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Quando l’educatore diventa “il mister”

P

ercorrendo gli stadi evolutivi di Piaget (come già illustrato all’interno della rubrica di ottobre), si arriva all’ultima tappa nel processo della formazione del carattere. Lo stadio delle operazioni formali, in cui rientrano tutti i ragazzi dai 12 ai 16-17 anni, ovvero la Pre-Adolescenza (vedi Box “ Lo stadio delle Operazioni Formali”)

È l’età di un mutamento che coinvolge il corpo, l’identità, le esperienze, la sfera emotiva. Come ogni fase dell’età evolutiva, la preadolescenza ha dei compiti di sviluppo ben definiti e che per il fanciullo comportano impegno, stress e fatica: innanzitutto, le relazioni con i coetanei, l’acquisizione del ruolo sociale maschile e femminile (che va a rafforzare e connotare sempre più l’identità del ragazzo), l’accettazione dello sviluppo del proprio corpo, il conseguimento di una certa autonomia emotiva dai genitori e, più in generale, dagli adulti, la scoperta dei valori e la formazione di una coscienza etica a guida del proprio comportamento. I cambiamenti riguardano sia la sfera emotiva sia quella cognitiva.

allenatore,

figura di riferimento 

Per quanto riguarda l’ambito cognitivo il ragazzo inizia a sviluppare il pensiero ipotetico-deduttivo (il se fosse…), divenendo sempre più in grado di rappresentarsi le emozioni e gli stati d’animo dell’altro, cosa che in precedenza non era possibile. Un bambino di 7-11 anni, con una struttura mentale prevalentemente operatorio-concreta, infatti, non è in grado di formulare ipotesi o elaborare astrazioni, mentre il preadolescente può compiere generalizzazioni, elaborare concetti astratti, prevedere le conseguenze di un’azione, immaginare le emozioni di chi ha intorno. In questa fase il ragazzo comincia a sviluppare l’empatia, ma anche uno sguardo più critico verso ciò che ha intorno, genitori e adulti compresi, ed una crescente curiosità verso l’ambiente extrafamiliare, vissuto come fonte di stimoli nuovi ed esperienze interessanti.

Nel contesto sportivo, il “Mister” svolge una funzione molto importante, soprattutto nell’ottica di un modello chiaro e definitivo di autorevolezza. In questa fase tutti i ragazzi cominciano, chi più, chi meno, ad opporsi al concetto assoluto di autorità, soprattutto quello genitoriale, ricercando altrove una figura guida tanto comprensiva quanto accogliente. Il più delle volte questa diventa il proprio Mister. A lui si possono confidare segreti, il più delle volte di natura amorosa – sessuale (la fidanzata), oppure gesti o comportamenti goliardici avuti a scuola o in altri contesti, incluse perfino le cosiddette “bravate”. Se nell’attività di base l’allenatore, veniva identificato dai bambini come seconda figura genitoriale, adesso viene identificato come un fratello maggiore, a cui chiedere consigli o suggerimenti.

Dunque l’allenatore nei settori giovanili deve sapersi riconoscere in questo importante ruolo per lo sviluppo dell’identità adolescenziale dei propri ragazzi, facendo leva, attraverso la sua leadership, su dinamiche comunicative aperte e flessibili, senza ovviamente delegittimare il suo indiscusso ruolo di leader all’interno del gruppo. Le regole ci devono essere, ma devono essere condivise, altrimenti come non verranno accettate in casa, stessa cosa accadrà anche nello spogliatoio. Solo facendo così i ragazzi riconosceranno in lui il concetto di adulto autorevole, ben differente da quello autoritario. L’autorità è corrispondente al livello gerarchico, quindi al potere del grado, e dunque quasi sempre i genitori o il professore di scuola.

