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Le società: benefit tra profit e non profit

Nel nostro primo approccio all’avvio dell’armonizzazione delle norme che sovraintendono il terzo settore1, si è appena accennato alla nuova veste giuridica che possono assumere quelle società che, contestualmente all’esercizio di una attività economica con fini di lucro, con lo scopo di dividerne gli utili, vogliono raggiungere obiettivi e finalità di beneficio comune, con il quale si vuole intendere il perseguimento di uno o più effetti positivi, o la riduzione degli effetti negativi, operando in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni e altri portatori di interessi. 

Taluni commentatori nel convenire che con la Legge di Stabilità 2016 è stata introdotta nel nostro ordinamento una nuova forma societaria o, per meglio dire, una nuova caratteristica che va ad aggiungersi alle forme societarie codicistiche, dallo stesso legislatore italiano denominata Società Benefit, affermano che tale nuova forma societaria, in un certo senso, possa essere definita ibrida in quanto, cercando di coniugare alcuni aspetti delle società commerciali con il mondo non profit, si pone come obiettivo quello di facilitare ed incrementare le ricadute sociali positive da parte delle società commerciali.

Altri commentatori, invece, negano tale natura ibrida, poiché nelle società benefit ravvisano le peculiarità delle benefit corporation, caratterizzate, appunto, da un profilo societario innovativo che individua nella scelta originaria volontaria, formalmente prevista nello statuto sociale fin dalla costituzione, di produrre contemporaneamente benefici di carattere sia sociale sia ambientale, cioè creare un vantaggio pubblico, inteso come impatto materiale positivo sulla comunità e sull’ambiente, mentre raggiunge i propri risultati di profitto, superando così la tradizionale divisione tra società finalizzate al profitto e organizzazioni non profit. 

Tale nuova veste giuridica societaria, di origine statunitense, legiferata per prima dallo stato federale del Maryland nell’aprile del 2010, comincia a trovare riscontro in tutti i paesi industriali, manifestando così una visione evoluta delle modalità con le quali fare impresa, così come auspicato anche da Papa Francesco in occasione dell’incontro con l’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID) avvenuta il 31 ottobre 2015. 

In Italia, uno dei primi Paesi al mondo ad aver legiferato compiutamente in materia, la Società Benefit, come già evidenziato, è stata introdotta e regolamentata con la L. 28 dicembre 2015, n. 208 (Legge di Stabilità 2016) all’articolo 1, comma da 376 a 384.

La Società Benefit, come già detto in premessa, può assumere una qualsiasi delle forme previste dal codice civile al Libro V, titolo V e VI, ma deve necessariamente indicare nel proprio oggetto sociale le finalità specifiche di beneficio comune che intende perseguire nell’esercizio della propria attività economica, operando in modo responsabile e trasparente nei confronti di tutti i portatori di interessi. 

Il Legislatore ha ben esplicitato chi intenda per portatori di interessi, in parte al comma 376, in cui vengono indicate le persone, comunità, territori ed ambiente, in parte al comma 378, lettera b) in cui si specifica cosa debba intendersi per “altri portatori di interessi”, vale a dire  il soggetto o i gruppi di soggetti che direttamente o indirettamente sono coinvolti dall’attività della società, comprendendo quindi i lavoratori, i clienti e i fornitori, ma anche i finanziatori e i creditori, la pubblica amministrazione e la società civile.

L’impatto generato dalla Società Benefit in termini di beneficio comune, viene valutato secondo uno standard di valutazione esterno, vale a dire attraverso un Ente necessariamente estraneo alla Società e quindi non collegato e nemmeno controllato dalla Società Benefit. A tal proposito, l’allegato 4 alla richiamata legge di stabilità, delinea le caratteristiche standard del modello di valutazione, esigendo che lo stesso sia esauriente e articolato e, soprattutto, credibile. Conseguentemente l’accento viene posto sulla credibilità dell’Ente stesso che deve avere competenze tali da poter oggettivamente valutare l’impatto sociale e ambientale delle attività svolte dalla Società Benefit, utilizzando un metodo scientifico e multidisciplinare, anche attraverso la consultazione pubblica. Tutto deve essere trasparente: vengono resi pubblici i criteri utilizzati per la misurazione dell’impatto sociale e ambientale, le ponderazioni utilizzate per le misurazioni, così come la governance dell’ente di valutazione e il resoconto delle entrate e delle fonti di sostegno finanziario dello stesso, in modo da poter escludere qualsiasi conflitto di interessi.

