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Lo psicologo al lavoro con lo staff

Vediamo quali sono le competenze specifiche che questa figura deve avere per operare correttamente insieme allo staff tecnico di una società di calcio dilettantistica

Attualmente, uno dei maggiori ambiti di interesse della Psicologia dello Sport è la promozione del benessere legato alla pratica sportiva. In questo contesto, essa si avvale dei contributi della Psicologia della Salute, partecipa alla formulazione di programmi destinati all’attività sportiva giovanile e senile, indaga i processi motivazionali che favoriscono il coinvolgimento sportivo con l’obiettivo di prevenire abbandono precoce e sedentarietà, promuove programmi di attività sportiva che coinvolgono atleti diversamente abili e affronta la problematica dell’abuso di farmaci e sostanze dopanti nello sport.
I contributi della Psicologia dello Sport, applicati al contesto delle società di avviamento all’attività sportiva, possono quindi costituire una risorsa importante affinché lo sport sia sempre più occasione formativa per i giovani atleti e supporto per il loro corretto sviluppo motorio, cognitivo e socio-relazionale.

COMPETENZE SPECIFICHE
Al fine di comprendere quali sono le competenze dello psicologo nelle società sportive è opportuno tener presente la formazione del professionista con cui si avrà a che fare: come in ogni campo professionale la formazione è influenzata dalle teorie apprese durante gli studi (La guida psicologica del calcio, Ed Kappa 2013)
Molti allenatori e dirigenti non hanno abbastanza conoscenze da distinguere uno psicologo competente da altre figure professionali, quindi per fare un po’ d’ordine è bene chiarire che esistono numerose figure professionali che possono essere scambiate per psicologi, tra cui mental coach, motivatori, counselor, ex atleti che hanno frequentato corsi specifici eccetera. Tutte queste figure professionali, non hanno un albo di appartenenza, e non sono riconosciute dal sistema giuridico italiano, e sebbene alcuni di essi siano anche molto bravi, di certo non sono psicologi dello sport, in quanto, per potersi definire tali occorrono 3 requisiti fondamentali:
1) Laurea in Psicologia (5 anni di università).
2) Master in Psicologia dello Sport (indispensabile per sviluppare le specifiche competenze nel settore psicosportivo).
3) Iscrizione all’Ordine degli Psicologi.

Il ruolo dello psicologo nell’ambito sportivo, oltre che dalla formazione, può essere identificato con la specializzazione. I ruoli principali sono: ricercatore, formatore, consulente, clinico ed educatore. Ognuna di queste specializzazioni porta a fare un lavoro diverso e ad utilizzare strumenti specifici. Lo psicologo non è un tecnico, quindi non eroga servizi, consigli o strategie tecniche e tattiche, ma riveste un ruolo ben definito: quello di esperto di tematiche psicologiche e psico-pedagogiche nei confronti di tutti i membri della Società sportiva.
Una volta comprese le competenze e il ruolo dello psicologo, è importante soffermarsi sul come e sul quanto usufruire dei servizi psicologici. La prassi più usuale, durante gli incontri iniziali, è concordare il target dell’intervento, i più frequenti sono:
1. Il settore giovanile
2. Gli allenatori
3. La dirigenza
4. La prima squadra
5. I progetti sociali

Il settore giovanile è sicuramente l’ambito più vasto in cui lo psicologo può intervenire, per il fatto che i bambini e i ragazzi non hanno ancora sviluppato il carattere, quindi sono dal punto di vista temperamentale più neutri.
In questo caso il rapporto con genitori dei bambini e dei ragazzi e la formazione psicopedagogica agli allenatori sono gli interventi principali. Insegnare e formare sono due aspetti al di sopra di qualsiasi obiettivo. I risultati sportivi arrivano sempre attraverso un percorso, non sono mai frutto del caso, ma sono una conseguenza di un processo.
In queste circostanze lo psicologo organizza riunioni (con i genitori) e colloqui (con gli allenatori) sia individuali che di gruppo a seconda delle richieste e delle situazioni. In alcuni casi, se necessario lo psicologo effettua alcuni incontri con i bambini e i ragazzi, trattando temi specifici di singole situazioni attraverso colloqui e somministrando test.

