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Gli atleti e lo studio why not?

La doppia carriera in Italia è un po’ più complicata che in altre parti del mondo, ma qualcosa si sta muovendo: una sfida culturale da vincere a tutti i costi “perché ogni atleta che fa lo studente dà qualcosa di importante alla comunità in cui vive”

Si può essere campioni nello sport e sui banchi di scuola? La risposta è sì. Sarebbe anche inutile elencare i centinaia di casi che nella storia dello sport hanno visto atleti eccellere non solo negli albi d’oro di categoria ma anche nella vita professionale. Persino nel calcio, lo sport che forse più di tutti “allontana” l’atleta da una vita scolastica più assidua per via degli impegni e degli alti compensi, negli ultimi anni ha visto quasi raddoppiare i casi di calciatori che hanno deciso di intraprendere una “doppia carriera” tra campo e scuola.

Il problema, a volte, è che non tutte le università favoriscono questa doppia vita, vista come una ricompensa per l’atleta, quasi una sorta di“attenzione particolare” che ad altri studenti è negata. Nel 2012, la Commissione Europea ha riconosciuto agli atleti il diritto di perseguire un’educazione universitaria (doppia carriera), raccomandando agli Stati membri di mettere in opera politiche e strategie per agevolare la possibilità di coniugare le carriere sportiva ed accademica. Rispetto ad altri Paesi dell’Unione, però, in Italia la doppia carriera dell’atleta è un tema recente e segue un percorso non lineare. Serve maggiore chiarezza e un’interpretazione certa della legge. Per questo e per altri motivi di diritto formativo, Stefano Bastianon, Professore associato di Diritto dell’Unione europea all’Università di Bergamo, ha pubblicato un libro dal titolo “La doppia carriera degli atleti – Una sfida culturale vincente”. L’autore in miniera semplice e molto dettagliata, propone un testo in grado di offrire una sintesi di aspetti culturali, politico-normativi e organizzativi della doppia carriera nelle loro numerose forme in ambito europeo e italiano. Uno strumento utile per tutti coloro che intendono sviluppare ricerca e buone prassi a beneficio degli atleti come studenti.

Il volume cerca di fornire un primo quadro dei risultati ottenuti in Italia sul tema della doppia carriera degli studenti/atleti – dichiara l’autore – sia per quanto riguarda gli istituti superiori che le Università. Si parte naturalmente dalle linee guida concesse dall’Unione Europea agli Stati membri, passando poi ad affrontare il tema della doppia carriera dal punto di vista scientifico per finire poi con una raccolta di dati sul sistema Italia, un sistema molto giovane (affrontando il tema da 4/5 anni, ndr) ma che nell’ultimo tempo ha messo in campo molte iniziative. Ho notato che tra le scuole superiori e le università c’è stato un diverso approccio al tema: per gli istituti superiori c’è stato l’intervento diretto del Miur con note e regole ben precise (cosa si intende per studenti atleti, programmi studiati appositamente, etc.). Per quanto riguarda l’Università, invece, l’approccio è stato quello di lasciare a ciascuna libera facoltà di decidere regole e modalità di approccio. In questo modo il panorama italiano appare molto frammentato”.

Cosa comporta questo? “Purtroppo ci troviamo con Università che hanno adottato un metodo e altre che ne hanno adottato un altro completamente diverso. Andando poi a studiare queste regole, notiamo come esistano differenze anche notevoli sul concetto di studente/atleta e addirittura su quali risultati di alto livello deve aver raggiunto (per esempio la partecipazione alle Olimpiadi, ndr) per poter accedere a questi servizi. Alcune prevedono figure di tutor, altre hanno immatricolazioni particolari. L’obiettivo è quello di avere un network comune, seguendo l’esempio delle università del mondo, in modo che gli atenei parlino la stessa lingua e ci siano regoli comuni. Se io studente, magari olimpionico, devo andare sei mesi in America per allenarmi, posso andare. Ma allo stesso modo può farlo anche il calciatore professionista o dilettante, senza distinzioni di ‘merito sportivo’. Ciò che si è cercato di cambiare nel pensiero comune è che un atleta che fa lo studente dà, o ha dato, qualcosa di importante alla comunità in cui vive. Se riconosciamo allo sport il suo ruolo sociale in qualità di portatore di beni e valori utili all’umanità, allora è giusto ‘premiare’ l’atleta con un’attenzione speciale per la sua dual career nell’università e nella scuola”.

Ma a chi è diretto il libro del professor Bastianon? “È diretto a tutti i soggetti che gravitano attorno al fenomeno della doppia carriera – sottolinea Bastianon – agli studenti/atleti per renderli edotti delle opportunità che ci sono e per spingerli a non abbandonare mai nessuna delle due carriere, è diretto alle famiglie degli atleti perché direttamente o indirettamente vengono coinvolte nelle scelte dei figli, al mondo sportivo ed educativo delle scuole perché entrambi devono imparare a parlarsi capendo che l’atleta non è un perdigiorno ma è un individuo che ha deciso di faticare su due campi. In ultimo è diretto al mondo medico, perché l’atleta è soggetto a pressioni fisiche e mentali non comuni e lo studente/atleta può aver bisogno di un supporto anche psicologico. Insomma, bisogna cambiare mentalità per una sfida culturale vincente così da garantire agli atleti un’educazione: ne va del bene della comunità. Un atleta che a 30 anni termina la sua carriera, deve potersi reinserire nella società senza problemi. Può saper gestire eventi, essere un ingegnere dello sport, un medico dello sport, saper costruire infrastrutture per lo sport. Un atleta che ha svolto doppia carriera è in grado di poter dare il suo contributo in ogni ambito dea società, è un vero valore aggiunto. È un diritto riconoscerne il diritto all’istruzione. Ripeto, è una sfida culturale vincente per il bene di tutti, l’importante è crederci e avere regole chiare per tutti”. 

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