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LA FAVOLA DEL VILLA TERESA

La baia di Montevideo è coperta dalla raffineria La Teja che si staglia all’orizzonte. Su Avenida Islas Canarias scorrono i sogni e le speranze di chi vive nei quartieri proletari di Sayago, Nuevo Paris e Belvedere. In realtà una buona parte di questi sono stati realizzati e soddisfatti qualche mese fa, quando il Club Atlético Villa Teresa ha conquistato la promozione in Primera Division, per la prima volta nella sua storia. Una storia iniziata il 1° giugno (altre fonti dicono il 19) 1941, anche se c’è chi dice che sia stato fondato nel 1938 e registrato ufficialmente tre anni dopo. Il Villa Teresa ha vinto i playoff di Segunda battendo ai rigori il Boston River e scatenando la gioia del quartiere dove, chi più chi meno, quasi tutti hanno un passato da calciatore nella squadra biancorossa. C’è stato pure un momento, nel 2000, in cui si fuse con il Salus e poco dopo con l’Huracan dando vita all’Alianza, che nel 2004 si sciolse per problemi economici.

La maggior parte delle stagioni il Villa Teresa le ha passate fra terza e quarta serie, con qualche apparizione in quella che è la B uruguaiana, vivendo in una sorta di limbo semiprofessionistico in cui giocare era più divertimento che lavoro e nel quale tutti davano una mano senza ruoli ingessati, come Alberto Moreno che dall’alto dei suoi 64 anni taglia l’erba, prepara i pasti e lava le divise dei giocatori. Martin Sierra, invece, è stato il Presidente trentaquattrenne della promozione: “Siamo una società amatoriale, tenuta in vita dalla passione, la nostra dimensione è un’altra”; adesso il numero uno dovrebbe essere Julian Caceres, ma l’obiettivo resta sempre quello della sopravvivenza, anche se il budget è passato da 17.000 a 70.000 dollari, grazie ai diritti televisivi. Soldi che dovrebbero servire per assicurare un futuro più solido al club, visto che il Torneo di Apertura è terminato con l’ultimo posto in classifica, 5 punti, una vittoria, 2 pareggi, 12 sconfitte, 9 gol fatti e 30 subiti; quello di Clausura è iniziato lo scorso 6 febbraio e si concluderà il 28 maggio.

Il Villa Teresa ha anche una sezione dedicata al ciclismo, come molti club sudamericani, dove ottiene buoni risultati, lanciando qualche giovane nel professionismo mondiale. Una storia che s’intreccia e che risale alla notte dei tempi, all’emigrazione europea in Sudamerica alle navi con la terza classe, alle valigie di cartone. Ma da queste parti non c’è niente da insegnare o da imparare sulla fatica per sbarcare il lunario e sull’essere ultimi, gli ultimi che ogni tanto hanno la forza di prendersi una rivincita, sugli altri, sul pronostico, sparigliando tutti i parametri conosciuti, una rivincita anche verso se stessi. I soci sostengono la società con 150 pesos mensili o 1.200 annuali, quote più basse per gli under 10 e gli over 65.



Le partite di Primera sono disputate allo
stadio José Nasazzi (15.000 posti), perché il Parque Salus (4.000) è troppo piccolo per la massima serie uruguaiana. Di fatto il Villa Teresa non ha né uno stadio né un campo d’allenamento, preso spesso in affitto e mai agli stessi orari. I dirigenti sono anche abbonati e, ovviamente, tifosi, la solidarietà è il collante più forte, quello che tiene insieme un quartiere e la sua squadra. Vengono organizzate lotterie con in palio le maglie dei giocatori e s’invitano i soci a farsi una birra presso la sede del club, modi semplici per finanziare un sogno. Sede che è stata donata da Tito Colombo, fan sfegatato e senza eredi che ha lasciato un edificio, alcuni appartamenti e un campo improvvisato; spesso mensa popolare dove si può mangiare la parilla. Gli ultrà si fanno chiamare “Los borrachos del camion” (camionisti ubriachi), con un passato violento e scontri che una volta hanno provocato un morto; la dirigenza sta lavorando per cancellare quell’immagine.

Per il momento la promozione non ha cambiato la gente di questi quartieri, sanno da dove vengono e sanno dove torneranno, perché poco possono contro le squadre forti e potenti della Primera. I principi sono rimasti gli stessi e quando i giornali si sono divertiti alle spalle del Villa Teresa, ipotizzando l’arrivo di Recoba o Pacheco (entrambi ex interisti, seppur con ricordi diversi), nessuno si è scomposto pur dovendo smentire le trattative. È il gioco del calcio ai massimi livelli, quando non è più solo sport e agonismo, quando il fango non è più quello dei campi e levarselo di dosso è ancora più difficile. Resta, però, la lezione: non si deve mai smettere di sognare, perché a volte le favole si avverano. C’era una volta il Villa Teresa, direte voi.

Curiosità > IL CALCIO URUGUAIANO
Nacional e Penarol, il calcio uruguaiano è racchiuso in questi due nomi. Sono i due club più titolati, capaci di plurime affermazioni internazionali, sono i più famosi e danno vita a uno dei derby più accesi e combattuti che esista al mondo. Sono anche le due squadre che danno il maggior numero di giocatori alla Nazionale, la Celeste, che ha nel suo palmares due Campionati del Mondo di calcio e 15 coppe America, più dell’Argentina e del Brasile. È un calcio che ha fatto dell’agonismo e del contatto fisico le sue cifre, ma nella sua storia ci sono stati talenti di calibro planetario capaci di cucire le due anime e realizzare sogni impossibili. Il Villa Teresa, in questo senso, è l’eccezione che conferma la regola e ben presto sarà dimenticato dai media mainstream uruguaiani che torneranno a occuparsi esclusivamente delle due grandi e della loro rivalità. Il Superclasico, così viene chiamata questa sfida, che per le richieste non si gioca mai nei rispettivi stadi ma al Centenario, quello della Nazionale, nominato dalla Fifa Monumento storico del calcio mondiale; un po’ lo sono anche i due club.

 

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