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La psicologia del portiere

Che differenza c’è tra “fare” ed “essere” un portiere? Si tratta in realtà di due facce di una stessa medaglia, due modi della stessa persona. Se infatti il “fare” comprende saper compiere gesti atletici e tecnici per raggiungere un obbiettivo, cioè quello di non far entrare la palla nella porta, “essere” contraddistingue piuttosto uno stato mentale, un modo di pensare e vivere il ruolo che scorre innato nelle vene… Esistono individui estremamente portati per il ruolo di “numeri uno” (bravi, poi, si diventa) e se uniamo la capacità tecnica a questo stato di predisposizione mentale il risultato non potrà che essere ancora più positivo, perchè mosso prima di tutto da quel motore che nello sport è la “passione”.

UN RUOLO…UNICO
Ma in fondo chi è il portiere? Potremmo dire semplicemente un ruolo del gioco del calcio con caratteristiche diverse da tutti gli altri. Ed è proprio questa diversità che porta l’estremo difensore a essere così unico. Diverso nella muta di gioco, nella posizione in campo, l’unico che può usare le mani per toccare il pallone, inconfondibile nella sua spettacolarità e rapidità d’azione, sottoposto ad allenamenti diversificati, non incluso negli schemi (4-4-2=10). Il portiere è per sua natura sempre “escluso nel gruppo” (si veda articolo di Novembre 2013: “La solitudine dei numeri 1”) e la sua unicità è inoltre dovuta alla notevole pressione a cui è sottoposto nell’essere di fatto l’ultimo ostacolo prima del gol: questo è un elemento che ne condiziona la presenza in campo che richiede sempre interventi eseguiti con la massima sicurezza, precisione e attenzione in tempi di reazione spesso molto brevi.  

Occorrono perciò doti di rapidità analitica di pensiero e decisionale, (si veda box “Aspetti Neuronali del portiere”), e un’elevata capacità di concentrazione, anche in tempi di inoperosità in cui si possono determinare pericolosi cali di livello di attenzione. Il portiere deve quindi racchiudere le doti di un abile calcolatore, freddo e deciso nelle sue azioni, ma anche avere un innato senso istintivo e intuitivo. Potremmo dire che questo ruolo così particolare racchiude in un’unica figura la grinta di un pugile e la sicurezza di un tiratore scelto. Quasi un insieme di più sport che si adeguano in armonia alle regole del calcio.

È necessario che chi decide di scendere in campo nelle vesti di portiere sia consapevole di aver scelto un ruolo così diverso e allo stesso tempo sia immediatamente messo in condizione di sapere con precisione i suoi compiti, a partire dalla scuola calcio.
Se il giovane portiere dovesse essere mal indirizzato o eccessivamente condizionato da esempi del calcio “dei grandi”, si andrebbe a influenzarne la crescita non solo sportiva, ma anche e peggio ancora fisica e psichica. Risulta perciò necessario evitare selezioni o provini troppo rigidi in caso di prestazioni inadeguate, per evitare abbandoni precoci da uno sport (droup-out), che un bambino ha diritto di praticare nel rispetto dei suoi tempi.

È importante che un ragazzo si avvicini spontaneamente a tale ruolo, l’allenatore si dovrà limitare soltanto a consolidare la scelta. La bravura di un istruttore della scuola calcio consiste infatti nel non far pesare tali responsabilità, pur informando i giovani atleti di ciò che il ruolo comporta, facendolo vivere in maniera più spensierata e gioiosa possibile, abituandoli poi in seguito ad affrontare tutte le situazioni stressanti che il delicato ruolo del portiere spesso incontra. Educare fin da subito il giovane allievo a subire il gol “con disinvoltura”, è un metodo efficace per sconfiggere il nemico n° 1, e cioè l’ansia, (si veda box “I carichi ansiogeni nel portiere”), la non conoscenza, l’improvvisazione, in un’unica parola la paura. Un portiere che dispone delle giuste conoscenze sarà in grado di scendere in campo con la forza e la tranquillità che derivano dalla consapevolezza del suo ruolo, ma soprattutto di se stesso e della parte più importante che ha: la sua autostima.

