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Lo psicologo dello sport

La psicologia dello sport, che trae ispirazione e temi di studio da molteplici discipline che variano dalla medicina alle scienze motorie, ha trovato negli anni un definito percorso di ricerca e intervento nello studio degli aspetti psicologici, sociali, pedagogici e psico-fisiologici legati alla pratica sportiva ad ogni livello. In particolare la psicologia applicata al football cerca quindi, attraverso i materiali propri di una società di calcio (palloni, casacche, fischietto, cronometro), di migliorare il clima comunicativo e relazionale all’interno di uno o più gruppi. Lasciati i lettini degli psicologi tradizionali in studio, si lavora prevalentemente sul rettangolo di gioco.
La Figc, attraverso il suo SGS, dal 2003-04 ha introdotto nel suo regolamento l’obbligo della figura dello psicologo dello sport per le scuole calcio che vogliono ottenere la qualifica di “scuola calcio specializzata”.
Lo psicologo dello sport divide il suo raggio d’azione in due categorie distinte:
n scuola calcio
n agonistica e categorie
Ognuna di queste categorie ha ovviamente, come per la didattica motoria, un tipo di intervento diverso.
Esamineremo questa differenza nei prossimi numeri, mentre ora ci limiteremo a comprenderne i concetti basilari.

scuola calcio don boscoComunicare e
coinvolgere le famiglie
All’interno della scuola calcio bisogna favorire come obiettivo primario l’incremento dell’autonomia, l’autostima, la cooperazione e soprattutto la creatività.Inoltre è fondamentale far comunicare il più possibile fra loro allenatori (meglio parlare di educatori) e bambini. 
Parlare e parlarsi, lodarsi, criticarsi: lo psicologo facilita la comunicazione attraverso riunioni e esercizi sul campo come ad esempio quello del “circle time”, ovvero il tempo di stare a cerchio, in cui ogni bambino dà un complimento e una critica al suo allenatore, quest’ultimo alla fine farà la stessa cosa per ognuno di loro, incrementando così empatia ed emozioni (feedback positivo). Oltre a lavorare sul campo attraverso esercizi ludici-motori, si incontrano i genitori divisi per categorie (piccoli amici, pulcini, esordienti) e si cerca di spiegare loro il percorso evolutivo dei propri figli nella vita di tutti i giorni. Si è inoltre a loro disposizione per problematiche dovute ai vari tipi di disturbi dell’età evolutiva. Agli allenatori si fornisce il materiale didattico sui cui impostare la propria comunicazione verbale e non verbale e soprattutto il proprio stile di leadership (vedere box in alto) rapportato a un’età sensibile come quella dei bambini.
Nelle categorie agonistiche, dai Giovanissimi alle Juniores, si lavora molto sul concetto di gruppo, di fiducia personale, incrementando due caratteristiche fondamentali per la squadra: attenzione e concentrazione.

Allenando la mente si allenano anche le gambe, collegando all’unisono 22 gambe in una mente sola: quella del gruppo. Attraverso il fischietto e il cronometro si misurano i tempi di reazione di ogni calciatore a stimoli identici. Si dispongono i calciatori nella parte centrale del campo l’uno accanto all’altro quasi a coprire l’intero centrocampo e si mettono la metà dei palloni (oggetto distrattore) rispetto al loro numero lungo la linea d’area di rigore. Si chiede loro di contare mentalmente ad occhi chiusi un numero x di secondi uguali per tutti, al termine dei quali ognuno deve scattare verso i palloni e calciarli in porta. Il concetto di tempo deve essere uguale per tutti, essendo un tempo talmente breve (parliamo di secondi) che non può essere valutato soggettivamente, ma accade spesso che questo non sia congruo a tutta la squadra. E questo perché i ragazzi hanno una tolleranza all’attenzione e alla concentrazione (caratteristiche simili ma non uguali) diversa in base alla strutturazione del proprio modo di bilanciare gli input (attività sensoriale) con gli output (attività motoria) all’interno del sistema nervoso autonomo – involontario.
Oltre a lavorare su questi fattori cognitivi, si lavora molto sulle aspettative dei genitori verso la passione calcistica dei figli. Questo soprattutto in quei settori giovanili dilettantistici dove vigono rigide selezioni, che potrebbero portare nei migliori casi a contatti con osservatori di società prof.

Riunioni con i genitori divisi per categorie (Giovanissimi, Allievi e Juniores) sono momenti in cui si cerca loro di far elaborare i propri vissuti verso l’attesa e la pretesa che il proprio figlio appartenga alla piccolissima percentuale di “uno sulle mille ce la fa”.
lavorare
sulla motivazione
Per quanto riguarda le categorie dalla Terza all’Eccellenza, lo psicologo dello sport si interessa esclusivamente alla motivazione, oltre che ovviamente della promozione di abilità attentive e concentrative. Riguardo la motivazione, lavorando in contesti di categorie dilettantesche dove non vi è un ritorno economico (rimborso a parte) né tantomeno un ritorno di immagine del calciatore che ha, per lo più, concluso il suo percorso calcistico senza particolari glorie o aspirazioni. In genere chi pratica queste categorie sa bene che il treno del successo è già passato e dunque si ritrova a fare i conti solo con la gioia di divertirsi giocando a calcio.

Sintetizzando si cerca di fare leva sugli obiettivi comuni che diventano più importanti di quelli individuali, focalizzando la propria autostima in quella della squadra che diventa l’epicentro delle aspirazioni e delle aspettative individuali avute su se stessi e non soddisfatte. La squadra invece diventa l’oggetto “meta” su cui riconquistare la propria motivazione.
In conclusione il ruolo dello psicologo dello sport in qualunque ottica si lavori, è senza dubbio un ausilio utile al miglioramento del clima relazionale all’interno di un Club, dove tecnica, atletica e coordinazione motoria da una parte e attenzione, concentrazione, emozioni e comunicazioni sono aspetti diversi della stessa medaglia.

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