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In bocca al lupo, Ct

Classe 1974, una vita sui campi da futsal, prima da calciatore e poi da tecnico: Alessio Musti guiderà la Nazionale azzurra di calcio a 5 a caccia del riscatto dopo la delusione del Mondiale e degli Europei

Non allenava una squadra dal 2016, ma in questi anni Alessio Musti è stato l’allenatore di tutti. Perché nessuno come lui ha saputo raccontare il futsal. Lo ha fatto con una cuffia e un microfono, dilettandosi in un ruolo (quello del commentatore tecnico) che gli è calzato a pannello. Dal 28 dicembre ha invece raccolto un’eredità tanto importante quanto pesante, diventando il settimo commissario tecnico della storia della Nazionale italiana. Un’Italia che ha bisogno di riscattarsi dopo tre delusioni consecutive dal 2016 a oggi (due flop agli Europei e uno al Mondiale), senza dimenticare quanto di buono ha fatto Menichelli negli anni passati, con tanto di oro all’Europeo di Anversa nel 2014 e medaglia di bronzo due anni prima in Thailandia. Serviva però un cambiamento, sul quale si è mosso in prima persona il presidente della Divisione, Andrea Montemurro, che, risanati i rapporti col Club Italia, non ci ha pensato un attimo a fare il nome di Alessio Musti. Un onere e un onore, perché da grandi poteri derivano grandi responsabilità.

Musti, è d’accordo con questa considerazione?

“Sì, è un’enorme sfida, un’ambizione per tutti. Proprio per questo, ognuno di noi – giocatori, staff tecnico, dirigenziale e tifosi – deve viaggiare nella stessa direzione per raggiungere l’obiettivo”.

Iniziamo dalla fine: cosa le ha lasciato la stretta di mano con il presidente Gravina?

“Ti scorre tutta la vita davanti, tutto ciò che hai dato in questi anni al futsal, da quando hai iniziato a giocare fino ad oggi. È come se in maniera rapidissima mi fosse passato il film della mia carriera per poi ritrovarmi a parlare col presidente federale. È stata una grande soddisfazione, emozione e, come detto, responsabilità. Ringrazio lui, tutti i vertici della Figc e ovviamente anche il presidente della Divisione, Andrea Montemurro”.

Adesso torniamo indietro di 44 anni: chi è Alessio Musti?

“È un ragazzo nato nel 1974, nella periferia sud di Roma, precisamente nel quartiere Eur Torrino, che più avanti diventerà il polo del calcio a 5 italiano degli anni ‘90. È sposato e ha un figlio di nome Stefano”.

Qual è stato il suo primo approccio col futsal?

“Quasi per caso, nel 1989, a 15 anni, mi sono ritrovato a giocare con gli amici allo storico campetto del Torrino. Erano i primi terreni in erba sintetica. Lì venni visionato da Alessandro Pomposelli, che al tempo era giocatore, salvo poi diventare uno dei miei primi allenatori. Così è nata la mia passione verso questo sport”.

Cosa la colpì del futsal?

“L’avere sempre la palla tra i piedi, che era la differenza più grande con il calcio”.

Veniva dal calcio?

“Sì, prima con la squadra del mio quartiere, poi con l’Ostiamare, ma non mi piaceva. Ero ancora un bambino, ma ricordo che ci facevano giocare 11 contro 11 in campi enormi, non era quello che faceva per me. Io volevo soltanto divertirmi, non avevo l’ambizione di diventare famoso. Così scelsi il futsal…”

Cosa ricorda di quegli anni?

“Questo sport faceva fatica ad affermarsi: era ancora identificato come il calcetto e si faceva la doppia attività, ma sul campo mi sono tolto belle soddisfazioni. Il primo titolo fu lo scudetto Juniores, poi venni aggregato con la prima squadra allenata da Nuccorini e con Menichelli capitano (i due ex allenatori dell’Italia, ndr). Poi andai un anno in prestito in Serie B e tornai al Torrino, che intanto era stato acquistato da Cragnotti che gli diede il nome Lazio”.

Ha un tecnico a cui si ispira?

