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Processo sportivo: regole precise e tutele

Come è stato evidenziato da autorevole dottrina, tenuto conto dell’importanza dello sport nel nostro Paese ed il suo rilievo sociale, l’ordinamento sportivo “richiede anche un sistema interno quanto più possibile efficiente” (cfr. Sandulli – Sferrazza Il Giusto Processo Sportivo, Giuffrè, 2015, pag. XV). In buona sostanza, chi è solito affermare, con una certa ironia, che quella sportiva sarebbe una giustizia “domestica” nel senso non già di autonoma giurisdizione ma con spregiativo riferimento alla possibilità di essere per certi versi ritenuta “casalinga”, quasi priva di regole e di tutele dei diritti, appare non solo lontano dalla realtà, ma scarso conoscitore delle norme che disciplinano i procedimenti nell’ambito della giustizia sportiva. A ben vedere, anzi, mentre da più parti si segnalano, per quanto riguarda la sfera della Giustizia ordinaria, “profili di oscurità legislativa e difficoltà di interpretazione” questi profili – come sottolineato dai richiamati autori – “fortunatamente non sembrano appartenere al legislatore sportivo”.

Può dunque affermarsi senza tema di smentite che il “processo sportivo” soggiace a regole ben precise e che, dal punto di vista strettamente processuale, il contenzioso che si svolge innanzi agli Organi di Giustizia Sportiva comincia ad essere materia che necessita di una specifica esperienza nel settore. A riprova di quanto ora affermato, del resto, possono richiamarsi alcune recentissime decisioni che hanno fornito precise indicazioni al riguardo.

I principi fondamentali

In linea generale, sui principi che ispirano il processo sportivo, ad esempio, il Collegio di Garanzia dello Sport ha affermato “… a mente dell’art. 2 C.G.S. del CONI (cui ogni Federazione deve uniformarsi), i principi che ispirano il processo sportivo sono principi tesi alla piena tutela degli interessati secondo regole di informalità, pur facendo riferimento alle regole del processo civile, in quanto compatibili; ma quest’ultima locuzione non può far perdere di vista che nell’ordinamento sportivo il fine principale da perseguire, al di là dell’aspetto giustiziale pur fondamentale, è quello di affermare sempre e con forza i principi di lealtà, imparzialità e trasparenza, tipici del movimento sportivo, come pensato sin dalla sua fondazione da Pierre De Coubertin e, quindi, è compito degli Organi di giustizia considerare meno stringenti le regole formali rispetto ad aspetti sostanziali, che siano utili all’accertamento dei menzionati valori”, così evidenziando, con un ragionamento che partendo dalla fattispecie concreta può essere trasferito più in generale a tutto il contenzioso, che gli Organi di Giustizia interni alle Federazioni possono ammettere trascrizioni o prove orali, laddove  articolate e richieste, se decisive ai fini dell’accertamento di quei principi di lealtà, trasparenza e imparzialità che governano il movimento sportivo e, più in generale, l’ordinamento giuridico. (cfr. Collegio di Garanzia dello Sport, decisione n. 86/2017 del 15.11.2017.)

Nella medesima decisione, inoltre, è stato espressamente richiamato il principio del favor rei in relazione a situazioni o disposizioni regolamentari che, emanate da una Federazione Sportiva, possono incidere su diritti di un associato, precisando che “se è vero che la legge (ergo, non un regolamento, per di più di un comitato inserito in una organizzazione federale) è assistita dal principio della irretroattività, salvo espresse deroghe contenute nella legge stessa, è vieppiù vero che, laddove un soggetto veda comprimersi un diritto, rectius, una legittima chance, intesa come proiezione di realizzazione di un percorso professionale, sebbene circoscritto ad un contesto sportivo, ma con soddisfazione reputazionale utile all’affermazione del dettato Costituzionale di cui all’art. 3, comma secondo, è compito dell’ordinamento e, per esso, dei suoi organi, verificare l’impatto di norme, poi abrogate, su tale diritto”. Apertis verbis, il principio del favor rei, cristallizzato, nel codice penale, all’art. 2, in particolare al secondo comma, per il quale “… nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; se vi é stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”, può e deve trovare cittadinanza.

