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Il Calcio Femminile: peculiaritˆpsico-sociali

Gli sport di squadra, con particolare riferimento al calcio, nel nostro Paese sono troppo spesso associati quasi esclusivamente alla pratica maschile. Ma oggi più che mai, non sono solo i maschi ad avere ambizioni quando scendono in campo

Nell’età evolutiva lo sport, a praticarlo sono maggiormente i maschietti delle femminucce. I media svolgono un ruolo essenziale nella creazione delle immagini maschili e femminili. La copertura di eventi sportivi nei media è in larga parte dominata da notizie riguardanti uomini piuttosto che da notizie riguardanti donne, la qual cosa trova conferma nella visione tradizionale che gli uomini siano attivi ed atletici, mentre le donne al contrario non lo siano. Per dare solo un esempio dell’importanza di questo problema, alcuni studi hanno dimostrato che le ragazze spesso lasciano gli sport organizzati già nell’adolescenza e questo fenomeno si spiegherebbe, almeno in parte, con l’assenza di modelli femminili positivi nei media sportivi.
Le ragazze sarebbero così escluse da una vasta gamma di benefici associati con la pratica sportiva, come una maggior stima di sé, un’immagine maggiormente positiva del proprio corpo, migliori risultati scolastici e livelli più bassi di ansia e soprattutto depressione, che come si sa nelle forme più lievi colpisce maggiormente le donne.
Tanto l’attività sportiva quanto la competizione agonistica appartengono storicamente e culturalmente al dominio maschile (come altri campi, es., la carriera politica e quella militare), ma negli ultimi 20 anni il quadro è cambiato, essendo venute meno molte barriere sociali che hanno limitato la partecipazione femminile alle attività motorie e sportive.
Lo sport sia esso professionistico o dilettante è un fenomeno che coinvolge, per lo meno in tutto il mondo occidentale, uomini e donne. La storia dello sport tuttavia è stata a lungo caratterizzata da una netta predominanza maschile e il campo delle attività sportive è, a tutt’oggi, segnato da profonde differenze di genere: gli uomini partecipano più delle donne alla pratica sportiva e, al contempo, gli sport maschili sono più rilevanti sia economicamente sia culturalmente.

Al momento la distanza tra i generi si sta colmando, ma è un processo non ancora compiuto.
Non ci sono differenze nella partecipazione ad attività di carattere ricreativo o dilettantistico, ma lo sport professionistico e lo sport come spettacolo sono ancora dominio maschile. Grossi cambiamenti sono avvenuti, ma ancora delle notevoli differenze esistono, specie nei diversi livelli di agonismo (amatoriale, dilettantismo, professionismo) e nelle discipline sportive. Ora le donne hanno più opportunità, ma vari fattori psicosociali rendono ancora difficile alle donne lo sfruttare queste opportunità.
All’interno della Figc, è da considerarsi una svolta in positivo il recente ingresso del calcio femminile all’interno di un Dipartimento specifico sotto l’egida della Lega Nazionale Dilettanti che ne garantirà maggiore visibilità e organizzazione. Questo potrebbe rappresentare l’anno zero su cui costruire un grande calcio femminile nel nostro Paese che, a differenza per esempio degli Stati Uniti dove la disciplina “in rosa” sembra essere addirittura più seguita di quella maschile, è ancora poco conosciuto e sfruttato nelle sue latenti capacità.
L’idea è che fin dall’infanzia i bambini e le bambine imparano dall’ambiente circostante le condotte che a livello sociale sono maggiormente rinforzate in relazione al proprio sesso. La socializzazione ai ruoli sessuali e le differenze precoci nel gioco organizzato di maschi e femmine sono precursori delle differenze nell’identità di genere (si veda box Le Identità di genere) che si svilupperanno dall’età evolutiva a quella adulta. Numerose ricerche fatte in questo ambito evidenziano come i giochi dell’infanzia possono essere considerati come precursori dell’attività sportiva.

I maschi preferiscono:
• i giochi all’aperto
• gruppi di gioco medio-grandi
• età eterogenea del gruppo di gioco
• meno maschi che fanno giochi da femmina (i cosiddetti “maschi femminilizzati”)
Questo porterebbe i maschi da grandi ad essere più propensi verso gli sport di squadra.

