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Il calcio pratico di Simone Inzaghi

Promosso in prima squadra direttamente dalla Primavera della Lazio, l’ex bomber piacentino si sta rivelando uno dei tecnici più talentuosi del panorama nazionale

Sulla scia del fratello Filippo, anche Simone Inzaghi ha avuto una lunga carriera da giocatore professionista, sicuramente meno ricca di trofei ma altrettanto costellata di successi personali.Nato a Piacenza nell’aprile del 1976, i suoi inizi sono stati simili a molte giovani promesse: settore giovanile fino alla Primavera. Simone Inzaghi inizia il proprio percorso professionale appena maggiorenne a Carpi in C1, poi scende in C2 indossando prima la maglia del Novara (in una squadra che dominò il campionato, chiuso al primo posto con otto punti di vantaggio sulla seconda) poi quella del Lumezzane, risale in C1 col Brescello e infine fa ritorno a Piacenza, dove gli viene offerto un posto in Serie A nella squadra allenata da Beppe Materazzi. In biancorosso gioca come punta centrale con Rastelli e Piovani sulle fasce, diventa il capocannoniere della squadra e chiude davanti al fratello “Pippo” nella classifica marcatori.

Unico calciatore della Lazio ad aver vinto la Supercoppa Italiana sia da calciatore che da allenatore, per uno strano scherzo del destino ha segnato la sua prima rete nelle massima serie proprio contro i biancazzurri, a tre minuti dal 90’. Il passaggio nel club capitolino avvenne nell’estate del 1999 per 30 miliardi di lire e il 2000 fu il suo anno magico: esordì in Nazionale in coppia con il fratello; collezionò 11 presenze e 9 gol in Champions League di cui 4 contro il Marsiglia; segnò il gol decisivo per la vittoria dello scudetto contro la Reggina sancendo il sorpasso alla Juventus; vinse Supercoppa Italiana e Coppa Italia nella doppia finale contro l’Inter giocando titolare nel 4-5-1 di Sven Göran Eriksson.

Dal campo alla “panca”
Appesi gli scarpini al chiodo Inzaghi decide di restare in orbita Lazio per iniziare il proprio percorso da allenatore. Vinta la Coppa con gli Allievi Regionali passa agli Allievi Nazionali, quindi alla Primavera con cui vince – dopo oltre 30 anni – la Coppa Italia di categoria, bissando il successo l’anno successivo nel derby contro la Roma. Ma è nella stagione 2015-16 che arriva la svolta: subentrato all’esonerato Stefano Pioli, Inzaghi esordisce in Serie A mettendo in mostra un calcio piacevole e convincente che gli fa guadagnare i pareri positivi della stampa (“La Biancoceleste vince 3-0, si riavvicina sensibilmente alla lotta per l’Europa e aumenta i rimpianti per non aver cambiato prima Pioli”, tratto da La Repubblica del 11/04/2016).

Questo percorso positivo, stranamente, non gli vale la conferma per l’anno successivo. Il presidente Lotito, infatti, inizialmente gli preferisce Marcelo Bielsa, il quale, per alcune divergenze di vedute con la dirigenza, si dimette quasi subito permettendo al tecnico piacentino di tornare alla guida della squadra capitolina. Inzaghi non si lascia sfuggire l’occasione e nella stagione successiva si toglie pure la soddisfazione di vincere il derby sia in Coppa Italia, sia in campionato a quattro anni di distanza dall’ultimo successo.

Il gioco di inzaghi
Dal punto di vista tattico, l’avvio di Simone Inzaghi è stato all’insegna della sperimentazione. Dall’avvento del Barcellona di Guardiola, che con il suo tiki-taka ha stregato il pubblico di tutto il mondo, si è assistito troppe volte a un pericoloso spirito emulativo: inizio della manovra dal portiere, lungo possesso palla, tentativo di palleggio esasperato a centrocampo, ricerca del bel gioco e del dominio sull’avversario. Ma non tutte le squadre hanno le caratteristiche tecniche per mettere in pratica questo tipo di gioco, difficilmente adattabile nei vari contesti. Inzaghi, al contrario, non ha seguito mode e ha da subito cercato la “sua” via. Nella prima stagione in A utilizzò 11 moduli diversi. La ricerca del sistema di gioco più adatto fu agevolata dal fatto di non dover giocare in Europa: Inzaghi passò dunque dal 4-3-3 (Atalanta-Lazio 0-3) al 3-5-2 (Lazio-Fiorentina 3-1), poi dal 3-4-1-2 (Lazio-Atalanta 2-1) al 4-5-1 (Udinese-Lazio 0-3); per 25 volte schierò la difesa a 4, per 18 quella a 3. L’anno seguente avvenne la svolta. Partendo probabilmente dal presupposto che al giorno d’oggi nel calcio non c’è più nulla da inventare e che alcune regole sono sempre attuali (difesa e contropiede su tutte), Inzaghi puntò sul 3-5-2, variando di tanto in tanto il numero di attaccanti e centrocampisti all’interno di un sistema di gioco fondato su principi pratici. Questo perché, con razionalità e intelligenza, si riesce a ingabbiare l’avversario a prescindere dalle mode del momento, ottenendo quello che più è importante: il risultato.

Durante la costruzione della manovra, se l’azione parte dal rilancio del portiere Inzaghi chiede di cercare la mezzala (FIG. 1) per conquistare subito la palla permettendo l’inserimento alla sue spalle dell’esterno.

In fase di non possesso, con attacco centrale, all’interno della propria metà campo Inzaghi preferisce che gli esterni si abbassino per creare una linea difensiva a 5, 

così da permettere la giocata in anticipo dei tre centrali sugli attaccanti avversari, garantendo adeguata copertura alle loro “spalle” sfruttando la superiorità numerica (FIG.2). Questo 5-3-2, che in fase di non possesso si adatta allo schieramento della squadra avversaria (una punta e due mezze punte), può anche trasformarsi in un 5-2-3 sia per impedire un’agevole costruzione della manovra offensiva, sia per trovare spazi nelle ripartenze una volta riconquistata palla (FIG.3).

Quando invece la palla oltrepassa la trequarti di campo e finisce sull’esterno, la squadra di Inzaghi adotta una nuova disposizione in campo, più simile a un 4-4-2 (FIG.4). 

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