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Gli obblighi di impiego nel calcio a 5

Massima attenzione nell’impiego degli atleti nei campionati di Calcio a 5. I rischi e le incognite sono, infatti, molteplici, come ci spiega un’importante decisione adottata recentemente da parte del Collegio di Garanzia dello Sport del CONI. Si tratta di un contenzioso molto interessante, protagoniste due società partecipanti al campionato nazionale di Serie A/2 di Calcio a 5, ASD Barletta Calcio a 5 e Polisportiva Sammichele. Questo precedente ci consente di fare luce, oltre che sui profili di merito attinenti agli obblighi di impiego nei tornei di futsal, anche e soprattutto sui poteri di intervento di ufficio del Giudice Sportivo.

In particolare, il massimo organo giustiziale costituito presso il CONI ha dettato linee guida che, anche in ragione della funzione nomofilattica che gli compete, dovrà trovare applicazione nei futuri procedimenti aventi a oggetto la regolarità delle gare.

IL CASO

Il 1° novembre 2016 si disputava la gara Barletta Calcio a 5 – Pol. Sammichele, valida per il campionato di Calcio a 5 di serie A/2. La squadra di casa proponeva reclamo in ordine alla regolarità della stessa, contestando la violazione, da parte dell’avversaria, degli obblighi di impiego di calciatori già tesserati per la Figc prima del compimento del 18° anno di età, come previsto dal Comunicato Ufficiale n. 1 della stagione sportiva 2016/2017.

La Divisione Calcio a 5, infatti, con il Comunicato relativo alla regolamentazione dell’attività ufficiale per la corrente stagione sportiva, ha imposto ai club partecipanti ai campionati nazionali (lasciando ai Comitati Regionali ampia autonomia rispetto alle manifestazioni a carattere regionale e provinciale) ben precise prescrizioni: tra queste, l’obbligo di impiegare, per tutta la gara, un certo numero di calciatori tesserati per la Figc prima del compimento del 18° anno di età (5 in serie A e 6, di cui uno nato nel 1995, in serie A/2 e in serie B) oltre a un minimo di atleti di cittadinanza italiana (4, di cui almeno uno nato nel 1995, in Serie A, 3, di cui almeno uno nato nel 1995, in serie A/2 e in serie B).

In particolare, secondo il Barletta Calcio a 5, il calciatore A.G., schierato dal club ospite, era stato tesserato per la Figc dopo il compimento del 18° anno di età e, quindi, non era computabile nel novero dei 6 giocatori richiesto dalla Divisione Calcio a 5, con conseguente sanzione della perdita della gara a carico della Polisportiva Sammichele.

LA DECISIONE DEL GIUDICE SPORTIVO

Con il Comunicato Ufficiale n. 287 del 2 dicembre 2016, il Giudice Sportivo Nazionale c/o Divisione Calcio a 5 accoglieva il reclamo del Barletta Calcio a 5, adottando tuttavia una motivazione particolarmente complessa. L’organo di giustizia, infatti, ha argomentato la propria decisione, sostenendo che “dall’esame della distinta dei calciatori della Pol. Sammichele presentata all’arbitro, e dagli accertamenti esperiti presso l’ufficio tesseramenti, risulta corretto l’impiego di sei calciatori tesserati presso la Figc prima del compimento del 18° anno di età, dei quali uno nato prima del 31/12/1994. Non risulta soddisfatto invece il secondo requisito che prevede l’ulteriore impiego di tre calciatori che siano cittadini italiani, dei quali uno nato prima del 31/12/1994; in quanto carente proprio la presenza di quest’ultimo”.

Pertanto, il motivo per cui il Barletta Calcio a 5 aveva proposto il reclamo veniva ritenuto infondato ma il Giudice Sportivo, d’ufficio, aveva rilevato una diversa violazione degli obblighi di impiego da parte della Polisportiva Sammichele, riferita all’utilizzo di almeno tre calciatori italiani nati nell’anno 1995, allo stesso modo passibile della sanzione della perdita della gara.

Nella sostanza, l’organo di primo grado, nell’ambito dei propri poteri di accertamento d’ufficio, aveva fondato la pronuncia di accoglimento del reclamo su un motivo diverso e non prospettato nello stesso, svolgendo, autonomamente, una verifica circa il rispetto, da parte della Polisportiva Sammichele, di tutti gli obblighi di impiego imposti dalla Divisione Calcio a 5 di cui si è detto sopra.


