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L’attenzione nello sport

Un atleta che si rispetti, deve essere a conoscenza che oltre al proprio corpo nell’attività motoria deve allenare anche la mente. Nei protocolli psicomotori usati generalmente dagli psicologi dello sport si lavora molto sui livelli attentivi e concentrativi. Nel metodo 2T in uso in molti settori giovanili e soprattutto alle Nazionali LND si cerca, attraverso esercitazioni sul campo, di far prendere consapevolezza ogni calciatore con la propria sfera cognitiva. Esistono svariati test che inquadrano tale propensione che è consigliabile fare all’inizio della stagione sportiva, fra cui il cosiddetto TAIS (si veda box “Il TAIS”), che è tutt’oggi uno dei più utilizzati proprio in ambito sportivo.
L’attenzione in psicologia non è altro che il processo cognitivo della mente che permette di concentrarsi selettivamente su di un particolare stimolo, ignorandone altri (ad esempio, ci permette di seguire una conversazione, ignorando il rumore di sottofondo, o ci permette di individuare un oggetto familiare in mezzo ad altri oggetti).

L’attenzione agisce come un filtro, è dunque selettiva, organizzando le informazioni provenienti dall’ambiente esterno, allo scopo di emettere una risposta adeguata, e regolando l’attività dei processi mentali. È un processo che può funzionare involontariamente (come quando l’attenzione è catturata automaticamente da stimoli che appaiono improvvisamente nel campo visivo periferico) o volontariamente, come quando essa viene diretta coscientemente verso un determinato stimolo (il pallone in movimento oppure la porta avversaria). Quello che alle volte s’ignora è quanto la mente possa influire sul corpo e quanto le abilità mentali siano importanti per il raggiungimento della propria prestazione ideale.
L’allenamento diventa così un allenamento “integrato” dove il risultato finale comprende tutte le funzioni necessarie per ottenere il massimo livello di performance. L’allenamento integrato assume quindi un significato diverso o superiore rispetto a quello delle singole parti prese autonomamente.
Oltre alle gambe per vincere serve anche la testa: la condizione fisica e le capacità tattiche e motorie dell’atleta sono il fondamento su cui costruire una buona performance, ma se aggiungiamo ad esse il controllo emotivo sulle situazioni e abilità mentali sviluppate ed allenate, si pongono le condizioni necessarie per ottenere un buon risultato.
L’atleta è un uomo, un uomo che ha scelto di sfidare sé e gli altri, con i suoi punti deboli e le sue illimitate potenzialità; lo psicologo dello sport, come per altro anche l’allenatore, deve tenere bene in mente che dedicherà il suo sostegno e il suo contributo in primis all’uomo, e in secondo luogo all’atleta che c’è in lui, il quale rappresenta solo una parte della sua complessità. Riassumendo è come dire che l’uomo senza l’atleta può sopravvivere, mentre questo è impossibile nel caso di un atleta senza uomo.

La psicologia dello sport da decenni studia il funzionamento dell’attenzione e costruisce esercizi allo scopo di migliorarla, affinarla e mantenerla al massimo nei momenti importanti.
Ogni esercitazione pratica fatta in campo ha come obiettivo di mantenere alto e costante il livello di attenzione di ogni atleta, e nel caso di sport collettivi come il calcio, cercando di sincronizzarla a tutto il resto della squadra. È il gruppo nel suo tutto che deve essere attento, non qualche singolo giocatore. La squadra è come una macchina da strada, se qualche pezzo si rompe, la macchina si ferma nel breve o nel lungo periodo.
Essere tutti focalizzati verso uno stesso esercizio da compiere (in allenamento per esempio) è sinonimo di ottenere a livello di probabilità il più alto numero di risultati. Cercare quindi di far diminuire i livelli di distrazione dei singoli atleti è penso il compito più importante di ogni staff tecnico. La difficoltà per un allenatore potrebbe nascere nel far sincronizzare questa a tutto il gruppo.
Attraverso tecniche psicomotorie proprie della psicologia dello sport, si può lavorare in tale direzione. Ad esempio il tempo di reazione ad uno stimolo (per esempio la giocabilità di uno “schema” su calcio piazzato) è una variabile molto importante su cui lavorare. Se qualcuno facente parte del gruppo chiamato a fare lo “schema” dettato dal tecnico, non è sincronizzato con il resto della squadra, automaticamente lo schema stesso non funziona.

