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Correttezza e lealtà: principi inviolabili

L’art. 1 bis  del  Codice di Giustizia Sportiva, nella sua attuale formulazione, rappresenta, come appare facile intuire dalla lettura del testo, il punto di riferimento principale, in termini di “norme e comportamenti” per tutti coloro che, a qualsiasi titolo, entrino in contatto con l’ordinamento federale. Non a caso, del resto, nell’individuare i destinatari della norma, ci si è preoccupati di far riferimento, oltre alle Società, i dirigenti, gli atleti, i tecnici, gli Ufficiali di gara ad “ogni altro soggetto che svolge attività di carattere agonistico, tecnico, organizzativo, decisionale o comunque rilevante per l’ordinamento federale”. La norma, a ben vedere, nel corso degli anni ha subito diverse modifiche, tenuto conto che, al verificarsi di una serie di comportamenti contrari a quei “doveri e obblighi generali” indicati dal legislatore federale, si è avvertita l’esigenza di codificare in maniera più specifica le singole violazioni. Nel vecchio “Regolamento di Disciplina”, ad esempio, la norma in questione conteneva fattispecie assai eterogenee e, confrontando i vari testi succedutisi nel corso degli anni è agevole rilevare come si sia sempre di più circoscritto il suo ambito applicativo. Resta indubbio, in ogni caso, che con il richiamo ai principi di ” lealtà, correttezza e probità” la norma costituisca uno dei punti cardine per tutti coloro che operano nell’ambito federale. Del resto, è stato condivisibilmente evidenziato da parte di autorevole dottrina che ” il principio di lealtà sportiva rappresenta, per tutti coloro che operano nel mondo dello Sport, uno dei valori fondamentali ai quali deve ispirarsi il comportamento dei singoli e dei gruppi nei rapporti con gli altri soggetti della comunità sportiva e nell’applicazione delle regole del gioco” (cfr. R. Caprioli L’autonomia delle Federazioni Sportive Nazionali nel Diritto Privato,  Jovene, 1997, pagg. 125 e 126).

Sul piano delle fonti risulta importante evidenziare che anche in sede di Unione Europea si è fatto riferimento alla lealtà sportiva, atteso che il Codice di Etica Sportiva, approvato dai Ministri Europei responsabili per lo Sport a Rodi il 13 – 15 Maggio 1992, nell’affermare che “Fair play, il modo vincente, chi gioca lealmente è sempre vincitore” ha sottolineato come “il principio fondamentale del Codice è che le considerazioni etiche insite nel gioco leale (fair play) non sono elementi facoltativi, ma qualcosa d’essenziale in ogni attività sportiva, in ogni fase della politica e della gestione del settore sportivo”. Ma il richiamo all’etica non può e non deve far considerare il principio di lealtà sportiva solo in tale ambito, tenuto conto che, come è stato condivisibilmente osservato, detto principio ha un’intrinseca connotazione giuridica, cristallizzandosi “in regole scritte, la cui violazione origina l’attivazione di un ben definito procedimento sanzionatorio” (cfr. F. Valenti, Lealtà Sportiva. Etica e Diritto, in European Journal of Sport Studies, 2014, 2, sez. A). Può dunque affermarsi che, pur qualificando e caratterizzando l’attività sportiva in base a valori che, per certi versi, riassumono in sé lo spirito sportivo,  il principio di lealtà sportiva costituisce una incontestabile regola comportamentale di indubbio valore giuridico. Non a caso, con riferimento il Codice di Comportamento Sportivo deliberato dal Consiglio Nazionale del CONI il 30 Ottobre 2012, il cui articolo 2 fa riferimento ai principi di “lealtà e correttezza”, è stato sostenuto che i principi etici abbiano acquisito uno specifico rilievo giuridico nel mondo sportivo (cfr. A. Marini, Etica e Sport in Fenomeno sportivo e ordinamento giuridico, Napoli, 2009, pag. 53).

Il richiamato principio, del resto, ha assunto una tale rilevanza per l’ordinamento dello Stato che, non molto tempo fa, in relazione al danno all’immagine che la FIGC ha subito a causa dei fatti nell’ambito dell’inchiesta nota come “calciopoli”, la Corte dei Conti ha affermato che tali fatti costituivano una “violazione senza precedenti del fondamentale principio di lealtà sportiva” (cfr. Corte dei Conti, Sez. giurisdiz. , 16.10.2012 n. 993 tra le altre in Resp. Civ. e prev., 2013, 1,260 e ss).

