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La solitudine dei numeri 1

Il ruolo del portiere, troppo spesso sottovalutato o non adeguatamente affrontato in fase di preparazione, è estremamente delicato per il giovane atleta e richiede in realtà particolare attenzione

Nella rubrica di questo mese, verrà trattato il ruolo del portiere in chiave prettamente psico-motoria. Per un portiere di calcio la capacità di concentrazione (si veda Box Allenare la concentrazione) è sicuramente la dote primaria, in virtù del fatto che, durante la gara, ci sono momenti di inoperosità che portano inevitabili cali di attenzione e a momenti di riflessione, dovuti sia a pensieri di origine interiore, come ad esempio il “rivivere” un intervento o un errore appena compiuto, sia dovuti ad influenze esterne come il pubblico, la panchina. Proprio l’attenzione (vedi focus L’attenzione) è, infatti, il punto centrale di molte situazioni di gioco che interessano il portiere.

COME SI ALLENA L’ULTIMO BALUARDO?
Ci sono diverse metodologie usate per allenare questo delicato ruolo. Ne ho scelta una molto interessante. Per fare questo mi sono avvalso della collaborazione del lavoro che stanno conducendo da anni Valerio Fiori, preparatore dei portiere AC Milan e il Dott. Giuseppe Godino, psicologo dello sport. Lavorare sui portieri e non solamente con i portieri è secondo me l’aspetto più importante di chi propone questa metodologia.
L’iniziativa che vorrei accennare, è stata realizzata negli ultimi tre anni a Monza, Roma e Tirrenia. Lo staff, guidato da Valerio Fiori, prevede la presenza di preparatori tecnici, del preparatore atletico e dello psicologo dello sport. Il progetto è concepito all’insegna di una metodologia di allenamento centrata sulla integrazione delle abilità tecniche, atletiche e mentali. Il tentativo è quello di superare una visione della preparazione intesa come somma di parti che non garantiscono, necessariamente, lo sviluppo delle competenze del giovane atleta.
Il modello di riferimento su cui si fonda la metodologia mette al centro la nozione di “competenze” da intendersi come processo di organizzazione di abilità e conoscenze diverse che permettono di offrire un adattamento significativo alla situazione che l’atleta vive. In relazione al livello evolutivo maturato, si lavora sull’assunto che l’integrazione delle abilità favorisca la traduzione e la riformulazione su un piano complesso di quanto appreso. Altro elemento caratterizzante l’approccio è la costruzione di un linguaggio condiviso di tipo tecnico,atletico e psicologico in grado di aiutare i ragazzi a conoscere e riconoscere le loro reazioni nella esecuzione della performance motoria. I giovani portieri sperimentano un percorso formativo caratterizzato da una molteplicità di stimoli. L’obiettivo è potersi confrontare con se stessi e con le proprie possibilità di miglioramento sotto il profilo tecnico, atletico e mentale. Tanti allenamenti in uno. Il tutto all’insegna dell’armonia e del rispetto dei valori personali e di gruppo.

IL RUOLO DEL PREPARATORE
Per i preparatori la formazione è centrata sulla specificità del ruolo attraverso lo sviluppo della competenza nel “saper allenare”. L’obiettivo è quello di fornire una visione integrata dell’allenamento, ovvero essere capace di coniugare competenze multidisciplinari in un approccio completo e personalizzato rispetto alle caratteristiche dell’atleta. In particolare, saper integrare le competenze di tipo tecnico, atletico e mentale rappresenta l’elemento di valorizzazione del ruolo di preparatore. L’obiettivo è quello di rendere capace il preparatore dei portieri di saper valutare le caratteristiche dei ragazzi, in una visione integrata delle abilità, al fine di personalizzare il programma di allenamento.
Spesso e molte volte il portiere, nelle società giovanili dilettantistiche, viene visto come l’ultimo degli attori sul quale impostare la didattica, quando invece, a partire simbolicamente dal numero di maglia, questo ne è il primo in assoluto. In molte di queste, nello staff tecnico non si hanno veri e propri preparatori dei portieri, ma allenatori che si improvvisano a farlo. Il tecnico poi, non lavora mai con il proprio portiere, ma si limita solamente a chiamarlo nelle partitelle finali, estromettendolo in un certo modo dal contesto dello spogliatoio. Per questo motivo, questo delicato ruolo, sembra avere una sorta di “solitudine”nei confronti del gruppo e del proprio allenatore. E’ un po’ come il batterista, colui che sta dietro la scena, difficilmente canta, è relegato in un angolo, non riceve grosso successo da quello che fa. Mentre invece, è colui che detta il tempo a tutta la band, senza di lui non ci sarebbe il ritmo. Nello stesso modo senza un portiere non ci sarebbe la bellezza di un goal, non ci sarebbe motivo di giocare a calcio.

