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Nuovo procedimento disciplinare

La giustizia sportiva rappresenta, oggi come allora, una materia seria e importante. A cominciare dai tempi: talvolta si auspica la massima celerità, per assicurare il regolare svolgimento delle competizioni, talvolta si contesta l’eccessiva sommarietà con cui i giudici federali approfondiscono le fattispecie. Di certo, le tempistiche dei procedimenti disciplinari hanno da sempre rappresentato un tema caldo.

 

Proprio per questa ragione, il Codice di Giustizia Sportiva FIGC, pubblicato con C.U. n. 36/A del 1° agosto 2014, attualmente vigente, ha previsto – sulla falsariga di quanto stabilito dall’omologo testo adottato dal CONI – una significativa scansione temporale del procedimento disciplinare, che sarà analizzata, unitamente alle più interessanti pronunce in argomento.

 

 

ISCRIZIONE DELLA NOTIZIA NEL REGISTRO DEGLI ATTI O FATTI RILEVANTI

 

L’art. 32quinques CGS prevede l’obbligo, a carico della Procura Federale, di iscrivere, nel registro degli atti o fatti rilevanti, tutte le notizie di illecito in ordine alle quali venga aperta una indagine. L’aspetto rilevante, introdotto nel 2014, è rappresentato dalla necessità che le notizie pervenute alla Procura da terzi (e cioè non quelle iscritte d’ufficio) non siano più in forma anonima (i cosiddetti esposti privi di paternità non hanno, dunque, alcuna rilevanza) come, invece, accadeva in passato.

 

Avuto riguardo alle tempistiche di iscrizione, sussiste, però, almeno ad avviso di chi scrive, un vuoto normativo: non esiste, infatti, alcuna norma che fissi il termine entro il quale la Procura Federale sia tenuta a concludere l’incombente (laddove l’art. 335 codice procedura penale, ad esempio, prevede che “il pubblico ministero iscrive immediatamente, nell’apposito registro custodito presso l’ufficio, ogni notizia di reato che gli perviene o che ha acquisito di propria iniziativa nonché, contestualmente o dal momento in cui risulta, il nome della persona alla quale il reato stesso è attribuito”). Addirittura, nella prassi, dalla conoscenza della notizia da parte dell’organo inquirente all’effettiva iscrizione (e conseguente apertura dell’indagine) possono trascorrere anche alcuni mesi senza che tale modus operandi dell’organo inquirente venga espressamente colpito da sanzioni.

 

In proposito, molto interessante appare la pronuncia adottata dalla Corte Federale d’Appello, con C.U. n. 141/CFA del 16 giugno 2016 (reclamo Sig. L.P.), con la quale, sul punto, il massimo organo di giustizia federale, ampiamente argomentando, ha affermato come la carenza di una espressa indicazione del termine per l’iscrizione, anche alla luce di una approfondita disamina del reticolato normativo CONI, faccia sì che non può pretendersi, dalla Procura Federale, l’espletamento di tale incombente entro un lasso di tempo predeterminato.

 

Sul punto, però, degna di menzione si rivela la decisione del Collegio di Garanzia del CONI n. 29/2016. Ebbene, le Sezioni Unite, investite proprio della questione che ci occupa, hanno affermato (con riferimento all’interpretazione di una norma analoga, contenuta nel Codice di Giustizia della Federazione Italiana Rugby) che “non è possibile che una Procura rimanga indifferente alla notizia di una infrazione e proceda in modo non solerte e a suo piacimento alla iscrizione sul Registro dei fatti perseguibili. è, quindi, necessario regolamentare adeguatamente tale segmento del procedimento e anche di ciò si dovraÍÑ dar carico la Giunta Nazionale del CONI; attualmente, infatti, mancando una prescrizione in merito, sarebbe arduo far ricorso a criteri di per sé assai discrezionali, quali il ‘tempo ragionevole’ o il ‘periodo di tempo congruo’, lasciando però priva di tutela la giusta pretesa a che la procura federale iscriva entro un termine preciso la notizia”.

 

Si può concludere, quindi, con riferimento a tale aspetto, che la Procura Federale della FIGC non dispone di un termine per l’iscrizione nel proprio registro delle notizie disciplinarmente rilevanti, ma non può essere escluso che, prossimamente, la fattispecie venga adeguatamente regolamentata.

