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Il fenomeno del bullismo nel calcio

Benchè il contesto sportivo rimanga un ambiente relativamente protetto è sempre bene imparare a riconoscere e prevenire possibili situazioni di abuso

Il bullismo è un fenomeno che si manifesta nell’abuso di potere perpetrato da uno o più soggetti nei confronti di un singolo o di una collettività. Si tratta di un fenomeno piuttosto diffuso nella nostra società. Il fenomeno del bullismo è caratterizzato da alcune peculiarità che lo contraddistinguono da altre forme di violenza, (si veda il box “Le caratteristiche del bullismo”). Il fenomeno del bullismo (si veda il box “Le tipologie del bullismo”) coinvolge ragazzi di ogni fascia d’età, sesso ed estrazione sociale.
Alla base del “comportamento da bullo” risiedono molteplici cause tantoché gli psicologi ritengono che chiunque possa assumere nel tempo sia il ruolo di vittima che di persecutore. Spesso vengono attribuite al fenomeno cause riconducibili al sovraffollamento delle classi, ai fallimenti e alle frustrazioni personali e ad alcuni tratti fisici distintivi della vittima. Questi elementi però non bastano da soli a spiegare le cause del bullismo. Spesso infatti la personalità e la capacità di relazionarsi sono elementi che hanno una rilevanza ben superiore. Anche i fattori ambientali, come l’abilità dell’insegnante o del tecnico nel tenere in ordine la classe o la squadra, giocano un ruolo fondamentale. Altre variabili scatenanti il bullismo possono essere talvolta ricercate in violenze subite durante l’infanzia, problemi familiari legati al passato, disturbi psichiatrici, atteggiamenti troppo permissivi o limitativi messi in atto da parte dei genitori della vittima o del bullo.

LA SPECIFICITA’ DELLO SPORT
Il fenomeno del bullismo trova terreno fertile negli ambienti di aggregazione sociale, nel gruppo di amici, a scuola e, quindi, anche nelle attività sportive. Lo sport rimane comunque un ambiente relativamente protetto in cui gli episodi di bullismo non sono molto frequenti. L’attività fisica, il movimento è di per sè un deterrente a tutto ciò che implica atteggiamenti coercitivi. Ciò perché chi decide di fare sport è ben consapevole di dover accettare sia le regole della convivenza sociale, sia ovviamente quelle di un’attività sportiva regolamentata da norme proprie. In ambito sportivo si impara presto il principio secondo cui solo attraverso l’osservazione di norme condivise è possibile raggiungere traguardi prestabiliti.
Il bullismo nello sport si manifesta quando si ricerca la prestazione a tutti i costi, esaltando solo l’attività sportiva orientata al risultato agonistico e arrivando a giustificare ogni mezzo utilizzato (anche illecito) pur di conquistare la vittoria. Ma questo non è ciò che lo sport vuole insegnare.
La competitività in se non è affatto da condannare. Lo è invece il suo eccesso, una delle componenti che, ponendo il bullo a suo agio in un clima di tolleranza verso la sopraffazione, potrebbe favorire il nascere di episodi di bullismo. Quando la competizione è percepita come confronto positivo con se stessi e con gli altri, intesi come atleti con cui confrontarsi e misurare le proprie prestazioni, allora essa diventa un potente strumento capace di educare.
Lo sport, in questo senso, può e deve assumere un ruolo rilevante nella vita dei giovani. Lo sport è in grado di insegnare molte cose a chi si avvicina ad esso con spirito costruttivo e positivo: insegna ad  affrontare la vita, a relazionarsi con gli altri, a mettersi sempre in discussione; insegna ad accettare la sconfitta e a superare gli insuccessi; insegna lo spirito di sacrificio e che ad ogni sacrificio corrisponde un vantaggio; insegna… a non arrendersi mai.
Per questo motivo la precedente giunta del comune di Roma Capitale, con il Dipartimento delle Politiche dello Sport, aveva promosso una campagna di sensibilizzazione al fenomeno del bullismo e del doping nelle scuole secondarie di primo grado (ex scuole medie), dove il sottoscritto per la parte psicologica e il prof Pino Capua per la medica medico – sportiva, insieme ad ex campioni olimpici, relazionavamo agli studenti gli effetti negativi dei due fenomeni citati, diversi tra loro ma spesso fortemente intrecciati.
Numerosi sono stati in questi anni i casi di bullismo che hanno preso la ribalta sui media nazionali. A far da sfondo a questa problematica preoccupante sono state spesso le aule scolastiche e raramente abbiamo avuto notizia di episodi accaduti in ambito sportivo. Ma siamo così sicuri che il mondo dello sport – che dovrebbe essere esempio di correttezza, rispetto e lealtà – non ne sia minacciato?