LA DECISIONE D’APPELLO

Con Comunicato Ufficiale n. 60/CSA del 20 dicembre 2016, la Corte Sportiva d’Appello Nazionale rendeva la decisione nel solo dispositivo, mentre la motivazione veniva pubblicata su Comunicato Ufficiale n. 65/CSA del 18 gennaio 2017.

Il presupposto di partenza del percorso argomentativo del giudice d’appello consisteva nel fatto che “l’art. 1, comma 2, C.G.S. Figc dispone che ‘per tutto quanto non previsto dal presente Codice, si applicano le disposizioni del Codice della giustizia sportiva emanato dal CONI’, il quale a sua volta stabilisce all’art. 2, commi 2 e 6, (C.G.S. CONI), che ‘Il processo sportivo attua i principi della parità delle parti, del contraddittorio e gli altri principi del giusto processo’, e  che (comma 6, C.G.S. CONI) ‘per quanto non disciplinato, gli organi di giustizia conformano la propria attività ai principi e alle norme generali del processo civile, nei limiti di compatibilità con il carattere di informalità dei procedimenti di giustizia sportiva’. Da qui l’applicabilità, anche ai procedimenti sportivi, del disposto di cui all’art. 112 c.p.c.: ‘Il giudice deve pronunciare su tutta la domanda e non oltre i limiti di essa; e non può pronunciare d’ufficio su eccezioni, che possono essere proposte soltanto dalle parti'”.

L’organo d’appello, pur riconoscendo che il Giudice Sportivo non è vincolato alla qualificazione giuridica e alle argomentazioni offerte dalle parti, valorizzando il principio secondo cui iura novit curia (il Giudice conosce le leggi), ha sostenuto che “l’interpretazione e il potere di indagine del giudice (segnatamente, nel nostro caso, in materia ‘sportiva’) non può spingersi sino a configurare una domanda difforme, nel petitum o nella causa petendi, da quanto espressamente dedotto e allegato dalle parti”.

Pertanto, la Corte Sportiva d’Appello Nazionale ha ritenuto di limitare i poteri di indagine del Giudice Sportivo il cui accertamento d’ufficio non deve intendersi legibus solutus, laddove “i poteri del Giudice Sportivo sono espressamente enucleati dall’art. 29, comma 8, lett. a) C.G.S., il quale afferma che ‘il procedimento è instaurato, d’ufficio, sulla base delle risultanze dei documenti di gara’ ovvero [lett. b)] ‘sul reclamo’ e non, dunque, su ulteriori indagini svolte dal Giudice di prime cure autonomamente”.

Alla luce di quanto sopra, la statuizione si conclude con l’affermazione del principio secondo cui “un’estensione senza limiti (rectius: incontrollata) del potere di indagine del giudice potrebbe determinare una disparità di trattamento in casi analoghi su tutto il territorio nazionale; eventualità che, a prescindere dalla bontà dell’attività svolta dal giudice di primo grado nel caso in esame, non può essere sostenuta o addirittura incentivata. Sotto il profilo strettamente processuale e di legittimità dell’azione del Giudice sportivo, non va poi trascurato il fatto che, pur tenendo conto che il reclamo copra tanto il dedotto quanto il deducibile, perché il Giudicante possa pronunciarsi su una questione non rilevata dalle parti, è essenziale che questa sia introdotta quale argomento di discussione processuale”.

Proprio per tale ragione, avendo accertato la lesione del diritto di difesa della Polisportiva Sammichele che non aveva potuto difendersi in ordine alla violazione ravvisata d’ufficio dal Giudice Sportivo, non oggetto del reclamo del Barletta Calcio a 5, la Corte Sportiva d’Appello Nazionale riteneva illegittima la decisione di prime cure, riformandola integralmente.

In altre parole, il massimo organo di giustizia endofederale, con la decisione in commento, ha segnato un perimetro significativamente ridotto al potere d’ufficio, riconosciuto dal Codice di Giustizia Sportiva, in capo al Giudice Sportivo, circoscrivendolo soltanto nell’ambito del “dedotto” nel reclamo e del “deducibile”.