La valutazione, così come indicato dall’allegato 5 alla Legge 208/2015, viene effettuata su più piani: il governo d’impresa, i lavoratori, gli altri portatori di interessi, così come sopra descritti, e l’ambiente. Per entrare più nello specifico, si sottolinea che per quanto riguarda:

il governo d’impresa, il Legislatore ha ritenuto che la valutazione sia necessaria per poter valutare il grado di trasparenza e responsabilità della società, richiamando in particolare l’attenzione sul livello di coinvolgimento dei portatori di interessi, sul grado di trasparenza delle politiche e delle pratiche adottate;

– i lavoratori, la valutazione deve considerare le relazioni della Società Benefit con i propri dipendenti e altri prestatori d’opera in termini di retribuzioni, benefit, formazione e opportunità di crescita personale, qualità dell’ambiente di lavoro, comunicazione interna, flessibilità e sicurezza sul lavoro. In tal senso si espresso anche il Papa nel più sopra richiamato incontro che nel suo intervento ha così detto: “…è decisivo avere una speciale attenzione per la qualità della vita lavorativa dei dipendenti, che sono la risorsa più preziosa di un’impresa; in particolare per favorire l’armonizzazione tra lavoro e famiglia… L’economia e l’impresa hanno bisogno dell’etica per il loro corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica che ponga al centro la persona e la comunità”;

gli altri portatori di interessi, il punto 3 dell’allegato 5, si sofferma sulla valutazione delle relazioni esistenti  tra la Società Benefit ed i fornitori, il territorio, le comunità locali, e sulle azioni dallo stesso svolte in termini di  volontariato, donazioni, attività culturali e sociali e ogni altra azione di supporto allo sviluppo locale della propria catena di fornitura; 

l’ambiente, l’attenzione viene posta sull’impatto che la società ha su di esso, in termini di risorse, energia, materie prime, processi produttivi, logistici e di distribuzione, uso, consumo e fine vita. 

Anche una società già costituita può diventare Società Benefit e, quindi, utilizzare accanto alla denominazione sociale, così come quelle società originariamente benefit, le parole “Società Benfit” o l’abbreviazione “S.B.” purché provveda a modificare lo statuto, non solo nell’oggetto sociale, secondo quanto previsto dal comma 377 e dal comma 379 dell’art. 1 legge di stabilità, ma anche attraverso l’individuazione del soggetto o dei soggetti responsabili a cui affidare le funzioni ed i compiti relativi al perseguimento delle finalità di beneficio comune per i diversi portatori di interessi. In ogni caso, la Società Benefit dovrà essere amministrata in modo tale da bilanciare l’interesse dei soci e l’interesse di coloro sui quali l’attività sociale possa avere un impatto e nel rispetto della massima trasparenza.

Sempre nel rispetto del criterio della trasparenza, la Società Benefit è chiamata a redigere annualmente, quale allegato al bilancio di esercizio, una relazione in cui devono essere compiutamente descritte le modalità in cui si è svolta l’attività sociale in vista del perseguimento del beneficio comune, quindi gli obiettivi specifici, le modalità e le azioni poste in essere, dichiarando espressamente anche gli eventuali ostacoli che ne abbiano impedito la realizzazione e gli obiettivi per l’esercizio successivo. Nel valutare l’impatto esterno che tale attività ha prodotto, la Società dovrà attenersi a uno specifico standard di valutazione, così come più sopra ampiamente illustrato. Nell’ipotesi in cui la Società Benefit possieda un sito internet, la relazione annuale deve essere in esso pubblicata, avendo però la possibilità di omettere alcuni dati finanziari e ciò al fine di tutelare i soggetti beneficiari.

Qualora nei fatti la Società Benefit dovesse risultare inadempiente rispetto al perseguimento delle finalità di beneficio comune, saranno gli amministratori a doverne rispondere per violazione degli obblighi di legge e di statuto sociale. Inoltre, ricordiamo che la Società Benefit, oltre al rispetto delle norme del codice civile con riferimento alla veste giuridica prescelta tra i vari tipi di società commerciali ivi previsti per svolgere la propria attività, è soggetta alle norme in materia di pubblicità ingannevole (D.Lgs. 145/2007), nonché al codice del consumo (D.Lgs. 206/2005). A vigilare sul rispetto delle richiamate norme è l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust).

Come facilmente intuibile e previsto dalle norme che la disciplinano, la Società Benefit anche nel rispetto delle attese dei soci di vedere remunerato il proprio investimento, con l’approvazione del bilancio annuale può deliberare la distribuzione di utili, ma avendo cura di destinarne una parte al fine del raggiungimento degli obiettivi e delle finalità di beneficio comune.

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