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La tutela della reputazione in ambito federale (parte I)

Com’è noto il Codice di Giustizia Sportiva della FIGC contiene una specifica norma a tutela della reputazione delle persone, delle Società e degli organismi operanti nell’ambito del CONI, della F.I.G.C., della UEFA e della FIFA. Per esaminarla, non può prescindersi dal richiamare i principi generali in materia di libertà di manifestazione del pensiero. È indubbio, infatti, che intervenire su quello che da parte della giurisprudenza costituzionale è stato definito “il più alto, forse” dei “diritti primari e fondamentali” sanciti dalla nostra Costituzione (cfr. Corte Costituzionale, sentenza n° 168 dell’ 8.7.1971 in www.giurcost.org.) significa tener conto della necessità di contemperare da un lato l’esigenza di garantire il rispetto dell’art. 21 della Costituzione e, dall’altro, tutelare quella che la norma in commento definisce testualmente “il prestigio, la reputazione o la credibilità dell’istituzione federale nel suo complesso o in una specifica struttura.” Del resto, in più circostanze il Giudice delle Leggi ha evidenziato che la libertà di manifestazione del pensiero rientra tra i “diritti inviolabili dell’uomo”, (cfr. Corte Costituzionale, sentenza n° 126 del 2.5.1985 in www.giurcost.org) con la conseguenza, da un lato, che il nostro ordinamento ha il dovere di garantirla nei confronti di tutti i soggetti, pubblici e privati, al punto che “non è lecito dubitare che la libertà in parola debba imporsi al rispetto di tutti, delle pubbliche autorità come dei consociati, e che nessuno possa recarvi attentato” (Cfr. Corte Costituzionale, sentenza n° 122 del 9.7.1970 in www.giurcost.org) e dell’altro che tale libertà non possa essere soppressa. In più occasioni, in maniera sicuramente condivisibile, la Consulta ha evidenziato come la libertà di manifestazione del pensiero debba considerarsi “pietra angolare dell’ordine democratico” (cfr. Corte Costituzionale, sentenza n° 84 del 17.4.1969 in www.giurcost.org) e “cardine di democrazia nell’ordinamento generale” (cfr. Corte Costituzionale, sentenza n° 126 del 2.5.1985 cit. ) e, dunque, soggetta a limitazioni solo per tutelare altri beni e valori protetti dalla Costituzione.

È lecito affermare, pertanto, che secondo l’interpretazione della Corte Costituzionale le limitazioni alla libertà di manifestazione del pensiero devono rispettare un duplice requisito, ossia essere poste solo dal legislatore ordinario e tutelare i beni e valori costituzionalmente rilevanti.

Alla luce di quanto sin qui riportato sembrerebbe pertanto lecito che qualcuno possa dubitare della legittimità della compressione della libertà di manifestazione del pensiero prevista dall’art. 5 del Codice di Giustizia Sportiva. E tanto a maggior ragione se, come pure è stato sottolineato, le norme che impongono tale limitazione risultassero emanate nell’esercizio di una potestà pubblica, spettante alle Federazioni Sportive in relazione al rapporto con il C.O.N.I. e mediante atti amministrativi di normazione secondaria. Tuttavia, come autorevolmente è stato osservato, se invece si ammette “che il fondamento della vincolatività delle norme federali limitative della libertà di espressione risiede nel consenso manifestato dai singoli con l’atto di adesione alla Federazione, il discorso riguardante la validità di un siffatto atto di autonomia negoziale deve necessariamente articolarsi secondo due distinte direttrici lungo le quali si tenga conto, da un lato, dei profili di indisponibilità e irrinunciabilità che caratterizzano le libertà costituzionali, dall’altro della tutela apprestata dall’onere e dalla reputazione quali beni costituzionalmente garantiti” (cfr. Caprioli, L’autonomia delle Federazioni Sportive Nazionali nel Diritto Privato, Napoli 1997, pag. 150).

Nel caso di specie, come evidenzia la stessa autorevole dottrina, “la compressione della libertà di manifestazione del pensiero, accettata da colui che chiede di tesserarsi presso una Federazione Sportiva Nazionale, è giustificata dall’interesse del soggetto a partecipare alle attività che si svolgono in una formazione sociale all’interno della quale egli ritiene che possa ricevere pieno sviluppo la propria personalità” (cfr. Caprioli, op. ult. cit., pag. 152). A ben vedere, del resto, la norma in esame si inserisce in quel potere riconosciuto alle singole Federazioni Sportive Nazionali che caratterizza l’autonomia dell’ordinamento sportivo.

