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QUANDO GARRINCHA DRIBBLAVA
TRA I DILETTANTI

Oggi nella scuola calcio del piccolo paesino laziale non sanno più chi è Garrincha, “l’angelo dalle gambe storte”, quel brasiliano dal dribbling fulmineo tanto caro al popolo e agli amanti del calcio fantasia, che nell’opinione di non pochi era considerato addirittura più grande di Pelé. Ma nel 1970, per quanto la carriera del piccolo dribblatore, campione del mondo con la Nazionale verdeoro nel 1958 e nel 1962, fosse già finita e lontanissima, e la sua vita fosse già vicina al tracollo, chiunque amasse il calcio il suo nome lo conosceva molto bene. Manoel Francisco dos Santos, che portava quello pseudonimo perché minuto e dalle gambe storte, e il suo aspetto e la sua andatura avevano ricordato alla sorella maggiore, Rosa, quella di una specie di uccelli tipica della zona del Brasile in cui vivevano: un piccolo passerotto, un “garrincha” appunto.

Nella provincia di Roma il giocatore ci era arrivato per sfuggire ai debiti accumulati nel suo Paese e alle disgrazie che avevano accompagnato la sua vita degli ultimi anni, un incidente d’auto da lui provocato in cui aveva perso la vita la suocera, Rosaria Soares, l’alcolismo, le crisi depressive. Era stata la moglie Elza, cantante di bossa nova, a portarcelo, sperando che l’ambiente completamente diverso, il clima della penisola e la lontananza servissero a rimetterlo in piedi. Ma in piedi Garrincha non ci era mai stato davvero: precoce talento del calcio verdeoro, precoce bevitore, uomo sempre solo e disperato, che pure si portava addosso quel nomignolo di “Allegria del Popolo” per quanto sapeva incantare palla al piede. Vestì prevalentemente la maglia del Botafogo, quella della Nazionale brasiliana, poi quella di innumerevoli club professionisti e non per guadagnare un po’ di quei soldi che spendeva più velocemente di quanto non riuscisse a guadagnare.

A Torvaianica dormivano in un bungalow, lui e l’amatissima Elza. La moglie lavorava per tre sere a settimana al teatro Sistina, lui beveva e si dimenticava, ma la gioia di far schizzare in rete un pallone non era ancora volata via. Così, su invito di un amico che della squadra era allenatore e giocatore, accettò di vestire la maglia del piccolo Sacrofano, club di Prima categoria (oggi in Seconda). Si allenò, giocò un quadrangolare per preziosissime 80 mila lire a partita (non poté essere tesserato perché all’epoca le regole non lo permettevano per gli stranieri): “Garrincha era sempre silenzioso, poi di colpo sorrideva senza dire niente. Anche se era già molto malandato nessuno poteva portargli via il pallone. Segnò due gol da calcio d’angolo, uno sul primo palo, l’altro sul secondo. Era un uomo storto e aveva storto anche il tiro, però che meraviglia”. Lo ricorda così Carlo Sassi, ex terzino sinistro e capitano del Sacrofano di allora, in un’intervista a La Repubblica.

Un fenomeno del calcio con indosso già la povere della storia, che illumina un campo di provincia, sbalordisce e poi scompare nella leggenda da cui era venuto. Mané Garrincha tornerà in Brasile al seguito della moglie nel 1972. Morirà dieci anni dopo di cirrosi epatica, chiudendo così una parabola di vita e sport straordinaria e triste.

La storia riportata in questo articolo è stata raccontata da Maurizio Crosetti su “La Repubblica” del 26 settembre 2016

 

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