LA RELAZIONE PSICOLOGO-ALLENATORE
La relazione psicologo/allenatore varia moltissimo in base alla categoria e all’età dei suoi atleti; infatti, nel caso di un allenatore del settore giovanile il lavoro sarà completamente diverso da una prima squadra. Generalmente l’allenatore si rivolge allo psicologo quando ha bisogno di consultarsi sugli aspetti mentali dell’allenamento, così come si rivolge al preparatore atletico quando i suoi dubbi riguardano l’aspetto atletico dell’allenamento o di un singolo giocatore, in modo da avere un ventaglio di opzioni più profondo ed ampio nel fare la propria scelta. Ovviamente nello sport psiche e corpo vanno di pari passo, per ciò che riguarda per esempio il miglioramento della coordinazione motoria, dei livelli di attenzione e la riabilitazione post infortunistica, soprattutto per problematiche psicosomatiche.
Un intervento tipico con gli allenatori nel settore giovanile è la formazione e l’aggiornamento della materia psicopedagogica, in quanto nel settore giovanile è importante avere sia competenze tecniche ma allo stesso tempo avere competenze di sviluppo emotivo e cognitivo al fine di instaurare un dialogo positivo e di fiducia con i giovani atleti, senza correre il rischio di non essere compreso o frainteso, e di proporre modalità che alcune fasce di età non sono ancora in grado di sostenere. La riunione degli allenatori con lo psicologo è un momento altamente formativo, in questo spazio l’allenatore può portare allo psicologo alcune difficoltà incontrate nella relazione con i suoi giocatori o con membri dello staff o della dirigenza, può confrontarsi con gli altri allenatori, essere accompagnato nelle proprie scelte professionali, e talvolta personali, consapevole di non esser giudicato bensì compreso nelle sue difficoltà.
Lo psicologo può attivare con la dirigenza una serie di iniziative volte a migliorare l’ambiente psicosociale, sostenendo i dirigenti nel prendere le decisioni, collaborando a migliorare il rapporto e la collaborazione tra tecnici, migliorare la comunicazione e il passaggio dell’informazione per una corretta accoglienza dei bambini, dei ragazzi e dei genitori e una funzionale collaborazione con lo staff tecnico. Scarsa conoscenza circa il nostro ruolo, false aspettative, difficoltà a considerare nuove prospettive, possono generare resistenze da parte dello staff tecnico a collaborare con uno psicologo.
Nelle nazionali FIGC LND per esempio la figura dello psicologo dello sport è inserita nello staff sanitario, questo per avvalorare il concetto di lavoro d’equipe.La dirigenza di una società sportiva in Italia ha un ruolo molto complesso, con responsabilità che vanno dall’impostazione etica al far quadrare i conti; molto spesso queste due polarità entrano in conflitto, in questa difficoltà la consulenza psicologica è utile in quanto entrano in gioco la leadership e la comunicazione efficace, che sono argomenti prettamente psicologici.
 La prima squadra è il fiore all’occhiello di una società sportiva, a prescindere dalla categoria. Lo staff è spesso numeroso e lo psicologo si inserisce in esso con mansioni specifiche. Innanzitutto è il facilitatore della comunicazione di questa rete di professionisti, supporta l’allenatore e si confronta con lui sull’aspetto mentale delle attività da svolgere, ed è una risorsa per gli atleti, i quali hanno la possibilità di migliorare le loro abilità grazie ad allenamenti specifici su temi come: potenziare le abilità mentali, fra cui annoveriamo in particolare l’abilità a rilassarsi, di visualizzare, di porsi degli obiettivi, di mantenere la propria motivazione, di gestire l’ansia da prestazione.
Le principali competenze dello psicologo sportivo sono:

  • Il goal setting (formazione corretta degli obiettivi di prestazione e di risultato)
  • allenare a gestire le emozioni, e dei gesti motori dell’atleta, migliorare l’autostima dell’atleta
  • proporre strategie per la gestione dell’attivazione psicofisica
  • studiare e potenziare gli stili attentivi e concentrativi
  • lavorare sul self talk (dialogo interno) positivo e negativo

 Oltre a questo tipo di competenze specifiche lo psicologo dello sport deve essere capace di riconoscere quando vi sono disturbi psicologici e di prendere le necessarie decisioni su disturbi alimentari (DCA) o del sonno, o dell’ADHD (disturbo iperattività con deficit dell’attenzione). Inoltre deve avere conoscenze per diagnosticare problematiche sport-specifiche come la Nikefobia (paura di vincere), l’ansia da prestazione, analizzare il gesto motorio con videoregistrazioni, informare e intervenire sull’abuso di sostanze dopanti e stupefacenti, informare ed intervenire sull’uso improprio di farmaci antidolorifici negli atleti infortunati, offrire consulenza sul dolore, depressione, perdita e suicidio negli atleti, offrire consulenza sull’”overtraining” (squilibrio nell’allenamento) e sul “burn-out” (sindrome di esaurimento emotivo) e il conseguente fenomeno tra i ragazzi del “drop out” (abbandono, per entrambi i casi si veda box)  negli sportivi, offrire consulenza sulla gestione dell’aggressività in relazione allo sport; intervenire sull’infortunio sportivo e sul processo riabilitativo, seguire i passaggi di categoria e i cambiamenti nella vita dello sportivo, favorire lo spirito di gruppo, favorire la gestione della coesione di squadra, analizzare e sviluppare la leadership di atleti ed allenatori, sviluppare le competenze relazionali dell’allenatore, sviluppare la sportività (fair play) negli atleti, offrire consulenze di “parent training” ai genitori.

Focus su <
IL BURN-OUT
ll “burn-out” è generalmente definito come una sindrome di esaurimento emotivo, di depersonalizzazione e derealizzazione personale, che può manifestarsi in tutte quelle professioni con implicazioni relazionali molto accentuate (possiamo considerarlo come un tipo di stress lavorativo). Generalmente nasce da un deterioramento che influenza valori, dignità, spirito e volontà delle persone colpite. È un fenomeno in costante e graduale aumento tra i lavoratori dei paesi occidentalizzati a tecnologia avanzata, ciò non significa che qualcosa non funziona più nelle persone, bensì che si sono verificati cambiamenti sostanziali e significativi sia nei posti di lavoro sia nel modo in cui si lavora.

IL DROP-OUT
“Drop-out” è un termine inglese usato in italiano per indicare i giovani fuoriusciti da un percorso educativo, formativo, sportivo o di lavoro, senza avere acquisito una certificazione formale (titolo scolastico/formativo o professionale) o un percorso sportivo e che quindi hanno conseguenti problemi di adattamento e di immissione in una nuova attività scolastica, lavorativa, sociale. Tali soggetti costituiscono una fascia-obiettivo di interventi formativi finalizzati al loro recupero e integrazione.

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