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L’inclusione sociale prima di tutto

levante ud Squadra femminile, Scuola calcio per persone con disabilità intellettiva (EDI), hockey su sedia a rotelle e tanto altro. Esiste un club, a Valencia, che ha fatto della socializzazione la sua ragione di vita. E ne va molto orgoglioso

Il Levante Unión Deportiva è una squadra professionistica spagnola con un passato importante e un presente che è un esempio d’inclusione sociale. Nata a Valencia nel 1909 (il 9 settembre) prese il nome dalla spiaggia di Levante alla Malvarrosa e può essere considerato il primo club cittadino, se non fosse per l’esistenza del Cabanyal FC, formatosi due anni prima. Oggi il suo stadio è il Ciutat de Valencia (25.354 spettatori) ma all’inizio era La Platjeta, vicino al porto, sul terreno di proprietà di un imprenditore di profumi. La squadra diventò popolare presso la classe operaia di Valencia e lo è rimasta, mentre i colori sociali sono frutto della fusione col Gimnastico FC del 1939: blaugrana la maglia di questo, bianconera quella originaria del Levante, oggi utilizzata come divisa da trasferta. Maglia vestita da Carlos Humberto Caszely, Johan Cruijff a fine carriera, Predrag Mijatovic e da alcuni italiani quali Damiano Tommasi, Marco Storari, Giuseppe Rossi, Giampaolo Pazzini e altri. Nella Liga vanta solamente quattordici campionati, gli altri li ha disputati tutti nelle serie minori.

Ma negli ultimi 20 anni, che corrispondono alla retrocessione in Segunda B, l’equivalente della nostra Serie C, la proprietà del club catalano – anzi valenciano come preferiscono chiamarsi da quelle parti (una radice nella radice) – ha cambiato strategia con un approccio all’uguaglianza che è diventato il nucleo della sua identità. Oggi, infatti, sono 32 le squadre sotto lo scudo difeso dal pipistrello nero nate con l’idea che ogni tifoso, indipendentemente dalla sua estrazione sociale, dal suo credo religioso, dalle sue abilità o diversità, debba sentirsi benvenuto quando interagisce con un club che fa praticare uno sport capace di combattere qualsiasi idea di normalità, intesa come ordine precostituito o socialmente preconfezionato e quindi accettabile, semplicemente correndo dietro a un pallone. Tutto questo viene gestito dalla Fondazione del Levante UD e lo spiega bene il direttore di questa, Vicente Herrero: “Per noi il risultato principale del calcio è la socializzazione. Abbiamo, così, creato un ambiente dove attori maschili e femminili, con e senza disabilità fisiche e intellettuali, si mescolano quotidianamente. Per noi questo è diventato il modello di riferimento del club e dovrebbe essere anche quello della comunità”, quella che una squadra di calcio rappresenta e dalla quale si sente rappresentata.

Il primo passo, nel 1998, con la nascita della squadra femminile. È stata quella la scintilla che ha fatto divampare l’incendio, dal quale sono scaturite poi le idee migliori. Lo sforzo più grande è stato fatto per aprire (2012) una Scuola calcio per persone con disabilità intellettiva (EDI). In questi sette anni è cresciuta così tanto da ospitare 150 atleti, aiutandoli a realizzare i propri sogni, dentro e fuori del campo. Poi è arrivata la squadra di hockey su sedia a rotelle, sullo stile della multidisciplinarietà sportiva tipicamente spagnola, quella di calcio a sette per giocatori con paralisi cerebrale e altro ancora: “Fin dall’inizio tutte queste compagini – racconta Herrero – sono state integrate nella struttura societaria come qualsiasi altra squadra. Abbiamo tecnici professionisti e psicologi preparati per rispondere a ogni esigenza dei nostri giocatori. Al giorno d’oggi se vuoi lavorare in un club di un certo livello come il Levante UD devi avere una laurea in discipline sportive e un’idea precisa di cosa sia l’integrazione sociale. Per esempio, abbiamo ristrutturato i nostri servizi medici pensando a tutte le squadre, in modo da creare un percorso attraverso il quale ognuna di esse possa dare il massimo in ogni competizione”.

Nel 2017 è poi nata la Liga Genuine Santander, per calciatori con disabilità intellettive, e da allora vi partecipa anche il Levante UD. Un’opportunità unica per ben cinquanta ragazzi valenciani in un sistema che sta ottenendo grandi risultati in tutta la Spagna: “Questo campionato potrebbe diventare uno dei progetti più importanti mai lanciati. È stata una boccata d’aria fresca che permette ai nostri giocatori di provare il senso di responsabilità, verso la maglia e verso sé stessi”. Ma pure questa volta il calcio, lo sport, diventa strumento e non fine. Il Levante UD, infatti, ha stretto numerosi accordi con le società partner del club per un inserimento professionale dei suoi atleti: “Noi diamo l’esempio – sottolinea Herrero – avendo assunto uno dei nostri ragazzi nella Fondazione”; inoltre i calciatori del Levante UD EDI hanno l’opportunità di svolgere tirocini nei vari dipartimenti della società, costruendo preziose esperienze lavorative da una parte e creando un clima di tolleranza e integrazione dall’altra”.

Un orgoglio che Vicente Herrero non riesce a trattenere: “Abbiamo un ragazzo che per le sue doti recitative ha avuto una nomination ai premi Goya 2018, altri dipingono ed espongono nelle gallerie locali, ma dal punto di vista sportivo la soddisfazione più grande resta l’ingaggio di una nostra giocatrice diversamente abile da parte di un club professionistico, femminile ovviamente. L’aspetto che amo di più, però, è vedere i bambini senza disabilità che scelgono di allenarsi con i loro amici della Scuola calcio EDI, non perché costretti ma perché lo preferiscono. Ciò dimostra che siamo sulla strada giusta e che stiamo centrando gli obiettivi che ci siamo preposti: inclusione prima che competizione”. In tutto questo le star della prima squadra maschile e di quella femminile partecipano agli eventi della Fondazione e, insieme a quelli della comunità di riferimento, hanno un grande impatto sulla popolazione; senza contare le visite nelle scuole che hanno coinvolto oltre 8.000 bambini, insieme con gli atleti paralimpici catalani e i ragazzi della Scuola calcio EDI: “Siamo fermamente convinti che portare le nostre squadre di fronte agli scolari, con pari rappresentanza maschile e femminile, abbia un’influenza positiva sulla loro volontà di abbracciare i valori del rispetto e dell’uguaglianza”, conclude Herrero. E voi?                     

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