“Anche se abbiamo due caratteri molto diversi, ho preso spunto dalle metodologie di allenamento di Maurizi (che dal 2006 allena a calcio, ora al Teramo, ndr). Ho avuto la fortuna di rubare con gli occhi a ognuno di loro: ad esempio, Nuccorini, Minicucci e Ronconi mi hanno dato grandi spunti sugli atteggiamenti da avere durante la settimana. L’ammirazione più grande ce l’ho però per Velasco, fa impressione per come gestisce lo spogliatoio”.                    

Che vantaggio ha un ex giocatore ad allenare?

“Nel mio caso è stato utile, ma non sempre è così. Se non sei veloce a levarti i panni da giocatore e cambiare subito ottica, che è totalmente diversa,allora rischi di faticare. Mi spiego meglio: l’allenatore deve lavorare in funzione di 20 giocatori, dello staff tecnico e dirigenziale, deve allargare il raggio d’azione. Il giocatore, invece, deve pensare solo a se stesso. Quindi è un’arma a doppio taglio. Se sei bravo a capirlo subito, a lasciare dietro i pensieri, a comprendere gli stadi d’animo dei ragazzi, che sono gli stessi che hai vissuto tu, allora è un vantaggio non da poco”.

Alessio Musti ai tempi del Torrino con la fascia da capitano

Quando ha capito che avrebbe fatto l’allenatore?

“Quando dentro al campo ero io a cercare soluzioni tattiche anziché andarle a chiedere in panchina, ed è ‘giocando’ a fare l’allenatore che ho capito che la mia strada era quella”.

Cosa le piace di questo ruolo?

“Avere una possibilità di decidere che tipo di percorso fare, delineare una strategia e farmi seguire dal gruppo”.

Che tipo di difficoltà si incontrano?

“Sotto alcuni aspetti siamo ancora uno sport in cui, per il poco tempo a disposizione, non si riesce mai a fare ciò che uno ha in mente. Si pensa a un progetto di due-tre anni, ma poi il cambio di programma diventa inevitabile per vari motivi”.

Qual è stata finora la sua soddisfazione più grande da tecnico?

“Quella di aver vinto la coppa e il campionato in Serie A2 con la Cogianco Genzano, dove – per tornare alla domanda precedente – programmazione e lavoro andarono di pari passo. Poi ce ne sono tante altre, come aver fatto esordire nel club giocatori come Romano e Miarelli, che sono diventati perni della Nazionale”.

Entriamo più nello specifico: qual è la sua filosofia di gioco da allenatore?

“Mi piace avere squadre organizzate, che sappiano fare movimenti specifici in diverse situazioni di gioco, che siano aggressive e intense, ma non meccaniche né robotizzate. È stato il mio marchio di fabbrica da giocatore e, a maggior ragione ora che il futsal sta cambiando, penso che corsa e forza siano due caratteristiche da cui non si possa prescindere”.

Adesso facciamo un gioco: difesa a uomo o a zona, e perché?

“La mia preferita, e che mi piacerebbe portare in Nazionale, è mista. Credo sia la giusta sintesi tattica tra quella a uomo, che ha pro e contro, e una completamente a zona, che ad oggi, complice l’alta intensità e la qualità tecnica, è facilmente interpretabile o attaccabile. Con la mista, invece, riesci a mantenere i giocatori quasi sempre nei ruoli più consoni, hai più equilibrio e, tenendo la squadra alta, corri meno rischi di perdere il campo. E comunque, se ti trovi alle strette, puoi difendere a uomo”.

Modulo 3-1 o 4-0?

“Sciogliamo subito un grande equivoco: in fase di possesso a me piace un lavoro dinamico, non voglio un pivot fermo nella metà campo avversaria, ma che dia profondità muovendosi. Un po’ come nel basket, dove va in area per un tot di secondi per ricevere il pallone, e in caso contrario viene a prenderselo. Sintetizzando, sono un amante del 4-0 ma giocato con un pivot”.

Portiere di movimento sì o no?

“È una soluzione che non apprezzo e che credo vada limitata quanto prima. Detto ciò, è una tattica utile da adottare in caso di svantaggio”.

Teme di incontrare delle difficoltà nel trasmettere la sua filosofia in una Nazionale anziché un club?

“È un percorso diverso, tutto sta nella disponibilità dei ragazzi. Avrò meno giorni a disposizione, ma di sicuro più qualità, disponibilità e attenzione. Sarà un percorso più lungo, ma sono fiducioso”.

Qual è il cambiamento più significativo che farà?