Quando ci sono problematicità dei livelli di attenzione si parla di iperprosessia, nel caso vi sia un aumento eccessivo dei livelli, o di ipoprosessia, nel caso opposto di diminuzione. Nell’età evolutiva esiste una sindrome particolarmente studiata, soprattutto nell’età infantile, il Disturbo da Deficit di Attenzione ed Iperattività, ADHD (già ampiamente discusso nel numero di Agosto-Settembre 2013).
L’attenzione assolve alcuni compiti fondamentali per l’uomo:
mettere a fuoco alcuni stimoli ed escluderne altri;
distribuire le risorse cognitive tra diversi compiti;
permettere la concentrazione continuata su determinati stimoli;
vigilare in attesa di riconoscere tra gli stimoli in arrivo degli stimoli critici;
monitorare le nostre stesse azioni.
In una partita di calcio, esistono per esempio dei momenti “morti” (quando il pallone non è sul terreno, o quando si interrompe spesso il gioco) in cui è possibile che qualche giocatore diminuisca la propria attenzione.
Le partite si vincono in genere quando si è attenti e concentrati per buona parte dei 95 minuti, dato che è fisicamente impossibile mantenere gli stessi livelli attentivi per tutta la partita, in quanto come detto prima, l’atleta è prima di tutto un uomo. Non si tratta di un processo lineare, ma di un fenomeno psicofisiologico caratterizzato da un’alternanza tra momenti di aumento e di calo del livello dell’attenzione su cui influiscono diversi fattori, tra cui il ritmo circadiano (si veda box “Il ritmo circadiano”).
Ad esempio è dimostrato che la soglia attentiva massima si ha per 40-45 minuti, dopo di che inizia un normale calo, per cui si consiglia di sospendere l’attività per 15 minuti per poi riprendere. Una partita di calcio per esempio, forse casualmente o scientemente, invito il lettore ad approfondire, segue queste tempistiche. E in effetti spesso accade che le partite si risolvono nei minuti finali di recupero di un tempo e l’altro proprio in virtù di un calo fisiologico, dove vince la squadra che riesce meglio a contenere questa diminuzione.

Il TAIS
TAIS – Test di Stile Attentivo e Interpersonale
(TAIS, Nideffer 1976, Cei 1987 )

Si tratta di un questionario di autovalutazione composto da 144 item, utile per individuare lo stile attentivo di ogni atleta.
Il TAIS individua 17 scale differenti di cui:
6 scale di STILE ATTENTIVO
2 scale di CONTROLLO COMPORTAMENTALE E COGNITIVO
9 scale di STILE INTERPERSONALE
Sulla base dell’interpretazione del profilo delle Scale Attentive è possibile ricavare 6 stili:

BET (focus attentivo esterno ampio): in questa scala ottengono un punteggio elevato gli individui che si descrivono capaci di integrare efficacemente molti stimoli esterni nello stesso tempo.
OET (sovraccarico di stimoli esterni): più è alto il punteggio e più l’individuo compie errori dovuti a confusione e sovraccarico di stimoli esterni.
BIT (focus attentivo interno ampio): un alto punteggio indica chel’individuo si considera capace di integrare efficacemente idee ed informazioni provenienti da aree differenti.
OIT (sovraccarico di stimoli interni): più è alto il punteggio e più l’individuo compie errori perché si confonde pensando a troppe cose contemporaneamente.
NAR (focus attentivo ristretto): più è alto il punteggio e più l’individuo si percepisce capace di restringere il focus attentivo quando è necessario.
RED (focus attentivo ridotto): un alto punteggio indica che l’individuo commette errori dovuti ad una restrizione eccessiva del focus attentivo.

FOCUS Su > Il ritmo circadiano
Il ritmo circadiano è un ritmo caratterizzato da un periodo di circa 24 ore. Il termine “circadiano”, coniato da Franz Halberg, viene dal latino circa diem e significa appunto “intorno al giorno”. Esempi di ritmo circadiano sono il ritmo veglia-sonno, il ritmo di secrezione del cortisolo (ormone dello stress) e di varie altre sostanze biologiche, il ritmo di variazione della temperatura corporea e di altri parametri legati al sistema circolatorio. I ritmi circadiani dipendono da un sistema circadiano endogeno, una sorta di complesso “orologio interno” all’organismo che si mantiene sincronizzato con il ciclo naturale del giorno e della notte mediante stimoli naturali come la luce solare e la temperatura ambientale, ma anche stimoli di natura sociale (per esempio nel calcio le partite alla stessa ora).

Approfondimenti > ADHD
Un disturbo da non sottovalutare
Il disturbo dell’Iperattività con Deficit dell’Attenzione è un disturbo cronico e pervasivo dello sviluppo con esordio nell’infanzia (prima dei 7 anni) caratterizzato, come dice il nome stesso, da deficit di attenzione, impulsività, iperattività o una combinazione di questi elementi. Circa il 4% della popolazione pediatrica soffre di questo disturbo.
Si tratta di un disturbo eterogeneo e complesso, multifattoriale che nel 70-80% dei casi coesiste con uno o più disturbi. Quelli più frequentemente associati sono i Disturbi specifici dell’apprendimento, i Disturbi dell’ansia, il Disturbo della condotta e il Disturbo oppositivo – provocatorio.
Per ciò che concerne i sintomi principali, L’ADHD ha un ampio spettro di sintomi raggruppabili in tre sottogruppi a seconda dell’area maggiormente coinvolta.
Tipo con Deficit di attenzione
Tipo con Iperattività e comportamenti Impulsivi predominanti
Tipo combinato

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