 

 

SVOLGIMENTO DELLE INDAGINI

 

L’art. 32quinques, comma 3, CGS dispone che “la durata delle indagini non può superare sessanta giorni dall’iscrizione nel registro del fatto o dell’atto rilevante. Su istanza congruamente motivata del Procuratore federale, la Procura generale dello sport autorizza la proroga di tale termine per quaranta giorni. In casi eccezionali, la Procura generale dello sport può autorizzare una ulteriore proroga per una durata non superiore a venti giorni. Il termine prorogato decorre dalla comunicazione della autorizzazione. Gli atti di indagine compiuti dopo la scadenza del termine non possono essere utilizzati. Possono sempre essere utilizzati gli atti e documenti in ogni tempo acquisiti dalla Procura della Repubblica e dalle altre autorità giudiziarie dello Stato”.

 

In altri termini, la Procura Federale deve compiere l’intera istruttoria entro 60 giorni dall’iscrizione, con possibilità di ricevere proroghe fino a un massimo di complessivi ulteriori 60 giorni dalla Procura Generale dello Sport del CONI.

 

La sanzione ordinamentale prevista per la violazione di tale termine, a differenza di quella sopra commentata, è chiara: inutilizzabilità degli atti d’indagine successivi.

 

Giurisprudenza ormai consolidata ha chiarito che la relazione conclusiva non costituisce attività istruttoria, mentre, successivamente all’archiviazione (o al deferimento), non è consentito alla Procura Federale acquisire nuovi documenti o svolgere ulteriori atti investigativi prima di un formale provvedimento di riapertura dell’indagine, come chiarito dal Tribunale Federale Nazionale, Sezione Disciplinare, della FIGC, con C.U. n. 55/TFN del 13 febbraio 2017, in quanto “gli atti emessi dalla Procura Federale in epoca successiva all’archiviazione del procedimento e prima della sua riapertura si pongano al di fuori del sistema processuale delineato dal Codice di Giustizia Sportiva, risolvendosi in atti di indagine non previsti e non legittimati dalla rituale pendenza di un procedimento disciplinare”.

 

 

COMUNICAZIONE DI CONCLUSIONE DELLE INDAGINI O ARCHIVIAZIONE

 

Una volta concluse le indagini, la Procura Federale è onerata di notificare alla parte interessata l’esito del procedimento.

 

In particolare, l’art. 32ter, comma 4, CGS, dispone che “quando non deve disporre l’archiviazione, il Procuratore federale, entro venti giorni dalla conclusione delle indagini, informa l’interessato della intenzione di procedere al deferimento e gli elementi che la giustificano, assegnandogli un termine per chiedere di essere sentito o per presentare una memoria”.

 

Si tratta dell’atto omologo all’avviso di conclusione delle indagini ex art. 415bis c.p.p. (proprio del procedimento penale) che, tuttavia, non prevede un termine, dall’ultimo atto di indagine, entro il quale l’organo requirente del procedimento penale deve provvedere alla notifica dell’atto. 

 

In ambito disciplinare, invece, il Codice di Giustizia Sportiva, proprio allo scopo di ridurre al massimo l’iter disciplinare, prevede un termine (20 giorni appunto) entro il quale, concluse le indagini, la Procura Federale è tenuta a comunicare all’indagato l’intenzione di procedere al deferimento, con concessione di un congruo termine per l’eventuale deposito di memoria difensiva con richiesta di archiviazione o la presentazione di istanza di audizione.

 

Sul punto, la giurisprudenza ha chiarito, a mio avviso condivisibilmente, che trattasi di un termine ordinatorio, incidendo esclusivamente sull’attività interna alla Procura Federale e non producendo, l’eventuale ritardo, particolari effetti pregiudizievoli, neppure in punto di affidamento, sui soggetti sottoposti all’indagine.

 

 

ATTO DI DEFERIMENTO

 

Una volta concesso al soggetto interessato dal procedimento un termine per depositare una memoria con richiesta di archiviazione o di essere sentito, successivamente alla comunicazione di conclusione delle indagini, la Procura Federale deve optare tra l’adozione di un provvedimento di archiviazione o la notifica di atto di deferimento.