Il Collegio di Garanzia

Nella circostanza, infine, lo stesso Collegio di Garanzia dello Sport, per quanto attiene l’aspetto più strettamente processuale, ha chiarito la natura del giudizio che si svolge innanzi a tale Organo e le modalità con le quali deve essere redatto il Ricorso per adire lo stesso Collegio. è stato infatti osservato che “… il procedimento innanzi al Collegio di Garanzia, come anche più volte affermato in precedenti decisioni (CDG, SS.UU., n. 14/2017; CDG, Sez. II, n. 57/2016; CDG, Sez. IV, n. 55/2016; CDG, Sez. II, n. 53/2016; CDG, Sez IV, n. 50/2016), è modellato sul tipo del procedimento previsto dal codice di rito innanzi alla Suprema Corte ed invero le disposizioni che in argomento si rinvengono nel C.G.S. CONI descrivono, all’art. 54, comma 1, le competenze del Collegio stesso nei seguenti termini: […]Il ricorso è ammesso esclusivamente per violazione di norme di diritto, nonché per omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia che abbia formato oggetto di disputa tra le parti… Vi è, poi, la norma di rinvio al codice di procedura civile, contenuta nell’art. 2, comma 6. Consegue a tale premessa che anche il ricorso innanzi al Collegio di Garanzia dello Sport soggiace alle regole della cosidetta necessità di ‘autosufficienza’, mutuata questa dall’art. 366 c.p.c. e della specificità dei motivi di cui all’art. 342 c.p.c., applicabile anche al ricorso per Cassazione (cfr. Cass. Sez. Unite 17/09/2015 n.18218). Circa la specificità dei motivi, invero, si richiede che questi esprimano, individuando le parti della sentenza impugnata che si intende censurare, le norme violate e in che modo, applicate correttamente, dette norme avrebbero dato luogo ad una diversa decisione. Il ricorrente, cioè, non può limitarsi ad esporre un approdo ermeneutico alternativo rispetto a quello accolto dal Giudice a quo, ma è necessario che egli espliciti le ragioni per le quali dissente da quest’ultimo, indicando, altresì, le affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le disposizioni normative asseritamente violate (cfr. Cass. Civ. Sez. V, 27/05/2015 n. 10905), con una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., sicchè è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleate dal codice di rito (cfr. Cass. Sez. VI, 22/9/2014 n. 19959)…” (cfr. Collegio di Garanzia dello Sport , decisione n. 86/2017, cit.).

Sempre sul piano della tutela del diritto ad un “giusto processo” e al contraddittorio pieno, merita di essere segnalata una recentissima decisione della Corte Federale d’Appello, a Sezioni Unite, della FIGC che intervenendo a seguito di un rinvio disposto dal Collegio di Garanzia dello Sport e sempre con riferimento ad una istanza istruttoria rigettata dall’Organo di primo grado ha affermato che “il rigetto delle istanze istruttorie orali formulate dall’incolpato in primo grado, sul rilievo che le decisioni degli Organi di giustizia debbano assumersi sulla base degli elementi probatori precostituiti, posti a fondamento dell’atto di deferimento della Procura Federale e delle memorie difensive degli incolpati, è manifestamente errata e si traduce nella denunciata violazione del principio del contraddittorio oltre che del diritto di difesa dell’incolpato. Premesso e ribadito, infatti, che il procedimento disciplinare – sportivo, anche attese le esigenze di celerità dello stesso e il criterio di informalità cui il medesimo è improntato, si svolge – ordinariamente – sulla base delle deduzioni difensive delle parti e delle evidenze documentali e delle prove precostituite, rispetto alle quali la prova testimoniale rimane, comunque, eccezione, quanto alle decisioni dell’organo di primo grado in punto ammissione o meno dei mezzi istruttori non vi è dubbio che le stesse siano suscettibili di esame da parte del giudice dell’appello, che, laddove le ritenga ingiustamente rigettate, in base ad una valutazione (che la Corte dovesse ritenere, appunto, errata) di non necessità dell’ulteriore acquisizione probatoria, ben può disporre la stessa e, nel caso si tratti di audizione di testi, assumere direttamente i medesimi innanzi a sé” (cfr. Corte Federale d’Appello, Sezioni Unite, in C.U. 074/CFA 2017/2018 del 29.12.2017).

Dunque, confortati anche dai richiami sopra riportati, può affermarsi che il processo sportivo deve considerarsi improntato non solo al rigoroso rispetto dei diritti dei soggetti che fanno parte dell’ordinamento, ma anche a quello delle regole processuali che ne disciplinano il funzionamento.     

Focus su > Il testo di riferimento

Con l’adozione, nel luglio 2014, del Codice della Giustizia Sportiva del CONI e dei codici delle singole federazioni, compreso quello della Federcalcio, il mondo dello sport ha finalmente stabilito delle vere e proprie “regole” processuali. Seppur autonomo, però, il processo sportivo affondale proprie radici nel testo dell’articolo 111 della Costituzione, che viene richiamato, nei suoi passaggi fondamentali, dall’articolo 7, lettera h)-bis, del d.lgs. n.242/1999, così come modificato dal d.lgs. n.15/2004. Anche la legge n.280/2003, nel ribadirne l’autonomia dell’organizzazione, consente di verificare come alla sua base vi siano i criteri del giusto processo, mutuati dall’impianto costituzionale. Alla luce di questa premessa, il volume analizza nel dettaglio il funzionamento del sistema di giustizia sportiva, dedicando particolare attenzione ai rapporti con la giurisdizione statale, anche alla luce della decisione della Corte costituzionale n.49 del 2011, all’analisi delle regole che guidano i giudici sportivi speciali, quali il Tribunale di arbitrato sportivo di Losanna ed il Tribunale sportivo antidoping, sedente presso il CONI, e alla tutela del rapporto di lavoro subordinato dei professionisti sportivi, così come regolato dal dettato della legge n.91/1981.

a cura del Prof. Stefano Selvaggi

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