breaking news New

Kobe Bryant,la leggenda
che vivrà per sempre

kobe bryant

Quando tutto il mondo rimane senza fiato per la scomparsa di un uomo, vuol dire una cosa soltanto: quell’uomo era speciale. E tutto il mondo, o almeno quello appassionato di sport, nell’apprendere della devastante notizia della morte di Kobe Bryant, è rimasto paralizzato.

Nessuno potrà mai dimenticare dove fosse, e cosa stesse facendo, quando il sito Tmz ha rivelato quanto accaduto sulle colline di Calabasas, a nord ovest di Los Angeles: l’elicottero di Kobe Bryant, uno dei più grandi campioni dell’universo sportivo, era precipitato. Le speranze che a bordo non vi fosse l’ex stella dei Los Angeles Lakers erano poche, quasi nulle. Infatti, dopo pochi minuti, la conferma ufficiale: Kobe – perché per tutti era semplicemente Kobe – era morto. E, tragedia nella tragedia, con lui, a bordo di quel maledetto Sikorsky S-76, vi erano altre otto persone, tra cui la figlia di tredici anni di Kobe e Vanessa, Gianna Maria Onore, per tutti Gigi, l’unica delle quattro figlie di Kobe ad aver ereditato l’amore per il basket del padre. Era brava, molto brava, e il mondo della Wnba, il corrispettivo femminile della Nba, aveva già messo gli occhi su di lei. Gigi, con il papà-allenatore e altre due giovanissime giocatrici, stava andando alla Mamba Sports Academy (ovviamente fondata da Kobe, soprannominato Mamba per la sua capacità di essere letale sui parquet di tutto il mondo): non è mai arrivata.

Un dolore indescrivibile ha immediatamente travolto milioni di persone, “contagiando” inevitabilmente anche il mondo del calcio. Immediate le (strazianti) reazioni: da Maradona (che lo ha definito leggenda) a Neymar (in campo con il 24), da Totti a Mbappé, da Pirlo a Bonucci, dal Real Madrid al Psg, dall’Inter al Milan. Il Milan, la squadra di calcio del cuore di Kobe, lo ha celebrato in occasione della partita di Coppa Italia con il Torino. Ma anche in altri stadi di mezzo mondo, non solo a San Siro, il 24° minuto è stato il momento ideale per un pianto collettivo. Tutto tremendamente naturale, anche perché Bryant non era un semplice giocatore di pallacanestro. Era, è stato, e per sempre rimarrà, una leggenda capace di fare sognare almeno due diverse generazioni. Sì, almeno due, perché speciale, Kobe, lo era dalla nascita, con quel legame indissolubile con l’Italia che lo ha accompagnato sin da quando era bambino.

kobe bryant



Nel nostro Paese passò l’infanzia. Nato il 23 agosto 1978 a Filadelfia, passò sette anni in Italia: tra il 1984 e il 1991 si spostò da Rieti a Reggio Calabria, da Pistoia a Reggio Emilia, per seguire il papà Joe, talentuoso giocatore di pallacanestro, imparando quindi l’italiano alla perfezione. è (anche) per questo che in Italia la sua morte ha sconvolto come in passato era capitato per altri sfortunatissimi atleti, da Pantani ad Astori.
Kobe Bryant era “di tutti”, nessuno escluso, ma per molti nostri connazionali, era “di più”. Chiunque, appassionato di basket, ha idolatrato Kobe, passato tante notti insonni per vedere in diretta le gesta di fenomeno in maglia gialloviola. Sì, fenomeno; e gialloviola, perché Kobe era entrambe le cose.

Fenomeno, innanzitutto. Tornato negli Usa si iscrisse all’high school dove, con la Lower Merion, in un sobborgo di Filadelfia, vinse un campionato infrangendo il record di punti nel quadriennio liceale detenuto da Wilt Chamberlain.

Nel 1996, non ancora diciottenne, decise di fare il grande salto tra i professionisti dichiarandosi eleggibile per il Draft Nba senza passare per il college, una strada che, ancora oggi, risulta quasi impossibile da praticare per chiunque. Non per lui. Scelto dagli Charlotte Hornets come numero 13 assoluto, venne ceduto ai Los Angeles Lakers. I californiani avevano appena messo sotto contratto il pivot più forte del pianeta, Shaquille O’Neal. Di lì a poco, iniziò una cavalcata capace di segnare la storia della Lega professionistica più importante del mondo. Al fianco di Shaq, Kobe vincerà tre anelli consecutivi, prima di vincerne altri due (con il premio Mvp come miglior giocatore delle Finali) con lo spagnolo Pau Gasol “secondo violino”. Ai Lakers, con la maglia gialloviola come seconda pelle, dicevamo, perché la carriera di Bryant è sempre stata unita a doppio filo alla più importante franchigia di Los Angeles. Vi resterà fino al 2016, segnando numerosi record oltre ai cinque titoli vinti.

Proprio due giorni prima della tragica scomparsa, Kobe si era complimentato con il suo “erede” ai Lakers, LeBron James, che lo aveva appena scavalcato al terzo posto come miglior marcatore di sempre nella Nba. Proprio James, distrutto per la perdita dell’amico, il giorno del ritorno in campo, ha voluto celebrare così l’ex 8 e l’ex 24 gialloviola (Kobe è stato l’unico ad aver ritirate due maglie diverse, ndr): “Celebriamo il ragazzo che è arrivato qui a 18 anni e che si è ritirato a 38, e che è diventato il miglior padre che abbiamo visto negli ultimi tre anni. Kobe è un fratello per me. Insieme ai miei compagni vogliamo portare avanti la sua eredità fino a quando potremo continuare a giocare a basket. Perciò, nelle parole di Kobe Bryant: Mamba out. Ma nelle nostre parole: noi non lo dimenticheremo mai. Vivrai per sempre fratello”.

Ed è proprio vero. Nemmeno la tragedia in elicottero potrà mai separare Kobe da chi lo ha venerato, amato, sognato per vent’anni. Lo sport gli deve tanto, chi ama lo sport senza poterlo praticare a grandi livelli, ancora di più. La leggenda non potrà più fare canestro, ma ogni volta che una palla da basket sarà su un qualsiasi parquet del mondo, il pensiero correrà a Kobe Bryant. Per sempre.                                

   Alberto Catalano
illustrazione Daniele Lauro
     

Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password