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L’empatia: ascoltare l’altro

Il termine empatia deriva dal greco e identifica la capacità personale di “mettersi nei panni” degli altri, di calarsi nella loro realtà per comprenderne punti di vista, pensieri, sentimenti, emozioni, ovvero il “pathos”. Per empatia si intende “quel particolare atteggiamento che permette di decentrarsi dal proprio personale punto di vista e comprendere nel profondo le sensazioni della persona con cui entriamo in rapporto”. L’empatia e l’atteggiamento che racchiude le sue peculiarità, non è un fenomeno che si innesca in maniera automatica e superficiale, ma per far sì che si manifesti è necessaria una marcata disponibilità e impegno. 


Spesso per instaurare un rapporto autentico con un’altra persona è necessario prima di tutto mettersi nella condizione di poter mettere da parte momentaneamente le proprie personali convinzioni e necessità, per dare così il giusto valore al vissuto dell’individuo che ci troviamo di fronte, senza giungere in modo rapido ad errate convinzioni. Questa fondamentale capacità relazionale nell’uomo è ravvisabile nella parte destra del cervello (si veda immagine L’emisfero Destro). 


La differenziazione emisferica viene ipotizzata, per la prima volta, da Diocle di Caristo, medico greco, che, nel IV secolo a.C., scriveva: “Nella testa ci sono due cervelli: uno dà la capacità di comprendere, l’altro provvede alla percezione sensoriale. Vale a dire: sul lato destro c’è quello che percepisce, ma è con quello che sta a sinistra che comprendiamo”. Le prime evidenze scientifiche, però, risalgono al 1861, quando Paul Pierre Broca, neurologo e chirurgo francese, ha evidenziato, con una serie di esperimenti, che l’emisfero sinistro (in particolar modo la terza circonvoluzione del lobo frontale) è coinvolto nella produzione e nell’elaborazione del linguaggio. L’emisfero sinistro è analitico, pratico, organizzato, logico e razionale, mentre quello destro è emotivo, spaziale, non verbale, sintetico, globale, vivace, artistico e creativo, e all’interno di esso vi è la funzione empatica di ognuno di noi. Nelle relazioni interpersonali l’empatia diventa così la principale e forse unica “chiave di accesso” ai sentimenti, agli stati d’animo, alle motivazioni e più in generale al mondo dell’altro. 

Nella donna, che ha maggiori capacità associative di funzionalità diverse grazie al corpo calloso più massiccio (si veda approfondimento “Il corpo calloso”), le aree deputate all’ascolto e all’empatia sono più sviluppate rispetto a quelle dell’uomo, che invece riveste maggiori capacità in molte delle funzioni ravvisabili nell’emisfero sinistro. Il cervello maschile infatti analizza e si trova a suo agio a processare le informazioni in modo logico e lineare, mentre quello femminile ha più capacità di associare gli elementi.


L’ESEMPIO DELLE SCUOLE CALCIO

Nel mondo delle scuole calcio, è fondamentale che gli educatori abbiano un’idea ben sviluppata riguardo alla dote empatica. Per esempio si potrebbe chiedere quanto tempo ci mette prima di capire i bisogni di un bambino (a casa magari se ha un figlio o un nipote), oppure quanta sopportazione ha nell’ascoltarlo e nel comprenderlo. Per empatia quindi non si intende la propria capacità di “amare” qualcuno, ma di leggere il suo “amore”. 


Spesso i bambini nascondono dentro di loro tutte le proprie considerazioni e giudizi sulle relazioni (soprattutto una persona che non sia un genitore), e un educatore preparato dovrebbe cercare di comprenderle nel minor tempo possibile per cercare poi di attuare comportamenti di risposta verso di lui. Ad esempio nel protocollo 2T con l’esercizio del “Circle Time” si cerca di capire il grado di relazione che si sta creando tra i bambini e il suo allenatore, sia verbalmente che non verbalmente (soprattutto nei bambini sotto i 12 anni). Dalla comunicazione ricevuta si capisce sempre la relazione che si è creata. Cambiare la relazione è impossibile senza prima cambiare la modalità di comunicazione con un’altra persona.


Alla base dell’empatia, per la filosofa tedesca Edith Stein, sta dunque un duplice presupposto: l’esistenza di soggetti altri da noi; e la nostra percezione del loro vissuto. Il che significa che la gioia o il dolore altrui non ci sono mai dati in modo originario; degli stati d’animo altrui, ciò che ci viene dato in modo originario è ciò che noi possiamo osservare di come essi si manifestano (come può accadere, ad esempio, dall’osservazione dell’espressione di un volto che gioisce). 


Per accorgersi dell’errore è necessaria l’apertura empatica all’altro: attraverso un più profondo atto di empatia è possibile comprendere qualcosa che prima era sfuggito a causa delle attese o dei preconcetti. Quando un allenatore per esempio si accorge di aver sbagliato qualcosa a livello relazionale con un bambino o un ragazzo che impedisce il suo miglioramento nel gruppo, dovrebbe accettare il suo errore e ripartire da cosa si aspettava inizialmente. Empatizzare vuol dire soprattutto mettersi nei panni dell’altro, sintonizzarsi con il suo vissuto emozionale (si veda approfondimento “La sintonizzazione emotiva”).

> APPROFONDIMENTI


La sintonizzazione emotiva

Il termine “sintonizzazione emotiva” indica come lo stato d’animo di una persona influenza quello di un’altra. Fin dalla nascita ogni individuo è coinvolto in relazioni che rimandano emozioni. L’evoluzione affettiva e cognitiva è legata ai rapporti con le persone incontrate nel corso della vita. All’inizio della sua storia il bambino s’incontra col mondo attraverso la figura della madre ed è proprio da questo primo rapporto, molto esclusivo, che il suo mondo esterno si arricchisce gradualmente fino a comprendere altre figure di riferimento. Secondo lo psichiatra Daniel Norman Stern, nell’interazione con l’ambiente costituito quindi all’inizio sostanzialmente dalla madre, il bambino costruisce schemi di comportamento con l’altro che tenderà a riprodurre tutta la vita. Allora il comportamento sociale del bambino sin dalle prime fasi è già organizzato e compito della madre è proprio quello di adattare il suo comportamento ad un’organizzazione comportamentale già esistente.

Il corpo calloso

Spessa lamina interposta tra i due emisferi cerebrali, costituita da fasci di fibre mieliniche che collegano tra loro aree corrispondenti nei due emisferi, il corpo calloso è una commissura della neocorteccia, presente solo nei mammiferi placentati e particolarmente sviluppata nei primati. È situato trasversalmente nella scissura interemisferica e unisce i due emisferi nella porzione centroinferiore della faccia mediale. Le sue dimensioni superano quelle di tutti gli altri tratti fibrosi nel cervello: nell’uomo contiene circa 200 milioni di fibre, la maggioranza delle quali è di piccolo diametro. Tutte le regioni della neocorteccia ricevono ed emettono fibre callose; il c. c. permette l’unificazione dell’informazione elaborata in maniera diversa da ciascun emisfero, realizzando la complementarità tra le due metà della corteccia cerebrale. Le fibre callose costituiscono delle connessioni fra aree corticali correlate a funzioni periferiche motorie e sensitivo-sensoriali. La fisiologia dimostra che attraverso il c. c. vengono elaborate informazioni visive, uditive e tattili e che esso interviene nel coordinamento dei movimenti e nel linguaggio. Nel cervello femminile il corpo calloso è più spesso di quello maschile.

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