Affermando tale principio, sicuramente si è maggiormente salvaguardato il diritto di difesa delle parti del giudizio, anche se è stato ridimensionato notevolmente il diritto/dovere di intervento officioso del Giudice Sportivo, prerogativa che, da sempre, costituisce un caposaldo nei procedimenti contenziosi di primo grado aventi ad oggetto la regolarità delle gare e la posizione irregolare dei calciatori, nel quale il contraddittorio è, necessariamente, compresso per le esigenze di celerità. In ogni caso, la Corte Sportiva d’Appello Nazionale, in accoglimento del reclamo promosso dalla Polisportiva Sammichele, annullava la decisione di prime cure, ritenendo illegittimo l’accertamento svolto dal Giudice Sportivo, d’ufficio, in ordine a fatti non dedotti dalla ricorrente, ripristinando, così, il risultato conseguito sul campo.

LA DECISIONE DEL COLLEGIO DI GARANZIA: PIÙ POTERE AL GIUDICE SPORTIVO

Come prevedibile, attesa la complessità e la peculiarità della fattispecie, il percorso terminava il proprio iter avanti al Collegio di Garanzia dello Sport del CONI, organo di chiusura dell’ordinamento sportivo, cui si rivolgeva il Barletta Calcio a 5, che conveniva in giudizio anche la Figc e la Divisione Calcio a 5.

Cogliendo appieno l’importanza della decisione, l’organo CONI introduce la decisione, n. 24 del 7 aprile 2017, affermando che “la vicenda sollevata con il presente ricorso dalla ricorrente Asd Barletta Calcio a 5 risulta di tutto rilievo, investendo il Collegio, nella sua funzione nomofilattica, di una questione la cui soluzione costituisce un precedente univoco, da applicarsi da parte del Giudice Sportivo Nazionale in situazioni analoghe”.

Con tale premessa, il Collegio di Garanzia ha inteso sottolineare che, a prescindere dalla fattispecie concreta in disamina, il verdetto sancito all’esito del procedimento descritto avrebbe poi dovuto trovare applicazione in tutti i casi in cui il Giudice Sportivo si trovi a intervenire d’ufficio, dando luogo così a una pronuncia interpretativa di estrema utilità perché finalizzata a cristallizzare la corretta interpretazione della disposizione.

Dopo aver risolto una questione preliminare, assorbita dall’accoglimento del motivo principale di ricorso, il Collegio di Garanzia dello  Sport del CONI, entrando in medias res, ha sancito la preminenza delle norme del Codice di Giustizia Sportiva rispetto a quelle del codice di procedura civile, in quanto lex specialis non adeguatamente valorizzata dalla Corte Sportiva d’Appello Nazionale.

Nella decisione, infatti, si legge che “erra, a parere del Collegio, il Giudice di Secondo Grado in questa statuizione, trascurando completamente la portata e il contenuto delle norme di diritto sportivo quali, nel caso di specie, quelle contenute nel Codice di Giustizia Sportiva della Figc”.

In proposito, il collegio giudicante ha osservato che, avuto riguardo ai giudizi di primo grado relativi alla regolarità della gara, in particolare alla posizione irregolare dei calciatori, deve privilegiarsi l’esigenza dell’ordinamento sportivo di risolvere celermente le controversie, in quanto trattasi di questioni di pubblico interesse, anche ove tale priorità determini una compressione del diritto di difesa e del contraddittorio (comunque garantiti nel procedimento di appello).

In particolare, “é, quindi, di tutta evidenza che il Giudice Sportivo, sulla base delle norme federali nonché dei dettami del C.G.S. del CONI (art. 14), decide senza udienza e con immediatezza su tutte le questioni connesse allo svolgimento delle gare, potendo pronunciarsi o su reclamo di una delle parti o, come dice espressamente il C.G.S. della Figc, d’ufficio, sulla base di quanto risulta dai documenti ufficiali di gara. Risulta quindi assolutamente preminente il potere-dovere del Giudice Sportivo Nazionale di pronunciarsi sulla regolarità dei giocatori disputanti una gara, laddove risulti alla Sua conoscenza, per tabulas, la presenza di irregolarità inficianti il risultato ottenuto. è evidente, infatti, che, laddove si vincolasse il Giudice Sportivo Nazionale al concetto di pronuncia solo ed unicamente sulla questione reclamata in presenza di altra evidente irregolarità, si violerebbe il principio generale di tutela dell’ordinamento sportivo di natura evidentemente pubblicistica”.