 

A tal proposito, l’art. 32ter, comma 4, CGS, dispone che “qualora il Procuratore federale ritenga di dover confermare la propria intenzione [di deferire l’indagato nda], entro trenta giorni dalla scadenza del termine per l’audizione o per la presentazione della memoria, esercita l’azione disciplinare formulando l’incolpazione mediante atto di deferimento a giudizio”.

 

Siffatta disposizione ha determinato, negli ultimi mesi del 2016, una pioggia di declaratorie di inammissibilità/irricevibilità, da parte del Tribunale Federale Nazionale nonché delle corti territoriali, a fronte di deferimenti elevati dalla Procura Federale in violazione del termine di 30 giorni previsto dalla norma de qua.Tuttavia, i procedimenti disciplinari inizialmente dichiarati inammissibili / improcedibili furono, poi, decisi nel merito, a seguito di alcune pronunce della Corte Federale d’Appello FIGC, confermate dal Collegio di Garanzia dello Sport, decisione n. 25 del 8/3/2017. Il massimo organo CONI, aderendo a quanto già statuito dai giudici d’appello FIGC, ha ribadito che il termine in esame andava considerato quale ordinatorio, in quanto la disposizione in esame non prevede alcun espresso riferimento alla perentorietà, né una specifica sanzione ordinamentale in caso di mancato rispetto della deadline, e ciò anche alla luce delle norme processual-civilistiche richiamate dall’art. 2, comma 6, CGS del CONI come principi di riferimento in caso di vuoti regolamentari.

 

Secondo la Corte Federale d’Appello, infatti, “é di tutta evidenza, quindi, che quando il legislatore federale ha voluto considerare perentorio un dato termine lo ha fatto (in modo specifico) espressamente, o attraverso una formale qualificazione, o per il tramite della previsione di una speciale conseguenza sanzionatoria per il caso di mancato adempimento o compimento dell’attività processuale indicata nel termine assegnato”. 

 

La generica perentorietà di tutti i termini del Codice di Giustizia Sportiva, prevista dall’art. 38, comma 6, CGS attiene, secondo i massimi giudici federali, alla sola fase processuale (i.e. post deferimento) e non a quella “procedimentale o propedeutica all’instaurazione della fase contenziosa vera e propria. Del resto, è proprio in questa fase che i principi del giusto processo e parità delle parti trovano la loro massima espressione ed attuazione”. Pertanto, appare logico ritenere che il legislatore abbia generalmente inteso attribuire natura perentoria (solo) ai termini attraverso cui si snoda il processo e in ordine ai quali il mancato espletamento di una data attività processuale nel termine imposto è suscettibile di ledere ex se i diritti e le garanzie difensive dell’altra parte.

 

 

GIUDIZIO DI PRIMO GRADO

 

Una delle disposizioni introdotte nel 2014, relativa ai tempi del procedimento, che maggiormente ha inciso sui giudizi disciplinari è senza dubbio rappresentata dall’art. 34bis, comma 1, CGS, secondo cui “il termine per la pronuncia della decisione di primo grado è di novanta giorni dalla data di esercizio dell’azione disciplinare, ridotto a sessanta giorni nel caso in cui, a seguito di richiesta avanzata contestualmente all’atto di deferimento, sia stata concessa dal Tribunale la proroga della sospensione cautelare ai sensi dell’art. 20, comma 3″.

 

La peculiarità di tale disposizione riguarda – a differenza degli istituti analizzati in precedenza – la perentorietà del termine, chiarita dal comma 4 della norma, secondo cui “se i termini non sono osservati per ciascuno dei gradi di merito, il procedimento disciplinare è dichiarato estinto, anche d’ufficio, se l’incolpato non si oppone”. Pertanto, il superamento del termine dei 90 giorni per la definizione del giudizio di primo grado determina, in maniera inequivocabile, l’estinzione del procedimento che, di conseguenza, non potrà più essere riproposto.

 

Sul punto, la giurisprudenza ha chiarito due principi fondamentali, ormai non più messi in discussione: in primo luogo, il dies a quo per il computo del termine di 90 giorni va necessariamente individuato nella prima notifica dell’atto di deferimento, anche nei casi di errore di notifica, di incompetenza del giudice individuato dalla Procura Federale o altre circostanze non imputabili alla parte. In proposito, la Corte Federale d’Appello FIGC ha chiarito, con pronuncia pubblicata su C.U. n. 63/CFA del 28 maggio 2015, che “le inequivoche e innegabili esigenze di certezza dei tempi di definizione dei procedimenti disciplinari e, al contempo, di sollecita definizione degli stessi (esigenze che, unitamente a quelle di effettiva tutela del diritto di difesa e di completezza del contraddittorio, sono alla base delle novelle recate al CGS), perdono di significato ove non sia individuato con certezza il dies a quo per il decorso del ricordato termine di 90 giorni. 

