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Il principio di autonomia dell’ordinamento sportivo

Il principio di autonomia è il principale caposaldo dell’ordinamento sportivo e la regola fondamentale per chiunque, addetto ai lavori o semplice appassionato, voglia accostarsi a questa materia. Solo avendo coscienza delle peculiarità di tale ordinamento si potranno correttamente interpretare i fenomeni giuridici e regolamentari che quotidianamente si manifestano in ambito sportivo: dalle decisioni degli arbitri in corso di gara a quelle degli organi di giustizia sportiva tra una competizione e l’altra.

Applicando, difatti, le categorie tradizionali del diritto comune si rischierebbe di travisare del tutto il senso degli istituti tipici del diritto sportivo. Ecco perché l’iniziativa di questa storica Rivista di pubblicare con cadenza periodica degli approfondimenti in materia si rivela particolarmente azzeccata, in quanto concorre a diffondere la cultura del diritto sportivo nella vastissima comunità del calcio italiano.

L’autonomia dell’ordinamento sportivo può considerarsi un’acquisizione millenaria della nostra civiltà giuridica, se si considera che già nel Corpus iuris civilis di Giustiniano (529-534 d.C.), a proposito delle competizioni pugilistiche dell’epoca, era scritto testualmente “si (quis) in colluctatione, vel in pancratio, vel pugiles dum inter se exercentur, alius alium occiderit, si quidem in publico certamine (alius alium occiderit), cessat Aquilia: quia gloriae causa et virtutis, non iniuriae gratia videtur damnum datum”.

Dal punto di vista simbolico, il breve passo sopra riportato può essere considerato la prima consacrazione delle peculiarità dell’ordinamento sportivo rispetto al diritto comune (allora la lex Aquilia), oltre che, nello specifico, una delle primissime testimonianze della cd. scriminante sportiva, riconosciuta dal diritto penale. Del resto, anche sul piano etimologico, lo sport (dal verbo latino deportare; in spagnolo deporte) per sua stessa natura evoca, e per certi versi addirittura reclama, un’idea di autonomia di ambito (spaziale e normativo) rispetto alle comuni regole che governano la comunità.

In assenza di tale premessa non si riuscirebbero correttamente a interpretare in una prospettiva giuridica gli scontri di gioco talora cruenti, che si offrono alla nostra vista di spettatori di calcio (così come di altri sport di contatto): spesso eventi che, collocati in una diversa cornice della vita, integrerebbero a tutti gli effetti gli estremi di veri e propri illeciti penali.

Sul piano iconografico, a chi scrive, viene in mente la famosa immagine del difensore dell’Inghilterra degli anni ’80 Butcher, ferito alla testa in uno scontro di gioco con un avversario, che porta a termine una partita della Nazionale con la maglia completamente inzuppata del proprio sangue. Un’immagine che il bravo commentatore sportivo non esiterebbe a definire eroica, facendo eco in qualche modo allo stesso Corpus giustinianeo, e che nulla avrebbe a che vedere con la sfera dell’antigiuridicità. Tuttavia, premessa l’autonomia dell’ordinamento sportivo con il suo corollario di principi e regole sui generis, non possiamo ignorare la sua coerenza con la nostra architettura costituzionale.

Sarebbe del tutto irrazionale se le regole del diritto sportivo rivelassero addirittura un’intima contrarietà con i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico. Ed anzi, è proprio la Costituzione, mediante il riconoscimento delle formazioni sociali (art. 2), a riconoscere implicitamente l’esistenza di una pluralità di ordinamenti muniti di una propria autonomia, dei quali l’ordinamento sportivo rappresenta uno degli esempi paradigmatici. Si tratta, evidentemente, di ordinamenti capaci di esprimere valori coerenti con lo spirito della nostra Costituzione, se si considera, ad esempio, che i doveri di lealtà, correttezza e probità di cui all’art. 1-bis CGS FIGC riflettono, in una certa misura, proprio quell’idea di solidarietà affermata dall’art. 2 Cost.

E ancora, nella prospettiva dello sport professionistico, il secondo comma dell’art. 4 Cost. afferma che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Non vi è dubbio che l’attività sportiva (perlomeno quella svolta a livello professionistico) rientri nel concetto di “attività”di cui alla disposizione citata.

