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Il disturbo dell’iperattivitˆcon deficit dell’attenzione

Il disturbo dell’Iperattività con Deficit dell’Attenzione (d’ora in poi ADHD) è un disturbo cronico e pervasivo dello sviluppo con esordio nell’infanzia (prima dei 7 anni) caratterizzato, come dice il nome stesso, da deficit di attenzione, impulsività, iperattività o una combinazione di questi elementi. La proposta di una sindrome così ben definita si affaccia in Italia dopo la pubblicazione negli Stati Uniti – circa venti anni fa – del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM III, che definiva le caratteristiche cliniche di questo disordine.

E’ il termine medico con cui attualmente identifichiamo lo specifico quadro di difficoltà che alcuni bambini mostrano nel mantenere attiva e orientata al compito la propria attenzione, nel controllare l’impulso ad agire e nel regolare in generale il livello della propria attività.

Circa il 4% della popolazione pediatrica soffre di questo disturbo.

Si tratta di un disturbo eterogeneo e complesso, multifattoriale che nel 70-80% dei casi coesiste con uno o più altri disturbi (fenomeno definito comorbilità, ovvero due o più disturbi collegati). Quelli più frequentemente associati sono i Disturbi specifici dell’apprendimento, i Disturbi dell’ansia, il Disturbo della condotta e il Disturbo oppositivo – provocatorio.

Per ciò che concerne i sintomi principali, L’ADHD ha un ampio spettro di sintomi raggruppabili in tre sottogruppi a seconda dell’area maggiormente coinvolta (vedi Box “I sintomi da ADHD”):

  • Tipo con Deficit di attenzione
  • Tipo con Iperattività e comportamenti Impulsivi predominanti
  • Tipo combinato

L’ADHD non deve essere confusa con il semplice comportamento esuberante di molti bambini, perché è un disturbo che crea grosse difficoltà di autocontrollo nei bambini. Questi bambini non sono in grado di star seduti a lungo, rispettare i loro turni, prestare attenzione e rispettare le regole.

Sono alcuni di quei bambini che troviamo alle feste dei nostri figli, nei bus o sul treno, nelle scuole o per la strada e che si mostrano continuamente agitati, in continuo movimento, che non riescono a stare mai fermi, che si dimenano continuamente e che i genitori trovano grande difficoltà a tenere “buoni”.  Quando, poi, iniziano a frequentare la scuola sono quei bambini che le insegnanti non vorrebbero mai tenere: si alzano continuamente dal loro posto, danno fastidio ai compagni, non riescono a svolgere i compiti assegnati e finiscono spesso per cambiare banco, classe e talvolta scuola. Il loro profitto scolastico proprio per la ridotta capacità di concentrazione è spesso scarso o comunque sufficiente e difficile è il loro rapporto con i coetanei, ma anche con gli adulti per la grande impulsività. La loro difficoltà viene percepita dai genitori e dagli insegnanti ma spesso, nel nostro paese, la diagnosi viene completamente misconosciuta.

Stessa cosa accade nei campi di calcio. Sono infatti molte le società dilettantistiche che hanno a che fare con questi bambini. E questo purtroppo scoraggia qualche tecnico a volerli allenare.

Nel contesto di squadra, non riuscendo a “giocare in gruppo”, questi bambini concentrano l’attenzione del mister tutta per loro, il quale, se non è ben preparato a lavorare con questa particolarità, potrebbe vivere la situazione relazionale con profonda frustrazione, simmetrica a quella dei loro genitori.