Come è stato condivisibilmente osservato, (cfr. Sandulli – Sferrazza, Il giusto processo sportivo, Milano 2015, pag. 77) infatti, il logico corollario dell’autonoma scelta degli obiettivi da perseguire nell’ambito endofederale è proprio “l’omologa libertà nella redazione delle tavole delle condotte incompatibili con l’appartenenza soggettiva ad esso e, in via strumentale e necessaria, dei mezzi e dalle forme di tutela dell’ordinamento sportivo dalle deviazioni che si dovessero verificare al suo interno. È, infatti, da reputare intimamente ed immancabilmente connessa con l’autonomia dell’ordinamento sportivo la sua idoneità a munirsi in via indipendente di un circuito normativo che reagisca alla negazione dei valori del mondo dello sport: anche questa pronta capacità di replica alla rottura delle regole interne è implicita condizione del riconoscimento e della salvaguardia proveniente dall’ordinamento statale” ( cfr. Corte di Giustizia Federale, Sez. Un. In C.U. n. 19/CGF del 2.8.2012 citata in nota in Sandulli-Sferrazza, op. cit., pag. 77). Tenuto conto di quanto sopra evidenziato, può ora procedersi all’esame della norma in questione. In primo luogo deve osservarsi che, a ben vedere, al pari del principio di lealtà e correttezza di cui all’art. 1 bis, anche in questo caso la materia è stata disciplinata pure dal C.O.N.I. L’art. 7 del Codice di comportamento sportivo, infatti, denominato “Divieto di dichiarazioni lesive delle reputazione” prevede che “i tesserati, gli affiliati e gli altri soggetti dell’ordinamento sportivo non devono esprimere giudizi o rilievi lesivi della reputazione dell’immagine o della dignità personale di altre persone o di organismi operanti nell’ambito dell’ordinamento sportivo”. Il legislatore federale, tuttavia, ha sentito l’esigenza di meglio specificare gli “organismi operanti nell’ambito dell’ordinamento sportivo” ai quali fa riferimento la citata norma approvata dal C.O.N.I., indicando espressamente al primo comma che “ ai soggetti dell’ordinamento federale è fatto divieto di esprimere pubblicamente giudizi o rilievi lesivi della reputazione di persone, di società o di organismi operanti nell’ambito del CONI, della FIGC, della UEFA o della FIFA”.

Vi sono, dunque, espliciti riferimenti all’ordinamento sportivo nazionale ed al carattere sovranazionale dell’organizzazione sportiva, in coerenza con la previsione del numero 4 dell’art. 1 dello Statuto federale, che afferma testualmente che “ la FIGC è l’unica federazione sportiva italiana riconosciuta dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI), dall’Union des Associations Europèennes de Football (UEFA) e dalla Federation Internazionale de Football Association (FIFA) per ogni aspetto riguardante il giuoco del calcio in campo nazionale e internazionale”. La norma, con il riferimento al divieto di esprimere pubblicamente “giudizi o rilievi lesivi della reputazione” sembra richiamare la previsione dell’art. 595 del Codice penale in tema di diffamazione, laddove l’offesa dell’altrui reputazione, per essere considerata reato, deve avvenire “comunicando con più persone”. Non vi è dubbio, dunque, che il legislatore federale abbia voluto comunque far riferimento ad una particolare configurazione dell’onore e della reputazione nell’ambito della comunità sportiva, al punto che da taluno si è utilizzata la definizione di “reputazione sportiva” (cfr. Caprioli, op. cit., it., pag. 154 ed ivi il richiamo a Cassaz. 2.3.1973 n. 579 in Giur. It, 1974, I, 1, col. 792 e ss.).