RICONOSCERE I SEGNALI
Qualsiasi comportamento può essere etichettato come bullismo se ha le caratteristiche di una “attività ostile” agita in maniera consapevole, volontaria, deliberata e ripetuta, contrassegnata da uno sbilanciamento di potere, finalizzata a recare danno e/o costituire minaccia di aggressione. Anche dagli adulti, quindi. Convinto di agire con eccessiva durezza per imporre la sua figura e per ottenere il massimo dai suoi allievi, anche l’allenatore può rischiare di trasformarsi in un “bullo”. Non si accusa la severità e il polso fermo, bensì la degenerazione di questi in comportamenti che spesso possono avere ripercussioni gravi sull’allenatore. Più generalmente all’educatore sportivo è chiesto di:
1) riconoscere di essere un modello di ruolo per gli atleti; essere di buon esempio e rinforzare nei ragazzi i comportamenti positivi;
2) accettare la responsabilità di dover assicurare un contesto sportivo di sicurezza e di rispetto per tutti, evitando di mettere in atto, permettere, condonare o ignorare comportamenti che costituiscono, o che potrebbero essere percepiti, come bullismo;
3) stabilire una comunicazione efficace, sincera e aperta tra tutte le parti coinvolte, inclusi genitori, atleti e dirigenti;
4) non considerare la valutazione critica dei propri metodi, come per esempio il confronto con lo psicologo dello sport, come una minaccia alla propria figura, quanto un’opportunità per apprendere e per lavorare alla costruzione di un contesto sportivo più sicuro e salutare per ognuno.
Agli atleti il consiglio è quello di “seguire il proprio istinto”, ossia di non ignorare il problema se si ha la percezione che il comportamento di qualcuno ci faccia sentire in qualche modo male: ognuno ha, infatti, il diritto di venire trattato con rispetto. La prima cosa da fare quando ci sentiamo minacciati è quella di cercare di parlare con qualcuno di cui abbiamo fiducia – un genitore, un compagno di squadra, un allenatore, un dirigente – e di non rispondere con la stessa moneta a questo tipo di violenza. Infine, è fondamentale capire che cos’è realmente il bullismo e che impatto negativo ha su di noi e su quello che ci circonda: se te ne stai con le mani in mano davanti a violenze di questo tipo fai parte del sistema anziché esserne la soluzione! Compito dell’allenatore è individuare subito chi può fare da agente provocatore e sedare, sulla nascita, ogni tipo di aggressione, anche se solo verbale.
Poi mettere in campo tanti piccoli accorgimenti, mirati sempre a dare a tutti la massima importanza ma ad insegnare che prima di tutto ci deve essere il rispetto. Per i propri compagni quanto per l’avversario.
La categoria più predisposta a casi di bullismo è quella dei portieri. “Si allenano da soli, fanno gruppo a sé e nel gruppo hanno età diverse tra di loro”. Questo a corroborare quanto detto dal sottoscritto nell’articolo, “La solitudine dei numeri 1” (Calcio Illustrato, Novembre 2013).

LE CARATTERISTICHE DEL BULLISMO
L’INTENZIONALITA’ DEL FENOMENO
il comportamento aggressivo messo in atto dal bullo è il prodotto di un’azione premeditata volta ad offendere l’altro o ad arrecargli danno;
LA PERSISTENZA DEL FENOMENO
Sebbene anche un singolo episodio possa essere considerato una forma di bullismo, il rapporto tra il bullo e la vittima è caratterizzato dal ripetersi nel tempo dei comportamenti aggressivi;
IL RAPPORTO DI POTERE ASIMMETRICO
che si instaura tra il bullo e la vittima: trattasi di una relazione fondata sullo squilibrio di forza (fisica e/o psicologica) tra il bullo che agisce, che spesso è più forte o sostenuto da un gruppo di compagni, e la vittima che spesso è emarginata e incapace di difendersi;
LE DIVERSE FORME IN CUI SI MANIFESTA IL FENOMENO
nonostante spesso si pensi al bullismo fisico, va ricordato come il fenomeno spesso si manifesti anche in altre forme, come le espressioni verbali di tipo diretto (offese e minacce) e le aggressioni psicologiche di tipo indiretto (esclusione dal gruppo e emarginazione);
LA NATURA SOCIALE DEL FENOMENO
gli episodi di bullismo si verificano spesso alla presenza di altri soggetti – spettatori o complici – che possono assumere un ruolo di rinforzo del comportamento del bullo o semplicemente sostenere e legittimare il suo operato.

FOCUS SU > Tipologie
Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto. Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come:
BULLISMO FISICO: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, spintoni, sputi o la molesta sessualmente;
BULLISMO VERBALE: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi, sgradevoli o minacciandola, dicendo il più delle volte parolacce e scortesie;
BULLISMO PSICOLOGICO: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto; nel mondo del lavoro degli adulti questo prende il nome di Mobbing;
CYBERBULLYING O BULLISMO ELETTRONICO: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms o in chat o la fotografa/filma in momenti in cui non desidera essere ripreso e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarlo, per minacciarlo o dargli fastidio;
IL BULLISMO INDIRETTO è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Per questo motivo, l’esercitazione del Circle Time, utilizzata nel protocollo psicomotorio 2T, acquista in questo senso una notevole importanza, dato che uno degli aspetti positivi di questo intervento è proprio quello di eliminare il “non detto”, le fantasie, i luoghi comuni, tra tutti i componenti della squadra verso il tecnico e viceversa.

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