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Massimiliano Bellarte: un filosofo per l’Italia del futsal

Massimiliano Bellarte-Futsal allenatore Italia La Nazionale azzurra di calcio a 5, dopo la mancata qualificazione ai prossimi Mondiali e il passaggio di Alessio Musti alla Juventus, ha scelto l’allenatore originario di Ruvo di Puglia come nuovo Ct: l’ennesima sfida per un tecnico che ha coronato un sogno cominciato nel futsal regionale

Massimiliano Bellarte è l’ottavo allenatore della Nazionale italiana di calcio a 5. Nato a Ruvo di Puglia nel 1977, soprannominato “il filosofo”, prende il posto di Alessio Musti (ora responsabile del progetto di sviluppo del calcio a 5 alla Juventus).

Dopo una breve carriera da giocatore, interrotta a causa di un incidente stradale in cui ha rischiato di perdere la vita, ha iniziato ad allenare nei campionati regionali a partire dal 2004. Nel suo palmares, una Coppa Italia e una Supercoppa con l’Acqua&Sapone, il triplete in Belgio con l’Halle-Gooik e il titolo di campione d’Italia femminile con la Salinis.

Ha un figlio di nome Samuele nato dall’amore con la brasiliana Nanà, giocatrice di futsal.

Bellarte, non si offenderà se la definisco un allenatore che è partito dal basso.

“Non è un’offesa, anzi è un vanto. E ne ho anche un altro: in 17 anni, da quando alleno le prime squadre, non sono mai stato espulso. La gavetta è stata fondamentale per il mio percorso”.

Se si guarda indietro, che effetto le fa vedersi ora sulla panchina dell’Italia?

“Tutto ciò ha i colori dei sogni, quindi un po’ opachi ma allo stesso tempo brillanti. Poi però il sogno lascia spazio alla realtà”.

E visto che l’Italia non si è qualificata al prossimo Mondiale, più che un sogno sembra un incubo.

“È una situazione difficile sotto tutti i punti di vista, ma ci vuole coraggio. Più difficoltà ci sono, più il trampolino è alto e fa paura. Ma bisogna guardare il lato positivo, trovare il modo di saltare per raggiungere gli obiettivi”.

Qual è il primo obiettivo che si è posto?

“Dare colori e luci differenti al futsal italiano. Non dobbiamo essere da traino, ma lo specchio del nostro movimento”.

La chiamano “il filosofo”. Le piace?

“Sì, perché lo vedo con un’accezione positiva, anche se in molti lo interpretano al contrario. Parlo poco e quando lo faccio tento di descrivere al meglio quello che dico”.

Cosa le ha detto sua figlio quando ha saputo del traguardo di suo papà?

“Ha urlato “Ita-lia, Ita-lia, Ita-lia” (ride, ndr). E tuttora lo fa quando sfida la mamma alla Playstation: lui prende l’Italia, la mamma il Brasile”.

A dicembre ci sono i primi impegni ufficiali: come ha impostato il lavoro?

“Ho cercato di valutare più giocatori possibili nei raduni di ottobre e novembre. Ora farò una scrematura, ma le porte della Nazionale sono aperte a tutti. Cerco di avere un occhio anche per i ragazzi delle categorie inferiori e di sfruttare le loro prestazioni nei momenti migliori”.

Nella sua prima convocazione ha dato spazio al 2001 Rivella: che ruolo avranno i giovani nel suo progetto?

“L’idea è convocare ogni volta un paio di giocatori Under 2000 con un percorso con le giovanili alle spalle e che si sono distinti nei campionati di appartenenza. Deve essere un premio per loro, ma anche per le società”.

È un grande appassionato di basket e lo ritiene simile al futsal: perché?

“Modo di correre, cambi di direzione, gestione della squadra, tattiche collettive e di gruppo si avvicinano tantissimo al nostro sport. Molti pensano sia il calcio lo sport più simile ma io, regole a parte, ci vedo poche similitudini”.

Inutile chiederle se ha visto la serie tv “The Last Dance”: si rivede in Phil Jackson, l’allenatore dei Chicago Bulls che vinse 6 titoli NBA?

“Magari (ride, ndr). Credo però che tutti noi abbiamo delle persone a cui ci ispiriamo: lui è una di queste, come Bielsa, Guardiola, Messina, Wooden e non solo. E penso che si possa imparare da chiunque, non solo dai più conosciuti”.

C’è un Michael Jordan nella sua Italia?

“Se parliamo di carisma sì, ed è Stefano Mammarella. Lui è un punto fisso da cui partire per un rinnovamento. Ha 36 anni, ma credo che ci possa aiutare per almeno altre 3-4 stagioni e che in questo lasso di tempo possa indicare il suo erede”.

Ha parlato di rinnovamento: cosa intende di preciso?

“Nello sport ci sono sempre alti e bassi, ma non si può pensare di superare i momenti bui ripartendo. È quindi una partenza, non una ripartenza”.

Cosa direbbe a un giovane che pratica calcio per convincerlo a giocare a futsal?

“Non siamo noi a dover convincere i ragazzi, ma loro stessi che devono rimanere affascinati dal nostro sport. Dovrebbero trovare qualcosa di stabile e affascinante, la garanzia di essere allenati da professionisti e una struttura tecnico-dirigenziale organizzata. Solo così, all’età del dropout, che è di 13-14 anni, il futsal sarà appetibile per loro”.

Il dropout di Marco Biagianti, ex giocatore del Calcio Catania passato alla Meta Catania, è stato invece a 36 anni. Che ne pensa?

“Non so come si integrerà, ma sinceramente non ho mai creduto che i due sport fossero interscambiabili e multidisciplinari. L’ho già detto e lo ribadisco: dobbiamo promuovere il futsal per quello che è, non per un altro sport”.

Magari senza dimenticare le basi, da cui lei è partito: che consiglio si sente di dare a un calciatore di futsal regionale?

“Può sembrare una banalità, ma di fare le cose al massimo delle proprie possibilità. Io, a 27 anni, facevo già l’allenatore e ragionavo come se fossi Phil Jackson nonostante non allenassi i Chicago Bulls, lavoravo e andavo ancora all’università. Bisogna sempre fare di tutto per costruirsi un’occasione: questo è il mio consiglio”.

 

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