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Milano ha un nuovo santo in panchina

antonio-conte-daniele-lauro-il-calcio-illustrato-header Conte torna dall'Inghilterra per rilanciare il progetto nerazzurro dopo una stagione tutt'altro che entusiasmante. Basterà l'ex allenatore dei campioni d'Italia a trasformare i nerazzurri in un efficace antidoto alla prossima Juventus?

Soffrire (tanto), vincere (meno del possibile), godere (fino allo sfinimento): l’Inter, per sua natura, è tutto questo. Lo è da sempre, e per sempre lo sarà. Lo sanno i tifosi, i presidenti, gli allenatori e i calciatori che vestono nerazzurro. E l’ultima stagione, terminata al quarto posto, ne è stata l’ennesima conferma. Dal ruolo di “anti Juve” a inizio campionato, si è passati per un girone d’andata in Champions che pareva garantire il passaggio agli ottavi di finale sul velluto, e si è finiti con l’eliminazione da Europa League e Coppa Italia, e con una qualificazione alla prossima Champions conquistata negli ultimi minuti dell’ultima partita di campionato, esattamente come l’anno precedente.

Nel mezzo, mille problemi, come sempre. Questa volta, però, dalla portata tanto grande quanto poco prevedibile: a rompere gli equilibri infatti è stato il caso Icardi (niente meno che l’ex capitano), problematica che con l’arrivo di un dirigente esperto come Beppe Marotta era oggettivamente impronosticabile. Ecco che la coppia Zhang Jindong-Steven Zhang deve aver pensato: chi può riportare davvero rigore e vittorie ad Appiano Gentile? Il nome giusto è stato individuato facilmente: Antonio Conte, già capace di vincere con Juve (tre volte) e Chelsea ereditando squadre poco competitive l’anno precedente il suo arrivo e senza chiedere follie sul mercato.

Ringraziato Luciano Spalletti per il lavoro svolto, Suning ha quindi deciso di dare vita a un nuovo corso con il 49enne tecnico leccese che, per far capire a tutti come deve necessariamente cambiare l’approccio alla quotidianità, ha subito affermato di volere un’Inter “regolare”, ovvero il contrario di “pazza”, termine che trova posto palmeno una categoria inferiore alla propria, i punti a fine campionato saranno tanti, certamente più dei 69 ottenuti con Spalletti che, comunque, è riuscito – così come era accaduto a Roma – a condurre in porto la nave come da programma iniziale. Adesso, però, serviva qualcosa di diverso. Era necessario dare una sferzata, portare a Milano un uomo vincente in grado di ricompattare l’ambiente e provare a realizzare un’altra impresa. Per riuscirci, servirà un’Inter meno “pazza” e più “regolare”: Conte sembra essere proprio l’uomo giusto al momento giusto.

FOCUS SU > PEDRO LEDESMA

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Con l’addio di Hazard, che nei prossimi cinque anni delizierà i tifosi del Bernabeu con la maglia del Real Madrid sulle spalle, a Stamford Bridge sarà più difficile conquistare titoli. La preoccupazione, però, in casa Chelsea può essere mitigata dalla consapevolezza che in maglia blues continuerà a giocare Pedro Rodríguez Ledesma, meglio conosciuto come Pedrito, il collezionista di Coppe. Tutte, ma proprio tutte, nessuna esclusa. L’ultima, con Sarri in panchina, è stata l’Europa League, vinta nella finale di Baku (4-1 all’Arsenal) con i gol di Giroud, Hazard (doppietta) e, ovviamente, Pedro.

La partita in Azerbaigian rappresentava l’ultimo tassello di un mosaico infinito che l’ala spagnola aveva cominciato a creare nel 2009, quando con la maglia del Barcellona riuscì a vincere (da protagonista) quattro competizioni: Liga, Champions, Coppa del Re e Supercoppa spagnola. Di campionati ne arriveranno altri quattro, di Champions altre due (2011 e 2015), di coppe nazionali altre due, di Supercoppe altre tre. A livello internazionale, con la maglia blaugrana, arriveranno anche tre Supercoppa europee e due Mondiali per club. Nel mentre, con la Nazionale spagnola, ecco il Mondiale del 2010 in Sudafrica e l’Europeo del 2012 in Polonia e Ucraina.

Nell’estate del 2015 il trasferimento in Inghilterra. Un anno di “rodaggio”, poi, con Conte in panchina, ecco la vittoria in Premier League. Nel 2018 arriverà la Coppa d’Inghilterra e, nella stagione appena conclusa, finalmente l’Europa League, il trofeo che mancava alla personalissima bacheca di Pedrito, l’unico calciatore al mondo ad aver vinto tutto e ad aspettare un segnale direttamente dalla Uefa o dalla Fifa: “Non vorrete mica introdurre nuove competizioni solo dopo il mio ritiro, vero?”.       

FOCUS SU > DIVOCK ORIGI

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La vittoria del Liverpool in Champions League, la sesta nella gloriosa storia dei Reds, sarà per sempre legata a Jürgen Klopp. L’allenatore tedesco, grazie al 2-0 nella finale di Madrid sul Tottenham, è riuscito a far dimenticare le sei finali perse in carriera e a finire (finalmente) sul tetto d’Europa.

Il sogno di una vita è diventato realtà grazie alla presenza in squadra di campioni di enorme spessore (da Alisson in porta a Van Dijk in difesa per finire a Salah in attacco) ma anche grazie alla (ri)scoperta di un centravanti atipico che, chiamato a sostituire l’acciaccato Firmino, ha regalato i gol della gloria eterna ai suoi compagni: Divock Origi. Poco impegnato in stagione, il 24enne belga aveva quasi dimenticato quanto fosse bello segnare: solo cinque reti fino alla magica notte di Anfield contro il Barcellona, ritorno delle semifinali. Il 3-0 del Camp Nou ribaltato con un 4-0 indimenticabile, una doppietta davanti a Messi, la Kop ai suoi piedi.

Il meglio, però, doveva ancora arrivare, perché al Wanda Metropolitano si assegnava il trofeo più ambito. Partito in panchina contro gli Spurs, aveva potuto festeggiare l’immediata vantaggio di Salah su rigore; poi, nel secondo tempo, nel momento in cui il Tottenham stava provando l’arrembaggio pieno di giocatori offensivi, è toccato di nuovo a lui. E, in pochi minuti, ecco il gol del trionfo Reds capace di cancellare otto mesi di panchina e un’intera stagione, quella precedente, in cui (in prestito) al Walsburg aveva rischiato di disperdere il suo talento. Che, forse, non sarà mai sufficiente per garantirgli un posto da titolare in una squadra in grado di vincere la Champions, ma che questa volta è bastato (eccome) per scrivere un pezzo di storia Reds.

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