Proseguendo l’esame della norma in commento, deve evidenziarsi che il secondo comma della norma in commento, inoltre, specifica che anche in tema di dichiarazioni lesive sussiste una “responsabilità oggettiva” delle Società, tenuto conto che queste ultime, ai sensi dell’art. 4 del Codice di Giustizia Sportiva, sono responsabili “delle dichiarazioni rese dai propri dirigenti e tesserati nonché dai soggetti di cui all’art. 1 bis, comma 5”. Tale previsione appare in stretto collegamento con il comma sette della norma in commento che precisa altresì che “le Società sono punite, ai sensi dell’art. 4, con un’ammenda pari a quella applicata all’autore della dichiarazione”.

Sempre l’ultimo comma, inoltre, conferisce particolare importanza al dissociarsi, in maniera pubblica, dalle dichiarazioni lesive. Il legislatore federale, infatti, a tale proposito non solo ha previsto che tale pubblica dissociazione costituisca circostanza attenuante “con fissazione della sanzione anche in misura inferiore al minimo” ma addirittura che “in casi eccezionali, la pubblica dissociazione può costituire esimente”.

A tale proposito, se più agevole sembra la possibilità di definire cosa possa intendersi per “pubblica dissociazione”, sicuramente più complessa appare l’individuazione di quei “casi eccezionali” per i quali, per l’appunto, la pubblica dissociazione può addirittura costituire esimente. E’ indubbio che su tale aspetto è lasciato ampio margine agli Organi di Giustizia che, in presenza di una previsione tanto generica, dovranno necessariamente valutare caso per caso.

Il terzo comma, inoltre, prevede quella che può definirsi una “prova liberatoria”.

Il legislatore federale, infatti, ha espressamente disciplinato l’ipotesi della non punibilità allorquando l’autore della dichiarazione provi “la verità dei fatti, qualora si tratti dell’attribuzione di un fatto determinato”.

La circostanza dell’attribuzione di un fatto determinato, a ben vedere, non è presa in esame ai soli fini dell’eventuale “prova liberatoria”.

Il sesto comma della norma in commento, infatti, alla lettera c) prevede che gli organi disciplinari, ai fini della determinazione dell’entità della sanzione, dovranno valutare “ la circostanza che le dichiarazioni consistano nell’attribuzione di un fatto determinato e non sia stata provata la verità di tale fatto”.

Altra importante circostanza da tener conto nella determinazione dell’entità della sanzione, ai sensi della lettera d) del sesto comma della norma in commento è che “le dichiarazioni siano comunque volte a negare o a mettere in dubbio la regolarità delle gare e dei campionati, l’imparzialità degli ufficiali di gara e dei componenti gli organi tecnici arbitrali, nonché dei componenti degli Organi della Giustizia Sportiva, la correttezza delle procedure di designazione”. Sempre il sesto comma, inoltre, per quanto attiene l’entità della sanzione, prevede alla lettera a) che si debba valutare “la gravità, le modalità e l’idoneità oggettiva delle dichiarazioni, anche in relazione al soggetto da cui provengono, ad arrecare pregiudizio all’istituzione federale o a indurre situazioni di pericolo per l’ordine pubblico o per la sicurezza di altre persone”. Si tratta, a ben vedere, di un riferimento alle qualità soggettive dell’autore delle dichiarazioni ritenute lesive che, del resto, si rinviene anche nel precedente numero 5) della norma in commento, laddove il legislatore federale ha esplicitamente previsto che “ all’autore delle dichiarazioni di cui al comma 1 si applica l’ammenda da Euro 2.500,00 ad Euro 50.000,00 se appartenente alla sfera professionistica”.

La ratio della norma si rinviene nella valutazione che i soggetti che svolgono attività nell’ambito professionistico hanno più facilmente accesso ai media e, di conseguenza, una eventuale dichiarazione lesiva potrebbe avere una maggiore diffusione e mettere maggiormente in discussione “ il prestigio, la reputazione o la credibilità dell’istituzione federale nel suo complesso o in una specifica struttura”.

Da ultimo, rinviando ad un prossimo articolo l’esame della giurisprudenza federale, appare rilevante sottolineare come, al quarto comma della norma in esame, il legislatore federale si sia preoccupato di dare una definizione di dichiarazione “pubblica”, precisando che per l’appunto deve considerarsi tale una dichiarazione “quando è resa in pubblico ovvero quando per i destinatari, il mezzo o le modalità della comunicazione è destinata ad essere conosciuta o può essere conosciuta da più persone”.

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