  L’iperattività viene manifestata con l’agitazione corporea, per esempio non riuscendo a rimanere seduti o fermi ad ascoltare una conversazione, oppure correndo senza freni per sfogare la frustrazione. Questi bambini hanno quindi grande difficoltà a fare giochi di squadra in cui è necessario conoscere e seguire le regole, quelle della scuola calcio per esempio. Ed è proprio qui su cui vorrei chiamare l’attenzione sulle grosse differenza tra la scuola e la scuola calcio. Negli istituti scolastici, è prevista, per i casi certificati, la figura dell’insegnante di sostegno, attraverso l’attuale legislazione in materia di handicap (L.104/92), che lavora individualmente con il bambino integrando così le forze e le energie dell’insegnante di classe. Nelle scuole calcio, ovviamente questa figura non esiste, e ciò potrebbe provocare il fenomeno del drop-out (abbandono) del bambino, visto che i centri calcistici non hanno ulteriori figure in dotazione per lavorare su questo livello. Certamente esistono scuole calcio qualificate dal Settore Giovanile Scolastico FIGC, che si avvalgono dello Psicologo, ma la presenza in campo non è una conditio sine qua non di questa figura, sempre troppo spesso confinata in sale riunioni per discutere a livello astratto e teorico delle problematiche espresse nei rettangoli verdi. Ecco perché, nel protocollo 2 T (Talento e Tenacia) portato avanti dal sottoscritto per ciò che riguarda l’attività di base, si cerca di spingere molto l’attenzione dei tecnici su esercitazioni pratiche che possono aumentare, se pur di poco, il livello di integrazione di questi bambini (vedi Box “ Cirle Time”), favorendone il graduale sviluppo sociale. Il protocollo lavora in maniera congiunta sui livelli cognitivi (l’attenzione e la concentrazione) e su quelli comunicativi (la relazioni).

In realtà questi bambini non hanno nessuna colpa, né tanto meno i loro genitori che invece vengono spesso additati come incapaci a svolgere bene il proprio ruolo di educatori. Se il bambino risponde ad una serie di criteri clinici ben definiti dal mondo scientifico la loro è una vera patologia organica e come tale meritevole di una precisa terapia. Solo con l’ausilio di  una giusta terapia i bambini cambieranno radicalmente il loro modo di vivere e tutti, genitori, insegnanti e tecnici, compagni ma soprattutto il bambino, potranno finalmente cogliere la bellezza di una vita “normale”.

Entrando in merito alla eziopatogenesi del disturbo si può affermare che la comunità scientifica non abbia molto capito le reali cause. Tra queste ci sono fattori genetici e le condizioni sociali e fisiche del soggetto. Da diversi anni, i ricercatori che si occupano di ADHD hanno iniziato a metterne in luce sintomi e cause e hanno trovato che il disturbo può avere una causa genetica. Attualmente, le teorie in proposito sono molto diverse da quelle che andavano per la maggiore anche solo pochi anni fa. I ricercatori stanno chiarendo che l’ADHD non è un disturbo dell’attenzione in sé – come si era a lungo ritenuto – ma nasce da un difetto evolutivo nei circuiti cerebrali che stanno alla base dell’inibizione e dell’autocontrollo. A sua volta, questa mancanza di autocontrollo pregiudica altre importanti funzioni cerebrali necessarie per il mantenimento dell’attenzione, tra cui la capacità di posticipare le gratificazioni immediate in vista di un successivo e maggiore vantaggio. Insomma, questi bambini sono quelli che preferiscono l’uovo oggi alla gallina domani, ovvero operano in una prospettiva di breve periodo.

A controbattere la tesi biologica, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) afferma che la diagnosi di ADHD può fare emergere disfunzioni all’interno della famiglia o nel sistema educativo o anche patologie psicologiche in singoli individui.

I bambini affetti da ADHD, pertanto, non riescono a controllare le loro risposte all’ambiente.

L’ADHD non è un problema marginale che si risolve con l’età. Contrariamente, infatti, a quanto si riteneva un tempo la condizione può persistere in età adulta. La sua storia naturale, infatti, è caratterizzata da persistenza fino all’adolescenza in circa due terzi dei casi e fino all’età adulta in circa un terzo o la metà dei casi.
 

