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La cura del talento: una visione psicopedagogica

Etimologicamente il talento identifica l’unità di misura di peso, usata presso i Greci: corrispondeva, all’incirca, a quanto si stimava che un uomo potesse portare sulle spalle. Possiamo quindi considerare la parola “talento” come sinonimo di capacità o abilità caratteristiche di uno o più soggetti, un “fardello individuale”, ma in senso prevalentemente positivo in quanto non da sopportare, ma piuttosto da coltivare con impegno nel tempo per ricavarne i frutti sperati. (si veda box “Etimologia del talento”)

USARE CON CAUTELA

Al giorno d’oggi sempre più spesso il termine “talento” viene utilizzato specialmente nel contesto sportivo con eccessiva sufficienza e superficialità, associandolo istintivamente al significato di “fenomeno”; nel caso di un giovane calciatore, questa diffusa pratica può rivelarsi assai rischiosa, tanto per il ragazzo/a al quale viene attribuito, quanto per la sua famiglia, potrebbe essere indotta a confondere l’indicazione di una seppur preziosa attitudine con l’errato “segnale” di una predestinazione al successo. 

Trasmettere ai più giovani il giusto messaggio è molto importante nello sport come nella vita; avere talento nel calcio non vuol dire necessariamente essere un grande campione, ma significa anzi saper esprimere al meglio sé stessi e le proprie qualità in ogni momento. Nell’ambito del gioco, ad esempio, saper entrare in campo dalla panchina nelle fasi conclusive di un incontro ed essere comunque incisivi, direttamente o indirettamente, può senza dubbio essere considerato un grande e prezioso talento che non tutti sono in grado di sviluppare. 

Il ruolo che la famiglia svolge nella scoperta e nella crescita delle attitudini del proprio figlio è fodamentale. Il genitore dovrebbe prima di tutto saper distinguere fra proprie aspettative, le aspettative personali del proprio figlio e, cosa ancora più importante, valutare obiettivamente quali siano le reali capacità di quest’ultimo di attuarle. Ogni bambino ha le sue preziose potenzialità talentuose e se tra queste non rientra apparentemente la capacità di giocare “da campione” a pallone, bisogna essere in grado comunque di sostenere il giovane atleta e accompagnarlo nel suo percorso qualunque decisione comporti, inclusa quella di provare altre tipologie di sport, di squadra o individuali. È molto importante che il calcio sia vissuto da bambini e ragazzi prima di tutto come un gioco, e proprio in questa ottica non è necessario essere “un fenomeno” per scendere in campo e dare il proprio contributo alla squadra . Per il bene del giovane atleta e della sua crescita, eventuali forti aspettative del genitore, magari compensatorie, dovrebbero quindi essere accantonate con consapevolezza in favore di un desiderio, ben più forte: quello di desiderare che il proprio figlio diventi un adulto sereno e sicuro di sé.

IL RUOLO DELLA PSICOLOGIA

La psicologia aggiunge alcuni criteri utili al riconoscimento del proprio talento insito in ognuno di noi, che non garantiscono la certezza, ma aumentano la possibilità che ogni bambino venga inserito in un clima funzionale, anche relativamente alla sua esperienza sportiva. Lo staff tecnico di una Società deve consentire l’espressione della fantasia e della libertà nel rettangolo verde, per dare a tutti la possibilità di mettersi alla prova attraverso le proprie abilità individuali specifiche (la turnazione dei ruoli obbligatori nella scuola calcio ne è un esempio).

Non sempre il precoce sviluppo di un’attitudine è indice del raggiungimento della sua massima espressione, e viceversa, una sua tardiva esplicitazione non sempre pregiudica il suo successivo manifestarsi ai massimi livelli. L’allenatore, così come il genitore, deve quindi saper dare i giusti tempi e spazi a tutti. 

