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IL CALCIO SANGUINARIO
DELL’IMPERO AZTECO

C’era una porta, che aveva la forma di un anello circolare scolpito, all’estremità di un campo di circa 50 metri di forma circolare, le tribune che fiancheggiavano lo spazio di gioco e accoglievano spettatori e sacerdoti, una copertura fatta di paglia sistemata su dei pilastri, e l’ingresso alla struttura posto all’estremità orientale a forma di bocca di serpente. Così doveva apparire intorno al 1518 al conquistador del Messico, Hernan Cortès, uno degli spazi sacri destinati all’interno di enormi santuari alle partite di palla dal popolo azteco.

La conferma di ciò l’hanno data i resti ritrovati di recente a Città del Messico di un campo piuttosto ben conservato dove tutti gli elementi erano rintracciabili o deducibili, le formazioni degli atleti disposte compatte come le odierne squadre di calcio, lo svolgimento del gioco, il fossile della palla utilizzata, gli anelli circolari delle porte che hanno resistito al logorio dei secoli trascorsi.

Era già noto che le popolazioni pre-colombiane praticassero un gioco simile all’odierno football, nota anche la destrezza e la forza che i calciatori aztechi dimostravano in campo. Questa disciplina, rituale e sacra, fu praticata dal 1400 prima da abitanti dell’attuale Perù, poi dagli Olmechi nel Golfo del Messico, senza interruzioni fino all’arrivo dei conquistadores spagnoli e la fine dell’impero decretata dalla caduta del suo centro principale, Tenochtitlan, nel 1521.

La struttura appena riportata alla luce ha fornito nuovi dettagli su come questo gioco si svolgesse: i calciatori utilizzavano per colpire la palla bacino, glutei, spalle e testa; non era ammesso toccare la sfera con le mani e soprattutto coi piedi, chi lo faceva subiva delle penalizzazioni. La palla doveva essere infilata nell’anello di pietra che fungeva da porta e vinceva la squadra che al termine dell’incontro aveva fatto più centri.

Vittoria o sconfitta. E cosa succedeva a questo punto? Su questo il ritrovamento fatto a Città del Messico offre le informazioni più sorprendenti e macabre. Tutto l’ambiente archeologico conferma l’ipotesi che la pratica fosse accompagnata da sacrifici umani ritenuti necessari a placare l’ira divina nei confronti dello schieramento perdente. Adiacente al terreno di gioco in un tempio dedicato a Ehecatl, dio del vento azteco, vendicatore e emanatore di una giustizia spietata, erano presenti altari verosimilmente destinati ad accogliere il sangue di almeno un giocatore sconfitto, rito che scongiurava che tempeste e trombe d’aria si abbattessero sulla popolazione. Così l’abilità dei calciatori in campo diventava la variabile che poteva condurre alla gloria o alla morte. I sacerdoti del dio avrebbero compiuto la scelta della vittima sacrificale. Tutto lo svolgimento del gioco era accompagnato da un tifo estremo, a cui prendeva parte lo stesso sovrano, e il perché di tanta urgenza è facilmente comprensibile, se si considerano le conseguenze che la sconfitta avrebbe avuto su squadra perdente e loro sostenitori. Un sacrificio umano allora era un dramma esiguo, rispetto alle catastrofi che poteva scatenare un dio vendicativo.

 

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