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I principi di autonomia e indipendenza dei giudici sportivi

Il Codice di Giustizia Sportiva del C.O.N.I. offre un preciso richiamo ai «principi del processo sportivo» il cui non esaustivo inventario è completato attraverso il riferimento «ai principi e alle norme generali del processo civile», a cui gli organi di giustizia dovranno conformare la propria attività, seppur nel rispetto del «carattere di informalità» che ne connota i procedimenti.

Tale scelta, chiaramente volta ad assicurare maggiore uniformità e coerenza alle regole che governano il contenzioso, offre un’ulteriore conferma dell’effettiva natura giurisdizionale del processo sportivo. Infatti, la gestione e risoluzione delle controversie interne agli ordinamenti federali, espressione della loro autodichia che si innerva sulla volontaria sottoscrizione statutaria del vincolo, è oramai ascritta alle forme di esercizio della giurisdizione e, pertanto, l’esigenza di richiamare quei principi e quelle garanzie che «fanno di un giudizio un giudizio» appare tanto opportuna quanto legittima (in argomento, A. Panzarola, Sui principi del processo sportivo (riflessioni a margine dell’art. 2 del codice di giustizia sportiva), in Riv. dir. sport., 2015, 32 ss.; P. Sandulli, M. Sferrazza, Il giusto processo sportivo. Il sistema di giustizia sportiva della Federcalcio, Milano, 2015).

Nel novero di tali garanzie, il rispetto dell’indipendenza ed autonomia dell’organo giudicante, posto a presidio del corretto esercizio della funzione giurisdizionale, è approdo risalente nel contesto normativo della giustizia sportiva e la previsione contenuta all’art. 3 dell’attuale codice si limita a ribadire.

Già il d.lgs. 15/2004, dopo l’emanazione della legge n. 280/2003, aveva inserito all’art. 7, co. 2, d.lgs. 242/1999, la lettera h-bis), che richiamava espressamente la “terzietà e imparzialità degli organi giudicanti” tra i principi e criteri il cui rispetto va garantito nei procedimenti di giustizia sportiva. Analogamente, i Principi fondamentali degli statuti, a cui le federazioni e le discipline sportive associate sono tenute a uniformarsi (in forza dell’art. 5, comma 2, lett. b, d.lgs. 242/1999 e dell’art. 6, comma 4, lett. b, Statuto CONI), impongono il rispetto del fondamentale principio di separazione tra i poteri di gestione sportiva e di gestione della giustizia federale” (art. 3, comma 6) con i corollari dell’assenza di vincoli tra le sorti del consiglio federale nominante e gli organi di giustizia nominati (art. 3, comma 7), oltre che dell’incompatibilità della carica di componente degli organi di giustizia con “qualsiasi altra carica federale e sociale” nell’ambito della stessa federazione o disciplina sportiva associata. Senza dimenticare i Principi di giustizia sportiva, formalmente introdotti nello scorso decennio, che all’art. 3 prevedono un generale richiamo affinché gli organi di giustizia sportiva agiscano “nel rispetto dei principi di piena indipendenza, autonomia e riservatezza”.

Evidente come si tratti di valori ben radicati nell’ordinamento sportivo, la cui evoluzione dialoga da tempo con l’assoluta necessità di predisporre meccanismi in grado di garantirne la tutela.

Da un lato, l’indipendenza attiene ad un profilo di efficienza nell’esercizio della funzione giudicante, chiamata a svolgersi senza interferenze da parte di chiunque sia titolare di altre funzioni nell’ambito dell’ordinamento sportivo e federale, in particolare degli organi che esercitano il potere di gestione sportiva; dall’altro lato, l’autonomia concerne la struttura interna degli organi di giustizia e l’esercizio del potere di amministrazione del corpo giudicante (M. PROTO, Su autonomia e indipendenza dei «nuovi» organi di giustizia, in Riv. dir. sport., 2015, 97 ss.).

Entrambe risultano primariamente tutelate attraverso il summenzionato principio di separazione, in forza del quale si vuole escludere che i poteri di “gestione sportiva” si vedano attribuire dallo Statuto federale un potere diretto di nomina, prima, e di controllo, poi, sugli organi di giustizia. Per questo motivo, è prevista la partecipazione al processo di nomina della Commissione federale di garanzia, a cui è istituzionalmente conferito (ex art. 5, comma 1, CGS) l’esercizio di una funzione valutativa delle candidature, fermo restando che il potere di nomina, nella quasi totalità dei casi, è comunque rimessa, da Federazioni e Discipline sportive associate, in capo al Consiglio federale.

Anche il giudice, peraltro, dovrà farsi parte attiva e diligente, non soltanto imponendo a sé stesso e alle parti del giudizio il rispetto e l’osservanza del principio del contraddittorio, bensì offrendo, sin dal momento in cui accetta l’incarico, una dichiarazione che escluda la sussistenza di “rapporti di lavoro subordinato o continuativi di consulenza” o, comunque, “altri rapporti di natura patrimoniale o associativa” con la federazione o disciplina di appartenenza, nonché con tesserati o affiliati, “che ne compromettano l’indipendenza” (art. 3, comma 3, CGS).