BOX I SINTOMI DA ADHD

 
I sintomi da deficit di attenzione si presentano con alcuni di questi comportamenti:

  1. Mostrare scarsa attenzione ai dettagli o commettere errori in compiti scolastici o sportivi
  2. Mostrare difficoltà a mantenere l’attenzione durante un compito o un gioco
  3. Mostrare scarso ascolto a chi gli sta parlando (quando parla l’insegnate o l’allenatore)
  4. Mostrare difficoltà a organizzare il compito o le attività che devono svolgere (esercizi per stazioni)
  5. Evitare o non mostrare particolare interesse in compiti che richiedono uno sforzo mentale per lungo tempo (come i compiti scolastici oppure esercizi di coordinazione motoria)
  6. Perdere spesso le proprie cose come penne, libri a scuola o borracce d’acqua, pallone nel calcio.
  7. Distrarsi facilmente

I sintomi di iperattività hanno queste manifestazioni:

  1. Agitano le mani o i piedi o si muovono continuamente sulla sedia a scuola o nel calcio in panchina.
  2. Non restano seduti quando gli viene richiesto
  3. Mostrano irrequietezza: corrono o saltano continuamente in contesti inappropriati
  4. Hanno difficoltà a giocare in modo calmo
  5. Sono spesso “indaffarati” come se fossero “guidati da un motore”
  6. Parlano in maniera eccessiva

I comportamenti impulsivi si presentano così:

  1. Rispondono troppo frettolosamente e ancor prima che la domanda sia conclusa
  2. Mostrano difficoltà ad aspettare il proprio turno conversazionale
  3. Interrompono gli altri o si intromettono continuamente durante una discussione o un gioco
  4. Sono inclini alla coprolalia (dire brutte parole)

BOX CIRCLE TIME 

Il Circle Time è un metodo di lavoro a scuola, ideato dalla Psicologia Umanistica negli anni ’70, con lo scopo di proporre sia per le classi delle scuole che per tutti i gruppi che abbiano uno scopo comune, uno strumento efficace per aumentare la vicinanza emotiva e per risolvere i conflitti. Tale strumento si rivela particolarmente efficace per stimolare i giovani ad acquisire conoscenza e consapevolezza delle proprie ed altrui emozioni, per gestire le relazioni sociali sia con i pari che con gli adulti.

Il Circle Time è quindi un gruppo di discussione su argomenti di diversa natura, con lo scopo principale di migliorare la comunicazione e far acquisire ai partecipanti le principali abilità comunicative. Gli obiettivi possono essere:

-Riconoscere e gestire le proprie emozioni

-Riconoscere le emozioni degli altri (empatia)

-Creare un clima di serenità e di reciproco rispetto

-Imparare a discutere insieme, ad esprimere le proprie opinioni ad alta voce, a riassumere ciò che è stato detto, ad ascoltare e a chiedere l’ascolto

-Favorire la conoscenza reciproca,la comunicazione e la cooperazione tra tutti i membri del gruppo classe (alunno-alunno e alunno-insegnante)

-Aumentare la vicinanza emotiva e risolvere i conflitti, attraverso l’analisi dei problemi e trovando insieme le possibili soluzioni, evitando così la necessità di interventi autoritari da parte degli insegnanti.

La metodologia usata nelle scuole, è stata modellata dal protocollo 2T per ciò che riguarda il Talento al contesto calcistico, con l’ausilio di elementi ludici quali il lancio del pallone, come facilitatore della comunicazione. L’allenatore è in mezzo, i bambini in piedi a formare un cerchio e ognuno di essi deve esprimere delle considerazioni positive o negative sul versante umano o didattico verso il proprio tecnico prima e verso un proprio compagno. Ad ogni parere si procede con un applauso collettivo (rinforzo positivo della comunicazione). E’ possibile eseguire lo stesso in forma non verbale, utilizzando due possibilità: la stretta di mani o l’abbraccio, che esprimono ovviamente due diversi tipi di carico emotivo e relazionale.

 

                      

 

 

 

 

 

 

 

 

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