Un altro aspetto da considerare è che le abilità insite in ognuno di noi non sono solamente tecniche, fisiologiche e antropometriche, ma anche cognitive, sociali, ambientali e psicologiche. Uno staff tecnico deve quindi sviluppare la miglior visione sistemica possibile dei propri bambini e ragazzi, comprendendo in particolare il ruolo dei genitori, che rappresentano il sistema primario di riferimento  Se al  bambino che entra a far parte di un settore giovanile dilettantistico, vengono richieste abilità tecniche e motorie basilari, tra cui capacità coordinative (di anticipazione motoria e di motricità generale) e capacità condizionali (ad esempio il livello generale di resistenza organica e di forza muscolare), in particolare nel caso di settori giovanili affrenti a società professionistiche entrano in gioco anche precisi skills mentali come la capacità di resistere fin da piccoli alle pressioni, di vivere positivamente l’esperienza sportiva e di non perdersi lungo la strada che porta alla massima dimostrazione delle proprie abilità. L’identificazione, l’analisi e la conoscenza di queste peculiari caratteristiche psicologiche dei giovani giocatori è fondamentale per assicurare loro una formazione non solamente calcistica, ma che preveda percorsi di crescita nella vita opportunamente guidati. Ecco perché le scuole calcio denominate “Elite” hanno in organico la figura dello psicologo dello sport, richiesta proprio dal SGS della Figc, che svolge soprattutto il ruolo di “cuscinetto” per i giovani calciatori nel loro percorso sportivo, lavorando con percorsi formativi intrecciati per genitori, allenatori e dirigenti.

MA CHE COS’È IL TALENTO?

Spesso un rapporto con un allenatore funzionale al proprio modo di essere, può far coltivare al meglio nel ragazzo il suo talento. La relazione allenatore – giocatore quindi nel calcio, come nella vita con qualsiasi educatore ed insegnante, è la chiave di tutto. Nell’immaginario comune il concetto di “talento” sembra essere di facile comprensione, ma in pochi riescono a darne una definizione chiara; “immaginate il talento come un giardino da coltivare e custodire, c’è un buon terreno, ma senza una cura non nasceranno mai dei fiori!” In questa similitudine l’allenatore svolge il ruolo di giardiniere, che insieme ad altri, può aiutare il ragazzo nella gestione delle proprie capacità. Una volta trovato il talento si tratta di chiedersi: chi può aiutarmi a coltivarlo? Qual è il posto migliore per coltivarlo? Per questo la mia equipe ha messo a punto un gioco che proponiamo spesso ai bambini e adolescenti delle scuole calcio, che si chiama “la piramide dei talenti”. Si tratta di stilare una prima lista che va sotto il nome “le cose che amo fare” e una seconda delle “cose che so fare”. Se qualcosa tra le due liste coincide, quello può essere a tutti gli effetti considerato un proprio talento. 

Focus su > ETIMOLOGIA DEL TALENTO

Il talento, in senso lato, è una dote. Se ne è naturalmente provvisti, e se non c’è non si può imparare essendo un’inclinazione troppo più profonda di una capacità, troppo più radicata di una passione, troppo più caratterizzante di un volto o di una maniera, per poter essere riprodotta o finta. È un taglio del sé. L’antico significato di unità di peso e di somma di denaro ci mette in luce dei connotati importanti di questa parola. Il talento era unità di peso e somma di denaro poiché la moneta stessa era metallo prezioso pesato: un talento, ad Atene, corrispondeva a più di venti chili d’argento. Una ricchezza grave, quindi, massiccia, che nel moderno talento appesantisce di responsabilità chi la possieda. Infatti, ovviamente, la ricchezza materiale e quella del talento, in sé, non hanno valore: abbandonate a sé non si mangiano né realizzano. È l’investimento, l’impiego nello svolgimento della vita che ne sprigiona il valore, che trasforma il peso di sé in potere e libertà.

> UNA VISIONE PECULIARE

Questa definizione del concetto di educazione si riferisce alle strutture che hanno lo scopo di formare i giovani – in questo specifico caso si considerano i giovani calciatori – e cioè ai sistemi educativi che una data epoca storica e una data cultura esprimono all’interno della vita sociale per l’educazione di soggetti definiti. La formazione del giovane atleta, nella modernità, è influenzata dall’offerta formativa – educativa dei seguenti soggetti:


La società sportiva deve essere considerata quindi un’agenzia educativa nel senso più ampio del termine, ossia un’organizzazione che non si occupa esclusivamente del miglioramento tecnico, tattico e fisico/atletico dei ragazzi, ma anche della loro formazione (attraverso l’azione psicopedagogica, il comportamento degli operatori – allenatori, dirigenti, accompagnatori, preparatori, fisioterapisti, ecc ecc) – attraverso la programmazione e la strutturazione dei contenuti del percorso educativo coordinato dallo psicologo dello sport.

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