Le femmine invece preferiscono:
• giochi al chiuso
• gruppi di gioco medio-piccoli
• età omogenea del gruppo di gioco
• più femmine che fanno giochi da maschio.

Questo porterebbe le femmine da grandi ad essere più propense verso gli sport individuali. La partecipazione a sport di squadra decresce dalle elementari all’università, sia per i maschi che per le femmine. I maschi comunque partecipano sempre di più indipendentemente dall’età. Le femmine preferiscono attività in spazi chiusi ed in piccoli gruppi o in solitudine.
Indipendentemente dal contesto competitivo fanno sport le ragazze che sono incoraggiate allo sport da persone per loro importanti, i cui genitori e amici che ritengono che lo sport sia un’attività  appropriata per un’adolescente femmina. Il ruolo della famiglia però non è sempre positivo. La famiglia è importante come supporto all’attività sportiva ma eccessive aspettative e supporto possono anche essere elemento di disturbo per adolescenti sia maschi che femmine e possono portare all’abbandono (si veda box Il fenomeno del Drop–out nello sport femminile). La condizione ottimale è un interesse di moderata intensità. Quando il coinvolgimento è elevato aumenta infatti lo stress percepito e la soddisfazione nel fare sport cala.
È sensato ipotizzare che le femmine ne risentano di più, essendo la famiglia il principale agente di socializzazione sportiva.

FOCUS SU > LE IDENTITA’ DI GENERE

Con l’espressione “Identità di Genere” intendiamo il senso e la convinzione di appartenenza al genere maschile o femminile. Con l’identità di genere si indicano i tratti sociali e culturali che qualificano il comportamento e i ruoli della persona in termini di mascolinità e femminilità. Si riferisce alla percezione che ogni persona ha di sé e del proprio essere maschio o femmina. L’identità di genere è diversa dall’orientamento sessuale, può essere diversa dall’identità sessuale assegnata alla nascita. La sua formazione è una normale tappa evolutiva. Inizia a svilupparsi alla nascita. Nel suo sviluppo sono coinvolti vari fattori: genetici e ambientali, intrapsichici e relazionali. In realtà potremmo dire che l’identità di genere inizia a strutturarsi già prima della nascita, in base all’immagine del bambino presente nella mente dei genitori, dipendente dalla loro personalità, dalla loro relazione, dalla composizione della famiglia, dalle loro aspettative e che influenza l’atteggiamento nei confronti del nascituro ed il ruolo che assegneranno al suo corpo e al suo genere.

• IDENTITA’ SESSUALE: l’appartenenza biologica al sesso maschile o femminile determinata dai cromosomi sessuali.
• IDENTITA’ DI GENERE: rappresentazione emotiva di sé come maschio/femmina e ciò che è potenzialmente possibile come maschio/femmina.
• IDENTITA’ DI RUOLO: l’insieme di aspettative e ruoli su come gli uomini e le donne si debbano comportare in una data cultura e in un dato periodo storico.
• ORIENTAMENTO SESSUALE: l’attrazione fisica e affettiva per una persona di sesso diverso, persone dello stesso sesso o entrambi.

FOCUS SU > IL FENOMENO DEL “DROP-OUT” NELLO SPORT FEMMINILE

Per “Drop -out” si intende l’abbandonare una disciplina o un’attività prima che essa venga conclusa nel suo termine naturale (es.scuola,terapie,sport). È, infatti, ormai ampiamente assodato che lo sport viene praticato dalle preadolescenti – adolescenti quel tanto che basta per garantire loro un buon sviluppo fisico, per assicurare il divertimento e l’acquisizione di competenze, per offrire loro conferme, sostegno, amicizie: solo raramente acquisisce un ruolo centrale per la costruzione dell’identità personale, diventando una vera e propria carriera professionale e, pertanto, una scelta di vita.
L’utilizzo “strumentale” dell’attività atletica, ossia come esercizio praticato unicamente a scopo ludico e salutistico, conterrebbe in sé già le ragioni del Drop-out, considerando anche l’atteggiamento di quella parte di genitori per i quali sembra naturale l’abbandono dell’impegno sportivo verso i 16-17 anni, cioè una volta che lo sviluppo corporeo si sia manifestato e sia ormai quasi completato.

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