La disposizione introduce una fattispecie sostanzialmente aperta, tesa a dilatare in maniera sensibile lo spettro delle ipotesi di potenziale astensione e/o ricusazione per incompatibilità, prendendo le distanze dall’idea, invalsa in passato, secondo cui, in ragione dell’estrema specializzazione della materia sportiva, la capacità dei componenti degli organi di giustizia di porsi al di sopra delle contingenze e/o dei condizionamenti ideologici, nell’interesse della corretta amministrazione della giustizia, andasse, se non presunta, valutata in maniera tutt’altro che intransigente.

La nuova disposizione, infatti, non si limita a richiamare ipotesi di condizionamento evidente, quali quelle rilevabili in presenza di un rapporto di subordinazione, economico o altresì affettivo, bensì qualunque forma di appartenenza o mera vicinanza associativa che sia tale da influenzare il giudice nell’esercizio della propria libertà di decisione. Tuttavia, eventuali informazioni reticenti o non veritiere saranno semplicemente segnalate alla Commissione federale di garanzia, chiamata ad adottare “le misure di competenza” nella più assoluta discrezionalità (art. 3, comma 3, CGS).

Sulla stessa falsariga si pongono i previsti criteri di incompatibilità e di esclusione dei giudici sportivi da altri uffici federali (art. 3, comma 5, CGS), con particolare attenzione per la possibilità, non infrequente, di rivestire contestualmente cariche presso gli organi di giustizia del C.O.N.I. e delle Federazioni, al fine di garantire una maggiore trasparenza e di non riprodurre, in ambito di processo sportivo, i legami funzionali e organizzativi di fatto esistenti tra le Federazioni ed il Comitato olimpico nazionale.

Inoltre, per garantire una maggiore specializzazione, unitamente ad un più ampio coinvolgimento nell’esercizio delle funzioni, si è deciso di ridurre drasticamente, portandolo a due, il numero di organi di giustizia e procure federali in cui uno stesso giudice può ricoprire incarichi.

I componenti degli organi di giustizia sportiva sono tenuti a comunicare prontamente al presidente o capo dell’organo di appartenenza ovvero direttamente al Presidente della Commissione di garanzia le cause originarie o sopravvenute di incompatibilità o di decadenza dall’incarico. L’eventuale esercizio delle proprie funzioni, in violazione dei principi di piena indipendenza e autonomia (oltre che terzietà, imparzialità, correttezza, diligenza) darà luogo ad una responsabilità disciplinare la cui valutazione è rimessa alla Commissione di garanzia e sanzionata, in caso di violazione dei doveri di terzietà, con la destituzione dall’Organo di giustizia sportiva.

Infine, volgendo lo sguardo ad esperienze diverse da quelle del nostro ordinamento si può osservare come il ventaglio delle soluzioni si presenti ampio. Da un lato, un richiamo significativo è rappresentato dall’esperienza del Tribunale arbitrale dello sport (TAS) di Losanna, istituzione arbitrale esofederale (su cui, L. CASINI, Il Tribunale arbitrale dello Sport, in Rivista trim. dir. pubblico, 2012, 625 ss; se vuoi A. MERONE, Il Tribunale arbitrale dello Sport, Torino 2009) che per superare il vaglio del Tribunale federale svizzero, che ne aveva messo in dubbio indipendenza e autonomia rispetto al Comitato Olimpico Internazionale, ha assegnato il potere di selezione e nomina dei propri arbitri all’International Council of Arbitration for Sport (ICAS), soggetto esterno e distinto dalle Federazioni e dai Comitati nazionali e internazionali, oltre che dal Tribunale stesso. Il ruolo di filtro e garanzia svolto dall’ICAS ha consentito di superare il rapporto organico tra Tribunale e Comitato Olimpico Internazionale, divenuto perlomeno indiretto, pur persistendo alcune critiche alla sua piena autonomia e indipendenza, da parte di quelle categorie (atleti e tecnici) che ne lamentano meccanismi di selezione e nomina non sufficientemente bilanciati e inclusivi, in quanto incapaci di dare espressione a tutte le componenti e attori delle diverse discipline sportive (in argomento si rinvia alle recenti implicazione del caso Pechstein, su cui M. Vigna, La saga Pechstein: tremano le colonne del tempio TAS?, in Riv. Dir. Ec. Sport, 2015, 17 ss.; se vuoi, A. Merone, Le modifiche del 2016 al Code TAS, Riv. Arb. 2016, 439 ss.)

Dall’altro lato, ben minori appaiono le garanzie di autonomia e indipendenza dell’organo giudicante offerte in seno alle federazioni degli sport professionistici statunitensi, in particolare nelle cosiddette Major Leagues, in cui si riscontra la figura del Commisioner, che assorbe in capo a sé tanto le funzioni inquirenti quanto quelle decisorie, in una confusione di ruoli storicamente giustificata dalla aspirazione di attribuire ad unico soggetto il compito di tutelare e il potere di perseguire “the best interests of the game” (si rinvia a A. Panzarola, L’arbitrato sportivo statunitense nelle leghe professionistiche. Sul problema dell’imparzialità del «Commissioner» della NFL («National Football League») nel procedimento arbitrale in materia di sanzioni disciplinari, in Riv. arbitrato, 2015, 17 ss.). Figura che si palesa distante dalle nostre esigenze di vedere pienamente garantita l’indipendenza e l’autonomia dell’organo giudicante e che pure funge da modello in un ordinamento in cui la rilevanza sociale ed economica dello sport rimane di primaria grandezza.

 

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