. Gli azzurri di Antonio Conte brillarono per il gioco corale e il temperamento e uscirono dagli Europei del 2016 solo ai calci di rigore, ai quarti di finale, contro la Germania.

Ribattezzato oltre Manica “Fire Ant” (letteralmente “Antonio di fuoco”), Antonio Conte sbarcò a Londra nel 2016 grazie a un contratto triennale e uno stipendio lordo annuale di 6,5 milioni di sterline (la metà di quanto percepiva José Mourinho), vincendo con il Chelsea una Premier League e una coppa nazionale ma prestazioni non esaltanti, troppi gol subiti e un cammino in Champions League non in linea con le aspettative ne determinarono l’esonero. In seguito, per danni d’immagine e lavorativi, il tecnico salentino ha ottenuto da un tribunale inglese 10 milioni di euro di indennizzo.

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MISTER DUTTILITÀ

Nella riscossa di Juventus e Chelsea si vede emergere soprattutto la mano di Conte, un tecnico unico nel suo genere che è riuscito a vincere gli scetticismi forte delle proprie idee e della qualità del suo calcio. Dal 4-2-4 delle esperienze in Serie B al 3-5-2 juventino, passando per le molteplici varianti messe a punto per rivitalizzare la Nazionale, l’obiettivo è stato quello di portare sempre cinque uomini ad attaccare la linea difensiva e sfruttare una prima punta come elemento di riferimento. Conte vuole disordinare gli schieramenti avversari creando spazi tra i giocatori e l’avanzamento dei due esterni sulle fasce serve proprio ad attaccare con la massima ampiezza, dilatando gli spazi nella difesa avversaria.

Un allenatore deve essere duttile, mai ideologico” ha ricordato in una recente intervista alla Gazzetta dello Sport e analizzando il Chelsea di Antonio Conte emerge tale duttilità. Il sistema di gioco cambia profondamente a seconda delle situazioni di gioco, passando da un 4-5-1 in fase di non possesso con Diego Costa a impensierire i centrali avversari e Kantè con il compito di svariare tra le linee e raddoppiare là dove è necessario in una sorta di 2-3-5 (FIGURA 1) che in fase di possesso palla sfrutta la teorica superiorità numerica sull’ultima linea.

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Conte chiede di giungere a questo risultato avanzando insieme al pallone con passaggi corti e facili, con una fase di possesso ragionata che parta dai due difensori centrali (FIG.2) alla ricerca degli spazi per far giungere la palla ai propri centrocampisti. In caso di difficoltà sarà Kantè a doversi “abbassare” sulla linea dei difensori per facilitare la costruzione della manovra: se il francese fosse marcato, allora si abbasseranno a turno gli altri centrocampisti centrali.

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Con la propensione ad avere tanti uomini in avanti, la possibilità di subire un contropiede è sicuramente elevata e quindi nel momento in cui si perde il possesso si procede a un attacco immediato del nuovo portatore di palla (FIG.3), aumentando la densità e togliendo all’avversario il tempo e lo spazio per la giocata. Questo richiede un grande sforzo individuale e impegno collettivo e la poca decisione o aggressività di qualsiasi degli interpreti può risultare letale.

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Dal punto di vista del pressing, la squadra di Conte aspetta che l’avversario costruisca fino alla linea di centrocampo, posizionandosi in modo tale da chiudere le verticalizzazioni. Quando la squadra avversaria sarà in possesso palla nella zona mediana del campo si inizierà a pressare i portatori di palla.

Infine, parlando dello sviluppo offensivo di Conte vanno senz’altro ricordate le giocate di prima, i movimenti senza palla e il gioco in ampiezza: sono questi i punti di forza del tecnico salentino, mentre la scarsa rapidità nel cambio di gioco e la ricerca della costruzione della manovra dalle retrovie sono forse i suoi punti di debolezza.

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