In sede di giustizia amministrativa, a rimarcare il carattere di norma fondamentale per il sistema sportivo, è stato inoltre affermato, a proposito di un provvedimento cautelare di sospensione dalla carica per un Dirigente colpito da una sentenza di condanna non definitiva, che la sospensione cautelare era giustificata “in considerazione del pregiudizio che il permanere nella carica del soggetto sottoposto a procedimento penale può arrecare al mondo sportivo nella tutela di valori di lealtà, onorabilità e correttezza” ( cfr. TAR Lazio, Roma, 1.6.2012 n. 4981 in www.iusexplorer.it ). Inoltre, parte della dottrina ha significativamente affermato che il principio di lealtà sportiva appare contrassegnato da caratteristiche non dissimili da quelle proprie della correttezza nei rapporti associativi  e che può sicuramente ritenersi, al pari del principio di correttezza e buona fede, un parametro di valutazione della legittimità di un comportamento. Così riassunta, sia pure in termini di estrema sintesi, la questione della rilevanza della norma, risulta di più agevole lettura la previsione del legislatore federale, laddove specifica che, per l’appunto ” le società, i dirigenti, gli atleti, i tecnici, gli ufficiali di gara e ogni altro soggetto che svolge attività di carattere agonistico, tecnico, organizzativo, decisionale o comunque rilevante per l’ordinamento federale” sono tenuti “ all’osservanza delle norme e degli atti federali” e, comunque, che “devono comportarsi secondo i principi di lealtà, correttezza e probità in ogni rapporto comunque riferibile all’ attività sportiva”. Non è un caso che il legislatore federale abbia utilizzato questa formula. L’osservanza “delle norme e degli atti federali” infatti, non basta da sola ad escludere l’applicazione di sanzioni. Bisogna “comportarsi” secondo i richiamati principi di lealtà, correttezza e probità ” in ogni rapporto comunque riferibile all’attività sportiva”. Vi è, insomma, una esplicita previsione di un “modus operandi” che deve caratterizzare, in ogni rapporto riferibile all’attività sportiva, il comportamento dei soggetti che svolgono tale attività. Si tratta, a ben vedere, di un dovere che, a carattere generale, appare inviolabile ogni volta che ci si trovi in presenza di un comportamento che, seppure non sia in contrasto con specifici divieti, risulta contrario a principi ai quali, come è stato efficacemente sottolineato, “lo sportivo deve ispirarsi non solo durante la competizione agonistica, ma in ogni momento della sua vita di relazione con l ‘associazione e gli altri consociati” ( cfr. Cons. di Stato, Sez. VI, 6.3.1973 n. 80 in Giust. Civ., 1973).

LA GIURISPRUDENZA FEDERALE

La casistica degli Organi di Giustizia federale conferma quanto evidenziato in precedenza, risultando sanzionati comportamenti assai diversi tra loro. Risultando impossibile, anche per motivi di spazio, dar conto delle diverse decisioni intervenute in relazione a violazioni dell’art. 1 bis del codice di Giustizia Sportiva, appare significativo, per evidenziare l’importanza fondamentale della norma, citarne alcune tra le più recenti.

Di particolare interesse, appare una decisione della Corte di Giustizia Federale, a Sezioni Unite, che aveva “derubricato” una originaria incolpazione di illecito sportivo in violazione dei principi di cui alla norma in commento.