Nel protocollo 2T, all’interno dell’esercizio del Circle Time (il momento di dialogo tra tecnico e gruppo), il portiere spesso non sente un intenso feeling con l’allenatore della squadra al pari di quello degli altri compagni. Questo probabilmente perché il portiere si allena maggiormente con il preparatore specifico, a discapito della relazione con il tecnico e il resto della squadra. Per questo motivo nelle società che la mia équipe segue, si propone sempre ai preparatori dei portiere un Circle Time dove i protagonisti sono loro e tutti i portieri dei gruppi squadra, per cercare quanto più possibile di far “sfogare” non solo verbalmente (attraverso la scelta della “stretta di mano” o dell’”abbraccio”) coloro che forse, per temperamento e per ruolo, sono più abituati a tenersi tutto dentro…

> ASPETTI NEURONALI DEI PORTIERI
Prendiamo ad esempio un tiro in porta: il momento in cui la palla si stacca dal piede dell’avversario, per il portiere inizia una fase di studio, ma soprattutto di “imagery”, ossia quell’attimo di 300 millesimi di secondo in cui “vede” la sua risposta per poi eseguirla, (nei tiri con palla da terra esistono segnali preparatori del corpo che aiutano e permettono di anticipare l’azione di imagery, cosa che per i tiri al volo improvvisi non esistono).

Nell’azione ideo motoria quindi è incluso il calcolo di traiettorie e velocità della palla, le posizioni degli avversari e dei compagni, le varianti atmosferiche ma soprattutto la percezione del proprio stato in quell’esatto momento, e la conoscenza di se stessi e delle proprie capacità.
Un portiere che non attiva nell’immediato una risposta di attivazione neuronale, non avrà armi con cui combattere la situazione che si presenta, ( che sia un tiro o un cross, ecc ).
Avere un bagaglio di esperienze vasto, ti permette di possedere quei collegamenti neuronali ( sinapsi ) e quindi possibilità di scelta, ossia un vasto assortimento di azioni motorie e di risposte da offrire alle situazione.
Il portiere bravo è colui che attiva in sostanza una capacità di “problem solving” (capacità risolutive) nel minor tempo possibile. Non può permettersi di pensare alle paure ma deve risolvere problemi con la massima rapidità ed efficacia.

Focus Su > I CARICHI ANSIOGENI NEL PORTIERE

Come in tutti gli sport nel calcio l’ansia raggiunge i massimi livelli prima della gara per poi attenuarsi con l’inizio del gioco ed oscillare individualmente nel corso della stessa. Il portiere invece, raggiunge il massimo dello stress nei momenti iniziali della partita e rimane tale fino al momento in cui non compie il primo intervento, per poi oscillare individualmente, attuando così un’altalena emozionale che passa da accumulo a scarico senza neanche un tempo preciso, tutto varia imprevedibilmente. Alcuni momenti di elevata tensione si hanno su quelle azioni dove si prevedono cross in area (calcio d’angolo, punizione, ecc), specialmente se poi avviene negli ultimi minuti con un avversario che tira fuori oramai energie nervose per recuperare un risultato negativo.

L’uscita di porta in queste situazioni assume una forte rilevanza dal punto di vista preventivo ed è un eccellente banco di prova delle qualità condizionali, coordinative e psicologiche e racchiude :

__Ž Velocità analitica di pensiero
__Ž Visione periferica
__Ž Velocità d’esecuzione
__Ž Timing
__Ž Coordinazione
__Ž Elevazione
__Ž Coraggio
__Ž Autostima

L’uscita di porta molto spesso viene pretesa erroneamente fin dalla giovane età perché si tende a “voler tutto e subito”, ma da come si evince dagli argomenti appena citati, è chiaro che non si può e non si deve pretendere tale gesto fino a che lo sviluppo non abbia raggiunto un livello accettabile nelle prestazioni fisiche e cognitive.
Pretendere un tale gesto da chi non è ancora in grado, crea una frustrazione che mette il giovane allievo nelle condizioni di aumentare l’ansia e le paure, intaccando negativamente la sua crescita soprattutto a livello di autostima. L’errore è la base della crescita e per crescere bisogna avere il coraggio di provare, sperimentare ed anche rischiare, di fatto preferisco vedere un portiere che ha il coraggio di un’azione, piuttosto che rimanere fermi per paura di sbagliare o peggio ancora per la paura del rimprovero del suo allenatore.

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