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La mia vita in un viaggio

Andrea Cristoforetti, uno dei più forti giocatori di calcio a 5 a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio, allena in Zambia e ha una missione: abbattere il muro tra Africa ed Europa grazie al futsal

Parliamoci chiaro. Non saremo nazionalisti come gli americani, ma l’italiano è attaccato per natura in maniera viscerale alla propria terra, alla città o addirittura al suo quartiere. Su questo argomento ci facciamo film, video sui social che diventano presto virali, ci prendiamo in giro a vicenda quando sentiamo parlare un dialetto diverso dal nostro o – nel caso estremo – ci insultiamo perfino negli stadi. Ecco, sentendo parlare Andrea Cristoforetti, uno dei più forti giocatori di calcio a 5 a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio, capirete che non tutti sono così. Provate a chiederlo a lui, che è nato a Johannesburg (Sudafrica) da genitori abruzzesi, ha giocato in tre regioni diverse dell’Italia e ora è allenatore di una squadra in Zambia. Cosa vi risponderebbe? Ci abbiamo pensato noi: “Se mi manca l’Italia? Noi italiani abbiamo una casa, delle radici. Io a volte mi domando: da dove vengo? La risposta è che non lo so nemmeno io”.
Già, Cristoforetti è un cittadino del mondo e la sua storia non poteva non essere raccontata. Ha una missione, quella di abbattere il muro, le distanze e ogni forma di preconcetto tra l’Africa e l’Europa. Attraverso il miglior amico dell’uomo, quello che mette tutti d’accordo: il pallone, in questo caso a rimbalzo controllato. 

Andrea Cristoforetti

LA STORIA
E così, dopo avere smesso di giocare (in bacheca due scudetti con il Prato di Velasco e una presenza in Nazionale), “Cristogol” fece un viaggio con alcuni suoi compagni di squadra per far conoscere loro la bellezza del suo Sudafrica: “Visitammo Plettenberg Bay – ricorda – un paradiso immerso nella natura. Me ne innamorai e, successivamente decisi con mia moglie di andare a vivere lì”. Nel 2012 si aprirono le porte della Nazionale sudafricana, in qualità di vice allenatore, con l’obiettivo di far crescere il movimento e favorire l’individuazione dei nuovi talenti.
Tre anni dopo Cristoforetti voltò pagina. Merito del signor Tarak Mehta che nella vita si occupava di macchine, gestiva una squadra di Lusaka, capitale dello Zambia, l’Automotive Futsal Club. Tra i due scattò subito la scintilla: il presidente intendeva sviluppare il calcio a 5 nella sua terra e, più in generale, in Africa. Per Cristoforetti fu come aprire un cassetto e tirare fuori quel sogno che aveva sempre voluto realizzare. Andrea partì quasi da zero. “Il presidente mi chiese: cosa possiamo fare per far crescere lo sport? E io risposi: dobbiamo costruire palazzetti e puntare sui nostri giovani”. In tre anni sono stati fatti passi da gigante: ora, l’Automotive ha finalmente un campo al coperto e il club sta realizzando un ostello con 13 camere triple per poter ospitare le squadre avversarie che vengono a giocare in trasferta. La prima squadra, campione in carica, ha un’età media di 23 anni, in più c’è anche la squadra B, con giocatori tra i 16 e i 22 anni. E poi il fiore all’occhiello: il settore giovanile, curato e gestito da tecnici africani formati da Cristoforetti, che ne è il supervisore.

I bambini dell’Automotive

LA GIORNATA TIPO
Ecco, se siete arrivati fin qui, vuol dire che avete trovato qualcosa di interessante in questa storia. Da adesso in poi, lo sarà ancora di più. Ma le parole a volte non sono sufficienti, perché servono le immagini. Sul sito www.automotivefutsalacademy.com c’è un video promo che spiega in 4 minuti cos’è effettivamente questo progetto: guardandolo, potrete vedere Cristoforetti, nel buio di un palazzetto, che si reca in una stanza per accendere le luci e dare vita alla favola dell’Automotive. Poi decine e decine di bambini che escono dalle baraccopoli e giocano scalzi per le strade sterrate di Lusaka, e che continuano a farlo dentro al rettangolo di gioco, grazie a un minivan della società che li preleva quattro volte a settimana. “Li andiamo a prendere a casa, li vestiamo, li laviamo e ad alcuni paghiamo anche la retta di scuola, che in Africa non è gratuita”, spiega con orgoglio Cristoforetti.

Il mini-van con cui i bimbi vanno al campo

LEZIONE DI VITA
Ci vuole poco per far felice un bambino africano. Anzi, nulla. “Quando passo per le baraccopoli di Lusaka vedo tanta povertà, famiglie che vivono in una sola stanza. E allora mi chiedo: di cosa abbiamo bisogno per vivere? E mi accorgo che qui vivono con niente e, nonostante questo, faccio fatica a trovare in loro un’espressione di infelicità. Perché, di per sé, la vita è impermanente, insicura e paurosa. Proprio per questo motivo, perché non sorridere lo stesso alla vita?”.
Lo fa, Cristoforetti. Come i bambini e tutto il popolo di Lusaka, capitale dello Zambia con 1 milione e 300 mila abitanti, piccoli e grandi. Ha scelto di farlo, di vivere in quella che – oggi – può considerare la sua terra, lui che radici non ne ha e non ha nemmeno nostalgia dell’Europa, lui che – se un giorno dovesse andar via – soffrirebbe di mal d’Africa, pur riconoscendo i problemi con cui è costretto a scontrarsi quotidianamente. “La figura dell’uomo bianco, che qui identificano come il boss, viene vista ancora con un certo timore. All’inizio, i miei ragazzi erano di poche parole e facevano fatica a guardarmi negli occhi quando gli parlavo. Ho capito che non puoi arrivare e cambiare tutto da un giorno all’altro, ma ci vuole tempo. Oggi io non sono più il boss, ma il loro coach”.
Un allenatore, un formatore, a volte anche un padre. “Sono qui per dare un’opportunità di crescita a questi ragazzi e formare giocatori internazionali di calcio a 5, non per una missione umanitaria. Il mio sogno è lasciare un meccanismo funzionante e autosufficiente nel momento in cui andrò via, ma ho la sensazione che rimarrò ancora per tanti anni”. Qui, in quella che dal 2015 è diventata casa sua.                

 

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