LA METODOLOGIA
Troppo spesso il portiere è “solo”, sia in allenamento e soprattutto in partita. Questo potrebbe portare il portiere a vivere problematiche relazionali dentro e fuori dal gruppo. La metodologia usata dall’equipe di Valerio Fiori e Giuseppe Godino è volta proprio a stilare un profilo personale di ogni atleta : ogni giovane viene reso consapevole circa le proprie abilità e viene stimolato a individuare e riconoscere i propri punti di forza e quelli da potenziare. Gli allenamenti sono articolati in sessioni di lavoro mirate al raggiungimento di specifici obiettivi: miglioramento del gesto tecnico unitamente al potenziamento delle capacità atletiche e di concentrazione. Inoltre, viene dato sistematico risalto al lavoro “sotto pressione”, ovvero in condizioni di gioco difficili nelle quali spesso il portiere viene a trovarsi.
Il movimento più significativo del portiere (la parata) è un gesto esplosivo e di destrezza che richiede abilità specifiche da allenare con metodologie appropriate. La preparazione atletica per il bambino, per il giovane in fase di maturazione e per l’adulto deve essere trattata in modo specifico rispettando precisi obiettivi e tappe legate allo sviluppo e alla crescita. L’obiettivo per i giovani portieri è, e deve essere, quello di integrare all’allenamento tecnico un mirato e preciso allenamento atletico individualizzato sulla base della fase evolutiva in cui il bambino o ragazzo si trova (età biologica), sulla base della categoria di appartenenza (età cronologica) e sulla base dei pregi e limiti fisico-motori individuali.
A ciò si affianca il lavoro di allenamento mentale inteso a facilitare tale iter operativo. Quanto premesso suggerisce l’utilizzo di una batteria di test studiati per avere indicazioni precise sulle diverse capacità del soggetto. In questo modo possiamo definire un “profilo” delle abilità del giovane portiere e delineare con più precisione l’allenamento che andremo a proporre. Il fine ultimo di questa metodologia vuole fornire un processo di crescita integrata tra abilità coordinative e condizionali in forma generale che cresceranno parallelamente alle abilità tecniche e che diventeranno sempre più specifiche e legate al ruolo del portiere. L’allenamento mentale avviene sia in modo contestuale allo svolgimento della preparazione atletica e tecnica che attraverso sessioni mirate. Viene redatto, attraverso la somministrazione di questionari, un profilo delle abilità mentali e dello stile di apprendimento indispensabile per articolare la sequenza di esercizi in maniera mirata rispetto alle caratteristiche personali di apprendimento. Il lavoro dello psicologo si affianca a quello dei tecnici durante lo svolgimento degli esercizi ed è concepito come stimolo a facilitare il corretto svolgimento degli esercizi. Inoltre, è costruita anche una “mind work station” dove vengono svolti allenamenti volti al potenziamento dell’efficacia mentale applicati a situazioni di gioco (parate, uscite,guida della difesa, ecc.). Una delle specificità della metodologia è caratterizzata dall’utilizzo di esercizi svolti a occhi chiusi, nell’intento di potenziare la capacità di “visualizzare” l’azione prima di realizzarla.
E’ ormai consolidato, anche attraverso studi sperimentali nel settore, che mantenere la concentrazione per tutta la durata della gara rappresenta la maggiore difficoltà del portiere, proprio perché la mancanza di sollecitazioni continue per tutti i novanta minuti fa cadere il portiere in uno stato di isolamento psicologico. Detto questo, unire la parte prettamente temperamentale e caratteriale con quella attentiva e situazionale, attraverso esercitazioni o valutazioni individuali, possono sicuramente essere un soluzione ottimale di lavoro didattico per il portiere, cercando di farlo sempre meno solo, sempre più il numero uno.

Focus su
> L’ATTENZIONE
L’attenzione è un processo cognitivo che permette di selezionare stimoli ambientali, ignorandone altri. Una metafora spesso usata è quella del filtro, che lascia passare soltanto gli stimoli rilevanti. La capacità di attenzione va di pari passo con quella di attivazione.
Il livello di attivazione (Arousal) è considerato un fattore importante nella determinazione dell’efficienza di un soggetto in prestazioni o compiti. La relazione tra livello di attivazione ed efficienza del soggetto, espressa in ordinata sotto forma di qualità della prestazione, è rappresentata da una curva ad U invertita. A bassi livelli di attivazione l’individuo si distrae facilmente, mentre a livelli troppo elevati l’eccessiva ansietà ha un effetto ugualmente dannoso sull’efficienza.

> ALLENARE LA CONCENTRAZIONE
Allenare la concentrazione significa controllare i processi motori di pensiero, dirigere e mantenere l’attenzione su di un compito per una corretta esecuzione incrementando le capacità di: 1. selezionare gli stimoli su cui focalizzare l’attenzione, escludendo quelli irrilevanti 2. dirigere l’attenzione al momento opportuno verso le informazioni pertinenti 3. mantenere l’attenzione sugli stimoli rilevanti. L’affinamento e la gestione volontaria della capacità di concentrazione vengono sviluppate attraverso il training propriocettivo e le procedure di rilassamento, andando così a costituire un insieme di abilità sinergiche ed interconnesse e rappresentando le condizioni necessarie per la buona riuscita delle successive fasi di visualizzazione e ripetizione ideomotoria.

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