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L’autoefficacia percepita nello sport

Il senso di efficacia percepita è il processo cognitivo chiave identificato dallo psicologo sociale Albert Bandura (1987) per l’analisi dell’azione umana. L’autoefficacia percepita può essere definita come una capacità generativa (che ha la funzione di organizzare elementi particolari) il cui scopo è quello di orientare le singole sottoabilità cognitive, sociali, emozionali e comportamentali in maniera efficiente per assolvere a scopi specifici.
Il concetto di autoefficacia, in generale, si riferisce, come detto dall’autore, alla “convinzione nelle proprie capacità di organizzare e realizzare il corso di azioni necessario a gestire adeguatamente le situazioni che incontreremo in modo da raggiungere i risultati prefissati. Le convinzioni di efficacia influenzano il modo in cui le persone pensano, si sentono, trovano le motivazioni personali e agiscono”.
Anche nello sport l’Autoefficacia è definita come la “fiducia che una persona ripone nella propria capacità di affrontare un compito specifico”.

Sulla base di queste considerazioni ogni individuo sceglierà di partecipare ad attività sportive che gli garantiscono buoni margini di successo, rispetto ad altre che potrebbero sfociare con più facilità in insuccessi.
Anche il contesto quindi svolge una parte fondamentale nel sentimento di autoefficacia. Ecco perché riferendoci ai bambini, il consiglio è sempre quello di favorire l’attività che più preferiscono, senza forzarli in questo o quello sport dove probabilmente avrebbero secondo i genitori maggiori capacità, che però il bambino non sente di avere. Le persone cercano di esercitare un controllo sugli eventi che riguardano la loro vita per prevenire ansia, apatia o disperazione che può generare da situazioni ritenute spiacevoli o dannose.
Trarre piacere dell’azione sportiva è estremamente importante in quanto soddisfa una delle motivazioni che determinano il coinvolgimento sportivo: entusiasmarsi, divertirsi e spendere energia attraverso il movimento.  
Il calcio consente di soddisfare questa motivazione, attraverso allenamenti in cui vi sia un’adeguata varietà di esercizi, alcuni di più facile esecuzione altri più difficili, in cui i ragazzi siano costantemente impegnati, riducendo così al minimo indispensabile i momenti di pausa o di attesa.

Nel corso degli anni sono state proposte molteplici teorie riguardo alla capacità di esercitare un controllo sugli eventi. Il focus principale riguarda la convinzione delle persone circa le proprie capacità di produrre determinati effetti.
Secondo questo modello l’Autoefficacia viene considerata come il risultato di un processo circolare: le informazioni partono dall’ambiente esterno, attraverso canali sensoriali e arrivano al sistema percettivo e quindi a quello dell’attivazione motoria attraverso l’azione di scelta (si veda box  “Le strategie di coping”).
Le convinzioni riguardo al proprio funzionamento di autoefficacia regolano sostanzialmente quattro processi principali:
1) Cognitivi
2) Affettivi
3) Motivazionali
4) Atti di scelta
Nel mondo sportivo in generale e in quel del calcio in particolare, si dovrebbe tener sempre in considerazione queste quattro fondamentali aspetti. Un calciatore dal punto di vista cognitivo, ovvero razionale, ha sempre in mente quali siano obiettivi ben precisi che si pone durante la stagione e la pianificazioni di essi, e cerca per tutto il suo periodo di attività di fare i conti con la parte più irrazionale riferita agli affetti dei compagni, del tecnico e dell’ambiente che lo circonda. Si sente di farcela, ma non si sente stimato a tal punto per riuscirci.
Dunque questo scatena le proprie motivazioni intrinseche (non legate al risultato, quindi esempio sono gli allenamenti) fino alla scelta del comportamento da adottare, ovvero l’azione vera e propria finale. Una volta che vi è un buon funzionamento del sistema di autoefficacia personale si può parlare di prestazione.

IL MODELLO DEL FLOW
Il modello del Flow (prestazione ottimale), punto cardine della psicologia dello sport, spiega chiaramente casi in cui richieste di compito che vengono percepite come eccessive generano uno stato di ansia. Al contrario, l’equilibrio tra le difficoltà proposte dalla sfida e le proprie abilità può condurre al vissuto di flow e, di conseguenza, alla prestazione eccellente. Ed è proprio restando in linea con le attuali tendenze della psicologia, in particolare della Psicologia Positiva (Seligman, 2003), che si è verificata un’importante virata anche nel contesto sportivo.
Oggi, l’approccio con l’atleta si concentra sui suoi punti di forza, supportandolo nella costruzione di un modello di funzionamento ottimale e nello sviluppo delle condizioni predisponenti la miglior performance. Gli atleti che credono in loro stessi e nella loro capacità di far fronte alle avversità hanno maggiori probabilità di riuscita rispetto agli atleti che talvolta o spesso dubitano del loro valore e delle loro potenzialità. Inoltre gli atleti che nutrono fiducia in se stessi si sforzeranno di più di fronte agli ostacoli o ai momenti di particolare tensione, manterranno viva dentro di se l’idea di poter raggiungere la loro meta come previsto precedentemente e non avranno un atteggiamento di rinuncia di fronte ad una situazione sportiva lievemente o moderatamente compromessa.

Focus Su > IL GOAL SETTING
Il Goal Setting o formazione degli obiettivi è uno dei punti chiave della preparazione mentale in ambito sportivo in quanto comprendere bene che cosa si vuole ottenere, in quanto tempo e con quale strategia accresce notevolmente le possibilità di avere successo e permette alla persona di avere un quadro ben preciso di quello che potrebbe essere anche solo un suo desiderio, ma che deve diventare un progetto con determinate caratteristiche: allora il desiderio si trasforma in realtà.
Un fattore psicologico fondamentale nel Goal Setting è l’Autoefficacia o Self-Efficacy, in quanto ci fa riflettere sulla capacità di credere nelle nostre possibilità, nei nostri mezzi e sullo sviluppo che tale capacità possiede di fronte agli obiettivi sportivi prefissati.

LA STRATEGIA DI COPING
Il termine “coping” è entrato in uso nella letteratura psicologica negli anni ’40 e ’50, soprattutto negli Stati Uniti e deriva dal verbo inglese “to cope” che significa far fronte, tener testa, lottare con successo e si riferisce all’insieme delle strategie che permettono di affrontare adeguatamente gli stimoli stressogeni.  
Lazarus e Folkman, due tra i più significativi studiosi in materia di prevenzione dello stress definiscono il coping come “l’insieme degli sforzi comportamentali e cognitivi, volti alla gestione di specifiche richieste esterne e/o interne, valutate come situazioni che mettono alla prova o che in ogni caso eccedono le richieste di una persona”. Questi sforzi sono finalizzati a ridurre, minimizzare, padroneggiare, sopportare tali richieste.

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