Nella fattispecie concreta, infatti, l’organo disciplinare ha osservato che “mancando l’illecito anche nella forma del tentativo punibile — corrispondentemente mancava l’oggetto della sua altrimenti dovuta, denuncia [….] Ed invero, gli elementi che si desumono dalla complessa ed approfondita attività istruttoria svolta in sede penale descrivono una rete fitta e costante in impropri contatti che l ‘appellante tenne in vista della gara in questione ….tra i due vi furono scambi di informazioni, notizie e proponimenti che, come prima visto, seppur non trasferiti all’esterno in forme oggettivamente percettibili .e congrue rispetto all’ipotesi si illecito alterativo, erano circondati da un alone di ambiguità che tradiva lo spirito di lealtà sportiva” (cfr. Corte di Giustizia Federale, Sezioni Unite, C.U. n. 151/CGF del 6.2.2013).
Particolari, inoltre, le contestazioni che la Procura Federale ha mosso nei confronti di un Direttore Sportivo di una Società e di due calciatori per due deferimenti esaminati dall’allora Commissione Disciplinare Nazionale nell’ambito della stessa riunione, con applicazione delle relative sanzioni. Nel primo caso, al Direttore Sportivo è stata contestata la violazione dei principi di lealtà sportiva e correttezza “per aver favorito e, comunque, non ostacolato, l’organizzazione, da parte di alcuni esponenti della tifoseria locale, di più azioni dirette all’intimidazione e minacce nei confronti dei calciatori della Società, con la conseguenza che, a seguito di tali azioni, si è determinato l’allontanamento dalla squadra di alcuni tesserati e la risoluzione dei relativi contratti economici, nonché la lesione della dignità professionale e personale degli stessi tesserati”(Commissione Disciplinare Nazionale, in C.U. n. 64/CDN del 4.2.2013). Per i calciatori, invece, pure se gli stessi erano compagni di squadra e, conseguentemente, poter avuto un contrasto di natura strettamente privata, non legato all’attività agonistica, è stata contestata la violazione della norma in commento “per avere gli stessi, circa un’ora dopo il termine della gara, nel recinto di giuoco dello stadio, posto in essere un litigio ed una colluttazione tali da costringere il personale delle Forze dell’Ordine presente ad intervenire per separarli e riportarli alla calma” (Commissione Disciplinare Nazionale, in C.U. n. 64/CDN cit.).
Ancora, è stato ritenuto riconducibile alla violazione della norma in commento il comportamento di due Dirigenti e un allenatore di una Società dilettantistica “per aver  organizzato provini e raduni, e per aver consentito la partecipazione anche di propri tesserati alla organizzazione dei detti raduni senza averne preventivamente richiesta autorizzazione al Comitato Regionale competente ….in concorso con un’Associazione non affiliata alla FIGC” (Commissione Disciplinare Nazionale, in C.U. del 29.5.2013).

Più di recente, a conferma della diversità dei comportamenti riconducibili all’art. 1 bis del C.G.S., nel richiamare quanto affermato a proposito dell’ex Presidente del Comitato Campano, al punto che le condotte dello stesso “hanno gravemente compromesso la regolare attività del Comitato Regionale Campania ed hanno in effetti leso ed arrecato grave pregiudizio al buon nome ed all’immagine del movimento calcistico campano”(cfr. Tribunale Federale Nazionale, Sezione Disciplinare, in C.U. n. 13/TFN del 14.9.2016) interessanti appaiono alcune decisioni. In particolare, in un caso, la Procura Federale ha deferito il Presidente di una Società per rispondere “della violazione dell’art. 1 bis CGS per avere, con condotte contrarie alla corretta conduzione tecnico-sportiva ed economico finanziaria poste a far data dall’ottobre 2016, impedito alla squadra di disputare regolarmente gli allenamenti pre gare e le gare del campionato, a causa dell’indisponibilità del campo da gioco e dell’impianto sportivo per la preparazione tecnica dei calciatori ed a causa dell’assenza dello staff tecnico e sanitario a supporto della squadra” ed il Tribunale Federale Nazionale, Sezione Disciplinare, lo ha sanzionato infliggendogli la sanzione di un anno di inibizione per aver “violato il disposto di cui all’art. 1 bis del CGS ponendo in essere delle condotte scorrette e sleali sotto il profilo gestionale (tecnico, sportivo ed economico) del sodalizio”(cfr. Tribunale Federale Nazionale, Sezione Disciplinare, in C.U. 23/TFN del 2.11.2017). 

