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Cristian Pasquato: il calcio prima di tutto

pasquato Bravo ragazzo, marito, papà. Ma con una passione infinita per l’amato pallone. Senza di lui, infatti, l’ex fantasista della Juventus (oggi al Campodarsego) non sa proprio stare. Serie A o Serie D non fa differenza: l’importante è scendere in campo

Prima di essere un grande calciatore, Cristian Pasquato è un bravo ragazzo, un marito, un papà. è un grande calciatore, non “è stato”. Perché calciatori lo si è nella testa, e non conta la categoria. Ha condiviso lo spogliatoio con i grandi della Juventus, giocato in Serie A e in Serie B, poi in Russia e infine in Polonia. Gli mancava la Serie D: la sta provando quest’anno, con la maglia del Campodarsego, squadra di un paese vicino a Vigonza, in provincia di Padova, dove tutto iniziò nel 1989. La porta per tornare tra i professionisti vuole aprirsela da solo, con l’aiuto dei compagni.

Cristian, innanzitutto come va?
“Sono alle prese con un piccolo infortunio muscolare, il primo stiramento della mia vita. Dovrei sentirmi giù di morale, invece sono sereno e sto lavorando duramente per rientrare. Non posso crederci di dover stare un mese senza calcio”.

Come sta vivendo questa esperienza?
“Come meglio non potrei. Non nascondo di aver aspettato qualche settimana in attesa di una chiamata dai professionisti, ma nessuna delle soluzioni mi ha fatto vibrare dentro qualcosa. Così a ottobre, dopo mesi in cui mi allenavo con il Campodarsego, ho accettato questa nuova sfida. Mi mancava la partita, e mi sto togliendo grandissime soddisfazioni”.

Come è nata l’occasione di giocare in Serie D?
“Conoscevo il preparatore dei portieri, tramite lui ho chiesto la possibilità di allenarmi con la squadra. Sono nato a Padova e cresciuto a Vigonza. Il campo di allenamento, a Reschigliano, è a 500 metri da casa mia”.

E non mi dica che va all’allenamento in bicicletta…
“Certamente. Magari in inverno evito, ma sarà una soluzione da riproporre appena la temperatura lo permetterà”.

Differenze tra professionismo e Serie D?
“Soprattutto nelle strutture, perché l’organizzazione varia in base alle potenzialità delle società. La nostra lo è molto: ci alleniamo alle 15, facciamo una vita da professionisti. Soltanto i giovani al mattino vanno a scuola, ma succederebbe anche nelle categorie superiori”.

Come è stato accolto nello spogliatoio? E gli avversari la temono?
“Il fatto di essermi fermato qui lo devo ai ragazzi: un gruppo sano, con valori e principi, e non è un caso che siamo primi in classifica. All’inizio magari si sentivano in soggezione, ma sono stato subito uno di loro. Non ho niente di più e niente di meno. Gli avversari invece vogliono dimostrare qualcosa in più, ma solo perché giocano contro la prima in classifica”.

La sua è una vita fatta di sfide, che l’hanno portata anche all’estero.
“E sono andato da solo: la mia famiglia è rimasta a Vigonza. Avendo due bambini, Leonardo e Ginevra, abbiamo preferito soffrire ma far stare bene loro. Sono stati tre anni belli dove ho potuto scoprire culture diverse, mentalità differenti. Il primo anno in Russia è stato quello più difficile: tornavo a casa una volta al mese. Ma mi sono divertito, e con qualche aggancio in più sarei potuto anche rimanere lì”.

Pasquato

 

Poi è arrivata la Polonia.
“Ho giocato nel Legia Varsavia, in una città strepitosa e in un top club organizzato come i migliori d’Europa. Ho vinto uno scudetto e una coppa, è stato molto bello. E ho anche avuto la possibilità di vedere più spesso la mia famiglia”.

A proposito, sua moglie Giulia come l’ha conosciuta?
“Accompagnando la mia sorellina a un centro estivo. Il primo anno non mi dava corda, poi l’anno successivo è scoccata la scintilla. Era il 2007”.

E si parlava tantissimo di lei, nella Primavera della Juventus. Il giocatore che le ha insegnato di più?
“Alex Del Piero. Ci ho fatto i ritiri, ma avrei voluto viverci 365 giorni l’anno. Modello e punto di riferimento: lo guardavo quasi innamorato, cercando di capire e scovare ogni piccolo particolare. Ma mi sono allenato anche con altri campioni straordinari: Vidal, Pirlo, Bonucci, e poi ho visto dal vivo Ibrahimovic. Insomma, servirebbe un’oretta per parlare di tutti”.

La partita più bella della sua vita?
“E’ la stessa che rigiocherei. Bologna-Pescara, finale dei playoff di Serie B del 2015. Ebbi la fortuna di segnare il gol del pareggio, ma non bastò per salire. C’erano 40mila persone allo stadio: un’atmosfera incredibile con un finale drammatico. Rigiocherei anche la finale di Trapani dell’anno dopo, però per rivivere le stesse emozioni della promozione”.

Nel tempo libero segue il calcio?
“Il calcio viene prima di tutto: seguo tutto, da quest’anno anche la Serie D. Dal lunedì che c’è un posticipo di Serie B, alla domenica che c’è un posticipo di Serie A. La chiamerei malattia: non riesco a stare lontano da Sky e Dazn”.

E nel suo futuro cosa vede?
“Non possiamo fare la scaletta del nostro futuro. Mi auguro di tornare tra i professionisti, spero con il Campodarsego. Vivo giorno per giorno: quando arriveranno offerte e decisioni da prendere, sceglierò la cosa migliore da fare”.                            

Marco Calabresi

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