Un’ulteriore traccia dello sport nell’impianto costituzionale può essere rinvenuta nell’art. 18 in tema di libertà di associazione, costituendo le associazioni sportive la spina dorsale e la linfa vitale dell’intero movimento olimpico nazionale.
Un’esplicita menzione dello sport la troviamo poi all’art. 117 Cost. riformato con l. cost. n. 3/2001, laddove l’ordinamento sportivo viene inserito tra le materie di legislazione concorrente.

Va da sé che l’autonomia dell’ordinamento sportivo, affermata dall’art. 2 d.l. n. 220/2003 (Disposizioni urgenti in materia di giustizia sportiva), convertito con modificazioni dalla l. n. 280/2003, si rifletta anche e soprattutto sul piano della giurisdizione, laddove cioè le regole ricevono attuazione concreta nei casi controversi. In particolare, ai sensi del primo comma della norma citata, “è riservata all’ordinamento sportivo la disciplina delle questioni aventi ad oggetto: a) l’osservanza e l’applicazione delle norme regolamentari, organizzative e statutarie dell’ordinamento sportivo nazionale e delle sue articolazioni al fine di garantire il corretto svolgimento delle attività sportive; b) i comportamenti rilevanti sul piano disciplinare e l’irrogazione ed applicazione delle relative sanzioni disciplinari sportive”. La soluzione individuata dal legislatore era stata oggetto della sentenza della Corte costituzionale n. 49/2011, che aveva sostanzialmente confermato la legittimità del quadro derivante dal d.l. n. 220/2003 e dalla l. n. 280/2003, in quanto idoneo a soddisfare al tempo stesso le esigenze dell’autonomia dell’ordinamento sportivo e della pienezza della tutela delle situazioni giuridiche soggettive rilevanti per l’ordinamento giuridico statale.

Su tali presupposti, la Quinta Sezione del Consiglio di Stato ha recentemente confermato, con la sentenza n. 1173/2017 (cd. sentenza Moggi), il difetto di giurisdizione statale in relazione all’impugnazione della sentenza di radiazione pronunciata dall’Alta Corte di Giustizia Sportiva, a nulla rilevando, peraltro, le dimissioni volontarie dal tesseramento da parte del destinatario di sanzioni sportive ai fini di una “reviviscenza” della giurisdizione statale ed avendo i criteri di riparto tra giurisdizione settoriale sportiva e giurisdizione generale statale definiti dalla normativa un rilievo oggettivo.

Questo rapido excursus evidenzia che il fenomeno sportivo, pur nel rispetto dell’autonomia del relativo ordinamento giuridico, non è per nulla indifferente al diritto comune e alle sue istituzioni, rappresentando lo sport uno dei fenomeni maggiormente rilevanti all’interno della società. Non è un caso, dunque, se anche il diritto comunitario ha manifestato grande attenzione al fenomeno, sottolineando, in particolare, la funzione di promozione della coesione sociale che lo sport è idoneo a perseguire, in collegamento con diritti fondamentali, quali la salute e l’istruzione (cfr. art. 165 TFUE).

Alla luce del breve itinerario sopra tratteggiato, si può osservare che lo sport costituisce un fenomeno assolutamente centrale nella nostra società e che il diritto sportivo, che si è andato a consolidare negli anni attraverso l’esperienza delle varie Federazioni (quella calcistica, in primis), costituisce oramai una materia dotata di una propria dignità disciplinare e finanche scientifica, vista l’assoluta complessità e raffinatezza delle questioni giuridiche che quotidianamente si trova ad affrontare.  Questo fa sì che i giuristi che vi si impegnano debbano maturare sempre più una competenza specifica, senza ignorare al tempo stesso le implicazioni transnazionali che il diritto sportivo per sua vocazione naturale reclama.

Per questi motivi, la formazione di una classe di giuristi (avvocati e giudici) sempre più all’altezza delle sfide che il mondo sportivo (calcistico, in particolare) costantemente pone sul tappeto deve rappresentare l’oggetto di uno sforzo comune di Federazioni e Università su tutto il territorio nazionale, finalizzato alla promozione di una cultura giuridica sportiva finalmente strutturata e codificata. È anche da qui che passa, in una misura tutt’altro che trascurabile, tenuto conto anche che lo sport rappresenta una delle principali economie del Paese, il rilancio dell’Italia sulla scena europea e mondiale.

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