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Quando il futsal è questione di dna

L'incredibile storia di Marcio Brancher, “il maestro del parquet” che con i suoi 50 anni ha fatto la storia del futsal, e del figlio Joao Victor, compagni di squadra con la maglia dell'Arzignano

Ci sono emozioni incontrollabili, inavvertite, inaspettate, catapultate addosso quando meno te lo aspetti. Marcio Brancher, giocatore di 50 anni che ha fatto la storia del futsal, pensava di aver già provato la più bella della sua vita. Nel 2010, giocò una gara ufficiale contro suo figlio Joao Victor, appena 18enne: entrambi erano capitani, uno della Marca Trevigiana e l’altro dell’Arzignano, si scambiarono i gagliardetti, poi giocarono una gara dai mille significati. In sette anni sono cambiate tante cose. I due non sono più avversari, ma compagni di squadra. Marcio è la colonna portante di un baby Arzignano dov’è c’è anche Joao Victor, che all’esordio in campionato contro il Carrè Chiuppano è andato ad abbracciare suo padre dopo un gol. Quel momento è stato immortalato in una foto che, in poche ore, ha fatto il giro del web. Perché in quell’attimo c’è tutto. L’amore di un figlio per un padre. E viceversa. “Per poco non mi rompeva la schiena, l’ho stretto forte e ho chiuso gli occhi, godendomi ogni secondo”. Brancher senior la prende anche a ridere, ma è felice come un bambino. Come quel bambino che ha cresciuto in questi anni e di cui parla con orgoglio.

I PRIMI PASSI 
La storia di Marcio inizia in Brasile, a Videira, il 21 maggio del 1967. Giovanissimo comincia a praticare il futsal, poi nel 1985 cerca fortuna nel calcio, ma solo per pochi mesi. Suo papà ha un brutto incidente e il giovanotto rientra a casa per aiutare la famiglia. La sua carriera con il pallone a rimbalzo controllato inizia con il Perdigao, la squadra della sua città, dove giocherà fino al 1991. Un anno più tardi, il 27 gennaio 1992, sua moglie, dopo la nascita di Bruno nel 1986, dà alla luce il suo secondo figlio: Joao Victor (quattro anni più tardi arriverà anche Maria Julia). La famiglia Brancher rimane in patria per altri 11 anni, nei quali il giocatore brasiliano vince di tutto e di più a livello nazionale e internazionale (nel ’96 si laurea campione del mondo). Parallelamente all’attività sportiva, Marcio porta avanti la sua vita da padre. Atleta di mattina e papà di pomeriggio: “Mio figlio stava sempre con il pallone tra i piedi, al contrario di Bruno e Maria Julia – racconta -. Appena tornavo dagli allenamenti, anche se facevo fatica a reggermi in piedi, mi saltava addosso per convincermi a giocare con lui. Mi mettevo in ginocchio e fingevo di fare il portiere, ma lui mi diceva: ‘Papà, non prendermi in giro. Alzati che ti voglio dribblare’. A 50 anni tutti mi dicono che ancora corro perché mi allenavo tre volte al giorno: due con la squadra e una con mio figlio”.

IL VIAGGIO 
Nel 2003, a 36 anni, età dei giocatori sul viale del tramonto, Marcio si trasferisce in Italia. C’è chi gli dava del “bollito”, ma il “maestro del parquet” – così lo aveva soprannominato il giornalista Michele Trolese, scomparso nel 2013 – stupisce tutti, conquistando tre scudetti, due Coppe Italia e altrettante Supercoppe tra Arzignano, Marca e Luparense. Il Veneto, e in particolare Arzignano, diventano la sua seconda casa. Marcio prende usi e costumi della regione, con tanto di tipico intercalare “bon” tra una discorso e l’altro. Intanto, il percorso di suo figlio è segnato. Joao Victor, che per giocare a pallone in Brasile doveva aspettare suo papà, inizia a muovere i primi passi nella scuola calcio a 5 del glorioso Arzignano. Nel 2010, ad appena 18 anni, con la società biancorossa in piena crisi, Joao diventa capitano e sfida suo papà nella famosa partita in Serie A contro la Marca. I due si scambiano i gagliardetti, si abbracciano e giocano contro. “Le emozioni furono contrastanti – ricorda Marcio – da una parte ero addolorato dalla situazione della mia ex squadra, dall’altra mi riempì d’orgoglio vedere mio figlio portare la fascia al braccio”.

LA RINASCITA
La stagione successiva, l’Arzignano riparte dalla C1 e da quel gruppo di giovani che non erano riusciti a evitare la retrocessione. C’è ovviamente il capitano, Joao Victor, che conquista subito la promozione in Serie B. Marcio decide di tornare a casa, nella squadra che lo ha lanciato nel futsal italiano. E stavolta per giocare con suo figlio non da avversario, ma da compagno di squadra. I due sono protagonisti della rinascita del club. Fino a quando Joao, che nel frattempo è diventato chimico conciario, decide di scendere nuovamente di categoria per dedicare più tempo al lavoro. Quest’anno, papà e figlio sono tornati insieme per la seconda volta. “Non potrà giocare in eterno – dice Joao, riferendosi a suo padre – ci tenevo a vivere un’altra stagione con lui”. Marcio, che dopo l’addio al futsal di Rubei è diventato il giocatore più anziano in attività, non ha nessuna intenzione di smettere. “Quando non starò più al passo degli altri, allora appenderò gli scarpini al chiodo. Mi sento fortunato perché il mio fisico mi permette di giocare ancora a questi livelli. Il mio segreto? Mangio bene e dormo tanto, ma non mi sono mai negato una birra o un dolce. Di una cosa però sono convinto: si gioca come ci si allena”.

ANCORA INSIEME 
Marcio, dall’alto della sua esperienza, continua ad allenarsi da grande professionista, a togliersi soddisfazioni e provare emozioni uniche. Come quella alla prima giornata di campionato, datata 7 ottobre 2017. Risultato inchiodato sul 2-2 nel derby veneto contro il Carrè Chiuppano, trasmesso in diretta Facebook sulla pagina della Divisione Calcio a Cinque, calcio di punizione: sul pallone va Joao Victor, tiro di destro e palla sotto al sette. Il web si emoziona: Joao si gira, si guarda intorno e vede suo papà, corre verso di lui, gli salta addosso, lo abbraccia e lo bacia in testa. Come quando Marcio tornava distrutto dagli allenamenti, Joao gli correva incontro e lo costringeva a giocare a pallone fino a tarda serata. No, non siamo più a casa Brancher in Brasile, ma all’interno di un palazzetto di futsal. Vent’anni dopo, papà Marcio e il piccolo – grande – Joao sono ancora insieme.

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