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Pep Guardiola

Guardiola sa essere il capro espiatorio in caso di sconfitte, conosce le difficoltà e le insidie di questo mestiere, fuori e dentro il rettangolo di gioco.

Tutti coloro che hanno indossato una maglia di calcio e hanno fatto parte di una squadra portano nel cuore ricordi, frasi e consigli che sarà difficile dimenticare. Gli allenatori, in particolare, con il loro carisma, le capacità tecnico-tattiche e il loro background, sono considerati dei leader dentro e fuori dal rettangolo di gioco, leader che non solo hanno il compito di far crescere i giovani sportivi ma di formare degli uomini migliori.

Quello dell’allenatore non è un compito agevole poiché sappiamo che in un contesto così frenetico i risultati sono l’unica cosa che conta; l’allenatore deve rappresentare un modello, un mentore, un punto di forza per il futuro dei giovani calciatori.

Probabilmente tutto questo è Guardiola, allenatore di fama mondiale, che sa essere il capro espiatorio in caso di sconfitte, conosce le difficoltà e le insoddisfazioni che fanno parte di questo mestiere, conosce il campo e tutto ciò che gira intorno, frena l’entusiasmo per una brillante prestazione ed elogia i propri atleti per un obiettivo mancato.

Josep “Pep” Guardiola ha legato principalmente il suo nome a quello del Barcellona dove, sotto la guida di Johan Cruyff, ha conquistato quattro campionati consecutivi e una Coppa europea negli anni Novanta.

onsiderato uno dei migliori centrocampisti della sua generazione, il suo palmares vanta complessivamente sei campionati spagnoli, due Coppe di Spagna, quattro Supercoppe spagnole, una UEFA Champions League, una Supercoppa UEFA ed una Coppa delle Coppe UEFA, oltre ad un oro olimpico nel 1992 con la Nazionale olimpica spagnola.

Da allenatore, più che i trofei vinti, alcune sue affermazioni rappresentano meglio di tante parole chi è Guardiola:

  • “Il mio unico merito è amare quello che faccio”; 
  • “Non c’è nulla di più rischioso che non rischiare”; 
  • “Noi non abbiamo bisogno di un centravanti: il nostro centravanti è lo spazio”
  • “L’obiettivo è muovere l’avversario, non la palla”

Pensando al gioco delle squadre allenate da Guardiola (Barcellona e Bayern Monaco) si crede che siano squadre che giochino “di prima” oppure a due tocchi, ma le statistiche non dicono questo. Tra le squadre d’Europa, quelle di Guardiola sono quelle che conducono la palla più di tutte, ciò per attirare gli avversari in pressing sul portatore aprendo di fatto delle linee di passaggio tra le fitte maglie avversarie.

L’obiettivo è quello di creare disordine nelle squadre che hanno di fronte e permettere di servire compagni “dimenticati”, liberatisi dalla marcatura con continui movimenti organizzati e permettendo giocate in zone libere del campo. Attraverso alcune statistiche è possibile apprezzare ulteriormente la mano di Guardiola nel corso della sua ultima esperienza bavarese: il possesso palla è aumentato, è migliorata la percentuale dei passaggi completati, i passaggi corti sono cresciuti del 30% rispetto alla precedente gestione, il Bayern subisce sempre meno tiri e conclude di più.

Inquadrare l’assetto tattico di Guardiola attraverso i numeri (4-5-1, 4-3-3, 3-5-2, …) è impresa assai ardua visto che queste sono indicazioni statiche che non possono fotografare la realtà del campo, in continua evoluzione.

Se a un dato movimento ne consegue un altro di un compagno, perché un centrocampista centrale non potrebbe andare a ricevere palla nella zona tipicamente occupata dal difensore destro? L’obiettivo è abituare i calciatori a “pensare il gioco” e non a eseguire movimenti meccanici.

Montevideo 1930, “Estadio Centenario”. Uruguay-Argentina è considerata da tutti la più bella finale della storia dei Mondiali. Solamente osservando l’assetto delle due formazioni, infatti, era possibile immaginare un grande spettacolo dato che sia Argentina che Uruguay sono state schierate con addirittura cinque attaccanti.

Guardiola, dopo aver sdoganato il tikitaka, ha lavorato a un nuovo progetto tattico che prevede di giocare con solo due difensori (o meno), invertendo la piramide che un po’ tutti siamo abituati a osservare in campo. Dopo anni di gare giocate alla guida del Barcellona, era necessario qualcosa di diverso, qualcosa che stregasse il pubblico e sorprendesse gli avversari.

L’idea parte da lontano, nella seconda metà del 1800, quando dopo la creazione della Football Association le squadre erano solite disporsi con due giocatori dinanzi al portiere che provvedevano unicamente a rilanciare il pallone il più lontano possibile e i restanti otto erano proiettati in attacco (in una sorta di 1-1-8), giocando il cosidetto “kick and yusch” (calcia e corri).

Con l’introduzione della regola del fuorigioco si iniziò a proteggere maggiormente la difesa e venne formulata una nuova disposizione in campo: il “modulo a WW”. Questo ha introdotto il concetto della collaborazione fra i compagni di squadra e alcune definizioni ancora oggi in uso:

  • “prima linea” in zona d’attacco;
  • “linea mediana” per quella intermedia;
  • “terza linea” per l’ultima, quella dei difensori, chiamati perciò terzini.