 

Non sussistono dubbi che detto termine iniziale, che la disposizione stessa riferisce alla “data di esercizio dell’azione disciplinare”, sia da individuare nella data in cui la Procura Federale deferisce con proprio formale atto al Tribunale il soggetto incolpato’, e dunque che ‘il termine, allo stato, e quindi con riguardo alla normativa vigente, decorre dall’esercizio dell’azione disciplinare (cioè, ripetesi, dal deferimento), che sia (detto esercizio) validamente o meno operato”. In secondo luogo, il termine dei 90 giorni non può essere sospeso discrezionalmente dall’organo di giustizia, bensì le cause di sospensione sono quelle tipizzate dal Codice di Giustizia Sportiva del CONI, segnatamente dall’art. 38, comma 5 (si veda box di approfondimento/1).

 

 

GIUDIZIO DI APPELLO E DI RINVIO

 

Come per il procedimento di prime cure, trovano disciplina nella medesima disposizione, sui termini perentori per l’adozione della pronuncia, il procedimento di appello e quello di rinvio, regolamentati dai commi 2 e 3 dell’art. 34bis CGS, in forza dei quali “il termine per la pronuncia della decisione di secondo grado è di sessanta giorni dalla data di proposizione del reclamo” e “se la decisione di merito è annullata in tutto o in parte a seguito del ricorso all’Organo giudicante di 2° grado o al Collegio di Garanzia dello Sport, il termine per la pronuncia nell’eventuale giudizio di rinvio è di sessanta giorni e decorre dalla data in cui vengono restituiti gli atti del procedimento al giudicante che deve pronunciarsi nel giudizio di rinvio”.

 

Anche a tali giudizi, quindi, si applicano i principi enucleati per i procedimenti di primo grado, ivi incluso quello della perentorietà del termine (si veda box di approfondimento/2).

 

 

CONCLUSIONI

 

In conclusione, si può affermare che il Codice di Giustizia Sportiva in vigore dal 2014 ha introdotto un controllo sui tempi del procedimento disciplinare sportivo che, oltre a dover assicurare la definizione dei giudizi in un lasso di tempo predeterminato, attribuisce significative garanzie ai tesserati e ai club coinvolti, i quali, conseguentemente, sono tenuti a verificare, prima di affrontare la difesa nel merito, se la scansione cronologica oggetto del presente contributo sia stata osservata dai vari organi della Giustizia Sportiva.

 

FOCUS SU > APPROFONDIMENTI /2

 

Molto interessante, in argomento, la recente pronuncia della Corte Federale d’Appello, pubblicata su C.U. n. 30/CFA del 25 agosto 2017, che ha fatto luce su alcuni interessanti profili relativi ai giudizi di rinvio (i.e. i casi di rimessione al giudice di primo grado che aveva adottato una pronuncia in rito, affinché si pronunci nel merito). Innanzitutto, “la norma evocata, infatti, non procede ad una distinzione dei profili di annullamento, distinguendoli tra inammissibilità, improcedibilità o comunque attinenti al mero profilo processuale, da quelli riguardanti la fondatezza o meno della pretesa azionata, ma si limita, con la locuzione censurata, a prendere in esame l’esito di una decisione che ha costituito l’oggetto, il merito, della cognizione dell’organo di secondo grado”.

 

Inoltre, sempre nella stessa decisione, si specifica come il dies a quo nei giudizi di rinvio, atteso che la norma tende a ‘concedere al giudicante un tempo razionalmente congruo per formarsi il proprio convincimento, anche sulla base di quanto assunto delle parti e nel rispetto della instaurazione di un corretto contraddittorio’, non può decorrere dalla pubblicazione del dispositivo con cui si rinviano gli atti al giudice a quo, bensì dalla motivazione integrale della stessa statuizione ovvero dal giorno in cui materialmente il fascicolo del procedimento viene restituito dall’organo di appello a quello di primo grado.

 

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