“Cercherò di coinvolgere il prima possibile giocatori e staff. Dobbiamo diventare una cosa unica, perché questa è un’occasione troppo importante per tutti. È fondamentale capire che abbiamo una grande opportunità e che possiamo toglierci delle soddisfazioni, a patto però che lavoriamo tutti nella stessa direzione. Non ho la bacchetta magica, ma so cosa significano sacrificio e  lavoro”.

Per due stagioni è stato commentatore tecnico: cosa le ha lasciato l’esperienza in tv?

“È nato tutto per gioco, poi mi sono reso conto di quanto fosse coinvolgente. È stato un arricchimento a livello comunicativo che mi porterò sempre dietro. Ne ho tratto un giovamento professionale, oltre al fatto che spero di aver dato un servizio utile a tutti gli appassionati”.

Veniamo alla domanda che si pongono tutti: quanti oriundi ci saranno nella Nazionale di Musti?

“Prima però vorrei esporre il mio pensiero su questa vicenda che io, purtroppo o per fortuna, ho cavalcato”.                          

Prego.

“Il picco c’è stato nel 2008, quando ci siamo presentati al Mondiale con 14 oriundi. Pur essendo il primo a dire che l’ondata degli stranieri ha alzato il livello tecnico e qualitativo del campionato e degli italiani stessi, è evidente che sia giusto mantenere un equilibrio in tutto. Dopo aver raschiato il fondo, Menichelli ha iniziato un percorso di ‘italianizzazione’ portato avanti fino all’ultimo Europeo, dove sono stati convocati 8 italiani di nascita su 14”.

E ora a che punto siamo?

“Noi dobbiamo ripartire da lì, da quel numero, con la certezza che sicuramente abbasseremo ancora la quota degli oriundi. La strada la stiamo stabilendo, ma cercheremo di ridare senso di appartenenza a questa Nazionale, potendo contare anche sulle giovanili. è a loro che dobbiamo ridare il sogno della maglia azzurra, senza nulla togliere agli oriundi che ci hanno aiutato e che continueranno a farlo, come ad esempio è accaduto con la Nazionale di Mancini con Jorginho ed Emerson. Ma la cosa fondamentale sarà trovare un punto di equilibrio”.

Giochiamo ancora: potendo convocare un giocatore che si è ritirato, chi sceglierebbe?

“Ce ne sono tanti, ma dico Rubei. Ho avuto la fortuna di giocarci e di allenarlo un anno, era di un altro pianete. Riavere quel numero 10 mi avrebbe fatto un grande piacere e sarebbe stato motivo di orgoglio”.

Lei l’ha indossata 11 volte: cosa ha significato la maglia azzurra?

“Sembra una frase fatta, ma è a tutti gli effetti una seconda pelle. E fino a che non la vivi, non te ne rendi conto”.

Nel suo staff ci sarà una figura storica come “Ciccio” Angelini: contento?

“Come potrei non esserlo? È un’icona di questo sport: porterà la sua esperienza e, perché no, anche un po’ di goliardia. Scherzi a parte, mi darà tanto e sono felice sia qui”.

In più c’è il ritorno del match analyst Riccardo Manno, dopo le esperienze nel mondo del calcio con Fiorentina e Milan.

“Un professionista e un valore aggiunto. Più in generale, sono felicissimo che anche lo staff della scorsa gestione sia stato confermato: figure come Viero e Ceteroni saranno fondamentali, perché un allenatore non può prescindere dai suoi collaboratori”.

Qual è il suo obiettivo a lungo termine?

“Competere con le grandi, tornare a essere considerati come una squadra di alto livello guadagnandosi il rispetto degli avversari. Ma anche pensare di poter vincere qualcosa, che sia il Mondiale del 2020 o l’Europeo del 2022”.

Il rinnovo se lo dovrà guadagnare sul campo, visto che il suo contratto scade a fine stagione. Completi lei la frase: “Il 30 giugno 2019 sarò soddisfatto se…”.

“Se si parlerà dell’Italia come una squadra determinata e organizzata, come di un club che ha intrapreso un percorso giusto, se la gente avrà soddisfazione e senso di appartenenza verso la propria Nazionale. Sicuramente, per come sono fatto, io sarò insoddisfatto, ma sono convinto che col tempo e con il lavoro anche io sarò felice”.                          

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