In altre parole, il Collegio di Garanzia dello Sport ha stabilito che la decisione riguardante la regolarità delle gare rappresenta una questione prioritaria per l’ordinamento sportivo, tanto da assurgere ad argomento di “pubblico interesse” per tutti i consociati. Conseguentemente, deve essere oggetto della massima tutela possibile ed equiparato al “potere-dovere del Giudice di pronunciarsi oltre il dedotto su questioni considerate rilevabili ex officio, prima fra tutte, ad esempio, la nullità contrattuale, oggetto di obbligatorietà, nella rilevazione officiosa, come sancito anche dalle Sezioni Unite della Suprema Corte”.

Per tale ragione, “un’interpretazione contraria del potere d’ufficio del Giudice comporterebbe infatti un vero e proprio vulnus al principio di coerenza dell’ordinamento sportivo, che, quale ordinamento disciplinante interessi pubblici collettivi, deve vedere l’assoluto rispetto delle norme organizzative di un campionato sportivo. Non a caso, il C.G.S. della Figc parla di potere di rilevazione d’ufficio da parte del Giudice Sportivo di tutte quelle irregolarità regolamentari che falsano il risultato di una gara, e che sono dallo stesso conosciute, indipendentemente dall’impulso di parte”.

Conseguentemente, sono stati riconosciuti in via definitiva al Giudice Sportivo i più ampi poteri di intervento d’ufficio, nei casi in cui sia in discussione il risultato di una gara, anche ove ciò confligga con la massima tutela del diritto di difesa delle parti coinvolte nel procedimento, cui non deve necessariamente essere consentito di argomentare, quantomeno in primo grado, su circostanze che possono determinare la mancata omologazione dell’esito della partita.

Proprio per tali ragioni, il Collegio di Garanzia dello Sport ha accolto il ricorso del Barletta Calcio a 5, ripristinando la decisione di primo grado (che aveva inflitto, nei confronti della Polisportiva Sammichele, la sanzione della perdita della gara per sei a zero), affermando che “erra la Corte Sportiva d’Appello nel ritenere limitato il potere di indagine del Giudice Sportivo di Primo Grado, che, al contrario, ha il potere di verificare, laddove ritiene, sulla scorta di accertamenti effettuati presso l’Ufficio tesseramenti, la regolarità di una gara. Una limitazione al potere di indagine sugli atti di gara finirebbe per svilire la funzione del Giudice Sportivo Nazionale che, al contrario, ha il compito di pronunciarsi con immediatezza e senza indugio su tutte le questioni inerenti la regolarità di una gara e la conseguente sua omologazione, secondo il principio sancito dall’art. 14 C.G.S. del CONI”.

Approfondimento su > IL RECLAMO DELLA POLISPORTIVA SAMMICHELE

Soccombente nel giudizio di primo grado, la Pol. Sammichele interponeva rituale reclamo alla Corte Sportiva d’Appello Nazionale.

L’unico motivo di gravame riguardava la “violazione [da parte del Giudice Sportivo Nazionale nda] del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato ex art. 112 c.p.c., in quanto – va ribadito – il Barletta Calcio a 5 aveva posto all’attenzione del Giudicante di prime cure esclusivamente la posizione del calciatore Antonio Gargano, individuata come thema decidendum in ricorso, là dove, invece, il Giudice Sportivo aveva rivolto attenzione e svolto ulteriori indagini sulla regolarità del tesseramento di altri calciatori”.

In sostanza, la Polisportiva Sammichele lamentava che il Giudice Sportivo non avrebbe potuto, d’ufficio, svolgere accertamenti e approfondimenti presso l’Ufficio Tesseramento aventi ad oggetto questioni non sottopostegli dalla ricorrente, né, tantomeno, accertare la sussistenza di una violazione della quale non era stata fatta menzione nel reclamo, riguardante la posizione di uno specifico calciatore e non di altri.

Si invocava, a tal proposito, l’art. 112 del codice di procedura civile, cui gli organi di giustizia sportiva devono ispirarsi, in via residuale rispetto alle norme interne, ai sensi dell’art. 2, comma 6, del Codice di Giustizia Sportiva del CONI, secondo il quale “il giudice deve pronunciare su tutta la domanda e non oltre i limiti di essa; e non può pronunciare d’ufficio su eccezioni, che possono essere proposte soltanto dalle parti”.

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