Lo stesso organo di Giustizia, successivamente, ha sanzionato la condotta tenuta da una Società e da suoi Dirigenti per non aver, in occasione di un infortunio di un calciatore, proceduto “alla apertura del sinistro e alla conseguente segnalazione alla compagnia di assicurazione, che copre gli atleti da eventuali sinistri connessi all’attività agonistica in ragione del sottoscritto tesseramento presso la Lega Nazionale Dilettanti, nonostante fosse stato direttamente informato dell’infortunio subito dal calciatore” osservando nella circostanza che “la condotta inerte ed omissiva dei dirigenti tesserati delle Società, la dimostrata assenza di una catena informativa tale da rispondere alle oggettive esigenze dell’atleta palesate nella circostanza, e vieppiù la mancanza assoluta di risposta perfino alle sollecitazioni dello studio legale incaricato dall’atleta, dimostrano di per sé un comportamento del tutto contrario ai principi di assistenza e tutela che fanno carico alle Società sportive affiliate e la cui violazione integra la lesione del principio di lealtà, probità e correttezza sportiva di cui all’art.1 bis, comma 1 del Codice della Giustizia Sportiva in combinato disposto con l’art. 91,comma 1 delle NOIF.” (cfr. Tribunale Federale Nazionale, Sezione Disciplinare, in C.U. 26/TFN del 16.11.2017).
Di rilevante interesse, da ultimo, appare una decisione della Corte Federale di Appello che ha ritenuto riconducibile alla violazione dell’art. 1 bis  C.G.S. il comportamento di un Dirigente di Società che “al fine di aggirare le norme relative al premio di preparazione, avrebbero fatto firmare ad alcuni calciatori non identificati la richiesta di tesseramento per alcune società di terza categoria per poi ritesserarli”(cfr. Corte Federale di Appello, III Sezione, in C.U. n. 55/CFA dell’8.11.2017).  

Resta da ricordare, in conclusione, che a rafforzare il valore degli obblighi sportivi previsti dalla norma in commento, soprattutto con riferimento al primo comma, un richiamo agli stessi principi è stato inserito anche nello Statuto della Federazione, che all’art. 1 prevede espressamente che “ la FIGC, le Leghe, le Società, gli atleti, i tecnici, gli ufficiali di gara, i dirigenti e ogni altro soggetto dell’ordinamento federale sono tenuti a : a) osservare i principi di lealtà, probità e sportività secondo i canoni di correttezza”.  Può pertanto concludersi, tenuto conto anche delle richiamate decisioni degli organi di Giustizia Sportiva, che come è stato affermato in maniera sicuramente condivisibile da autorevole dottrina, la lealtà sportiva “lungi dal restare confinata nel recinto dei campi di gioco, travalica la dimensione strettamente tecnica della gara, per fornire a tutti i soggetti che agiscono nella comunità sportiva il modello al quale essi debbano uniformare i loro comportamenti” (cfr. Caprioli, op. cit., pag. 128).

Focus Su > DEFINIZIONE DI “FAIR PLAY” – IL GIOCO LEALE
(approvato dai Ministri europei responsabili per lo Sport,riuniti a Rodi, 13-15 maggio 1992)

• Fair play significa molto di più che giocare nel rispetto delle regole. _ьEsso incorpora i concetti di amicizia , di rispetto degli altri e di spirito sportivo. Il fair play é un modo di pensare, non solo un modo di comportarsi. Esso comprende la lotta contro l’imbroglio, contro le astuzie al limite della regola, la lotta al doping, alla violenza (sia fisica che verbale), allo sfruttamento, alla diseguaglianza delle opportunità, alla commercializzazione eccessiva e alla corruzione._ь

• Il fair play é un concetto positivo. _ьIl Codice riconosce lo sport quale attività socioculturale a carattere collettivo che arricchisce la società e aumenta l’amicizia tra le nazioni, a condizione di essere praticato lealmente. Lo sport viene anche riconosciuto quale attività individuale che – praticata nel modo giusto – offre l’opportunità di conoscere se stessi, esprimersi e raggiungere soddisfazioni; di ottenere successi personali, acquisire capacità tecniche e dimostrare abilità; di interagire socialmente, divertirsi, raggiungere un buono stato di salute. Con la sua vasta gamma di società sportive e di operatori volontari, lo sport é occasione di partecipazione e di assunzione di responsabilità. Inoltre, un coinvolgimento consapevole in alcuni sport può contribuire a promuovere la sensibilità nei riguardi dell’ambiente._ь

a cura del Prof. Stefano Selvaggi

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