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Quando il pallone è la medicina

A Londra il progetto "Coping Through Football" vuole puntare sullo sport come potente strumento di inclusione di tutti coloro che devono affrontare lo stigma della malattia mentale

Lo stigma sociale dei disturbi psicotici, più in generale dei problemi di salute mentale, non ha confini. È uno stigma insito nella cosiddetta cultura popolare, nella sua peggiore accezione, difficile da contrastare, duro da estirpare, qualcosa che resta attaccato per tutto l’arco della vita, come un ghetto invisibile nella società della perdita di privacy e della finta trasparenza veicolate dai social.

Per fortuna, però, non è così per tutti e ci sono varie associazioni, nel mondo, che si dedicano al recupero personale e quindi sociale di queste persone, che vedono la realtà con i loro occhi e con il filtro della propria mente, non sempre a fuoco, o comunque non sempre con quella prospettiva che il senso comune pretende da ognuno di noi. A Londra, per esempio, nel 2007 è nato il Coping Through Football, che tradotto “illetteralmente” dovrebbe significare “affrontandolo attraverso il calcio”, progetto realizzato in collaborazione tra la London Playing Fields Foundation, il Northeast London NHS Foundation Trust e il Leyton Orient. Progetto che si pone quattro obiettivi: contribuire ad affrontare lo stigma e la discriminazione; collaborare con il servizio sanitario su programmi condivisi per ridurre le disparità; essere strumento per quei gruppi difficili da coinvolgere; assistere nel recupero coloro che soffrono di disturbi mentali. Che detto così, enumerando gli argomenti, potrebbe sembrare facile, ma facile non lo è quando si tratta di persone, che forse per la prima volta in vita loro non sono trattate come cose.

Dietro questa iniziativa ci sono molti studi scientifici che hanno affrontato il problema e una possibile soluzione. Le persone che hanno gravi problemi di salute mentale, secondo le stime, soffrono anche di problemi di salute fisica fino all’isolamento sociale più duro. Questi report, nel tempo, hanno dimostrato come l’attività fisica sia determinante per l’inclusione sociale e quindi il miglioramento dei disturbi mentali. In particolare gli sport di squadra hanno un grande potenziale per aumentare il benessere fisico e la connessione tra persone, perché alla fine di questo si tratta. Tra questi il calcio pare particolarmente adatto a motivare chi lo pratica a impegnarsi a fondo e ad affrontare (coping) l’isolamento. Lo stesso risultato ottenuto dal progetto Coping Through Football.

Il calcio, è vero, è l’attività principale, con le sue regole, i suoi tempi, i suoi riti, è stato così sin dall’inizio, sarà così per sempre, ma l’obiettivo principale resta l’inclusione. I partecipanti vengono intervistati regolarmente per capire cosa provano, per conoscere le difficoltà che incontrano e registrarne i miglioramenti, ancorché evidenti. La prima cosa che risalta sono le emozioni positive, poi il coinvolgimento, nuove relazioni e un senso di realizzazione personale. L’approccio, infatti, non può che essere incentrato sulla persona, perché bisogna sempre tenere conto delle capacità, dei bisogni e degli obiettivi personali, nessun metodo standardizzato avrebbe potuto ottenere risultati in un contesto del genere. Ci sono motivazioni personali che vanno scoperte, portate a galla, attraverso il calcio (through football), per capire come uscire dall’isolamento, da quel buio dove ognuno di questi ragazzi e ragazze abita in completa solitudine.

Affiorano problematiche inimmaginabili altrove, come i contrasti in campo, la differenza di capacità agonistica, aerobica e l’inserimento delle donne nelle squadre. Per questo i responsabili di Coping Through Football stanno lavorando sulla formazione di team maschili e team femminili, in modo da appianare una delle criticità maggiori emerse in questo specifico contesto, è bene ripeterlo.

La maggior parte dei partecipanti arriva da situazioni di esclusione sociale, discriminazione, disoccupazione, scarsa salute fisica e, ovviamente, mentale. Oggi sono molti i casi di successo, con numeri decisamente inferiori a quelli delle persone coinvolte, anche perché la meta resta comunque personale. La maggior parte vuole migliorare la propria forma e la propria salute, conoscere nuovi amici e intravvedere un obiettivo professionale: perché oltre lo sport la vera inclusione sociale passa, per forza di cose, dal lavoro, che vuole dire autonomia economica e magari pure familiare. Il ministero della Salute inglese ha riconosciuto Coping Through Football come un modello di buone pratiche per il recupero di persone con problemi di salute mentale a lungo termine e i responsabili sperano di coinvolgere sempre più ragazzi e ragazze in questo progetto, allargandosi agli altri quartieri di Londra.

Una delle chiavi del successo è stata proprio la collaborazione tra i vari soggetti che vi prendono parte, come per esempio la partecipazione dei terapisti occupazionali alle sessioni di allenamento per sostenere i partecipanti, cosa che aumenta il senso di appartenenza e autostima e questi percepiscono e riferiscono la consapevolezza di avere intrapreso una nuova strada nella vita, una strada verso la guarigione e l’inclusione. Tutto ciò grazie al calcio, grazie a un pallone che rotola su un campo, rincorso da chiunque abbia la voglia, la leggerezza e il coraggio di liberarsi delle zavorre culturali e mentali per sentirsi libero, anche di scegliere, forse per la prima volta in tutta la sua vita.    

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