Questo atteggiamento da parte della squadra di Guardiola è ancora più estremo rispetto a quanto visto a Barcellona laddove, per affrontare difese molto chiuse, la squadra passava a un 3-3-4. Questo posizionamento ricorda molto quello utilizzato dal “dream team” di Cruyff agli inizi degli anni 90 dove Guardiola stesso ebbe un ruolo molto importante.

Le squadre di Guardiola sono difficilmente classificabili attraverso le convenzioni (moduli) in voga a causa dell’elevato dinamismo e dell’immediato cambio di mentalità dei giocatori nelle situazioni. La palla può spostarsi in campo attraverso un passaggio, una guida o un tiro, ma questo movimento attira gli avversari inducendoli alla pressione e (come diretta conseguenza) a liberare degli spazi in altre zone di campo che vanno poi conquistate.

In Champions League, pur avendo di fronte il Barcellona di Neymar-Suarez-Messi con più di 100 gol segnati, il Bayern Monaco ha accettato, in fase difensiva, l’uno-contro-uno a tutto campo piuttosto che perdere un uomo sulla linea di difesa poiché sarebbe meglio “morire attaccando che vivere difendendo”. Questa è una continua sfida che presuppone molto coraggio e un pizzico di follia, ma che si fonda sul principio secondo il quale una difesa organizzata è la base per attaccare meglio.

Una delle novità introdotte da Guardiola riguarda i compiti degli esterni di difesa. Solitamente spetta a “terzini” con doti fisiche e tecniche allargare il fronte d’attacco, allungando il blocco avversario e permettendo l’accentramento dei compagni.

Il Bayern ha invertito il modello: sono gli esterni d’attacco che allargano il gioco mentre i laterali di difesa vanno ad accentrarsi, rendendo così la lettura dell’azione estremamente incerta (l’ala avversaria dovrà seguire l’uomo lasciando spazio nel corridoio esterno che permette una linea di passaggio diretta verso l’attaccante?).

È stata un’innovazione dirompente che ha permesso di creare dei laterali liberi e presenti nel cuore del gioco, molto spesso con la possibilità di aggredire lo spazio in avanti e inserirsi in area se serviti, creando di fatto una superiorità numerica dapprima a centrocampo (se le ali avversarie non li seguono) e poi in avanti.

Il Barcellona di Pep Guardiola (3-3-4)

Un punto debole? Probabilmente questo modo di “fare calcio” presuppone dei rischi e concede molto a quei giocatori che attaccano la profondità, costringendo Neuer agli ormai usuali interventi fuori area. Nell’economia complessiva della gara questo aspetto potrebbe divenire secondario rispetto ai vantaggi che nell’arco dei 90 minuti tale atteggiamento porta. Di base però c’è sempre la volontà di cercare la vittoria.

Approfondimenti > ATTACCARE E DIFENDERE CON IL MODULO 4-5-1

A Bari nel 2007 adottai il 4-5-1 con grande soddisfazione per vari motivi. In quella stagione avevo a disposizione dei calciatori con determinate caratteristiche e il 4-5-1 è un sistema di gioco che fornisce molte garanzie ottenendo densità in mezzo al campo grazie alla presenza costante di tre uomini che, con i giusti movimenti, vanno continuamente a formare dei triangoli in tutte le zone del campo.

Questo è un modulo che permette di avere cinque giocatori a centrocampo che per me è la zona nevralgica; è abbastanza agevole coprire facilmente le fasce e tutte le zone del rettangolo di gioco così come si riesce facilmente a ritoccare “in corsa” l’assetto.

Nel mio 4-5-1 un ruolo fondamentale lo riveste l’attaccante centrale: avere un’unica punta è un vantaggio se la squadra avversaria adotta, ad esempio, una difesa “a tre” poiché non si concedono riferimenti precisi e, se opportunamente affiancato dagli inserimenti dei centrocampisti, il fronte offensivo può cogliere impreparato il reparto difensivo avversario.

Tutto dipende dalla disponibilità tattica dei giocatori a disposizione. La motivazione per il calciatore è importante e viene ricercata principalmente attraverso la prestazione: se si riesce a fare delle ottime prestazioni attraverso il gioco, le soddisfazioni saranno enormi e il risultato ne sarà una diretta conseguenza.

Quello dell’allenatore invece è un ruolo complesso che deve sapersi adattare allo “spogliatoio” di cui dispone: uno “spogliatoio con personalità” e giocatori già affermati ha bisogno di un allenatore-gestore, negli altri casi è più indicata la figura dell’allenatore-istruttore che rende più produttivo il lavoro svolto quotidianamente.

Giuseppe Materazzi
Ex calciatore di Lecce, Reggina, e Bari, inizia ad allenare nella stagione 79/80 in serie C2, tre stagioni più tardi subentrerà ad Arrigo Sacchi alla guida del Rimini. Benevento, Casertana, Messina, Padova, Brescia, Venezia, Piacenza e Cagliari sono le altre tappe della sua carriera. Con il Pisa ottenne una doppia promozione, la conquista della Mitropa Cup ed una comoda salvezza in Serie A che gli valsero un contratto biennale con la Lazio. All’estero ha guidato lo Sporting Lisbona (Portogallo), il Tianjin Teda (Cina), l’Olympiakos (Grecia) e il Braªov (Romania).

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