L’autorevolezza è invece riconosciuta dagli altri. Gli altri che identificano, in quella persona, comportamenti adeguati, competenza e capacità di comunicare efficacemente; riconoscono equità nell’esigere dagli altri quanto da se stesso; percepiscono l’equilibrio psichico che permette di evitare l’aggressività, di poter ammettere i propri errori senza complessi, di saper gestire i conflitti al loro sorgere, senza timore reverenziale e autocensura. Questo è possibile anche e soprattutto perché è il primo a riconoscere i proprio errori e a dichiararlo apertamente a tutti gli altri.

fra ambizioni e delusioni
Entrando nello specifico, le due categorie dell’agonistica regionale o nazionale maggiormente sensibili sono sicuramente i giovanissimi e gli allievi. Nel mondo dilettantistico questa criticità è maggiormente amplificata. Nei giovanissimi regionali d’Elite vi è una grande trasformazione nelle aspettative verso il calcio. Non si più nelle scuola calcio, dove l’importante è partecipare e divertirsi, adesso l’importante è, se pur sempre divertendosi, partecipare con spirito vincente (Pierre de Coubertin, 1908). Le selezioni delle società dilettantistiche che fanno il campionato d’Elite aumentano conseguentemente i livelli di aspirazione e di aspettative verso il proprio Sé calcistico direttamente e indirettamente quello dei propri genitori, che in alcuni casi vedono la possibilità sportivo del figlio come proseguimento del proprio fallimento, una sorta di rivincita morale. Negli Allievi regionali d’Elite, tutto questo si amplifica notevolmente. è ormai risaputo che questa categoria è quella in cui gli osservatori possono concedere la grande possibilità del calcio professionistico. è qui che, nel lavoro quotidiano di psicologo dello sport, ravviso molti casi di ragazzi che soffrono di sentimenti di inadeguatezza ed eccessiva delusione nel momento in cui finisce l’attività senza particolari successi, oppure in percentuale ancora più elevata, coloro che tornando dal sogno di un provino finito male, si caricano sulle spalle tutta la loro frustrazione e magari talvolta anche quella dei propri genitori (si veda box approfondimento “Nikefobia”).

L’allenatore deve quindi sapere che dietro una forte sopravalutazione di Sé vi è sempre una eccessiva sottovalutazione di Sé nel momento in cui le cose non vanno bene, nel momento in cui tutto quello che si è idealizzato non si realizza. E’ fondamentale, nel periodo iniziale dell’anno e in quello primaverile parlare di queste cose alla squadra (esercizio Cirlce Time), facendo capire cosa vuol dire calcio e cosa vuol dire vita, direzionando l’attenzione su altri punti forza dei propri calciatori ai fini di far scovarne il talento, non solo calcistico, nascosto.

Lo stadio delle Operazioni Formali
La ricerca sistematica di soluzioni è tipica di questa fase: un ragazzo che avesse deciso di recarsi a fare una gita per esempio controllerà mentalmente tutti gli itinerari possibili, vagliando il migliore in termini di sicurezza, facilità e brevità di tempo di raggiungimento. Compare la possibilità di utilizzare operazioni d’ordine superiore come ad esempio le equazioni algebriche. In questo periodo si verifica una maggiore tendenza all’introspezione e all’autoanalisi: l’adolescente sottopone ad una costante critica i propri pensieri, sentimenti, comportamenti e aspetto fisico.

E’ presente l’intellettualizzazione come difesa verso le proprie angoscianti paure: le discussioni che possono in un primo momento apparire impersonali o intellettuali (come ad esempio il discutere sulla guerra, la libertà dei popoli, l’esistenza di Dio), possono nascondere in realtà dei vissuti emotivi personali e profondamente radicati in lui. Lo sviluppo cognitivo in questo periodo, si manifesta, quindi, attraverso questi processi che offrono all’adolescente un’importante opportunità di esercitare il suo nuovo modo di pensare in termini astratti, di esplorare nuove possibilità e di valutarle criticamente.

Approfondimenti
Nikefobia: la “paura di vincere”
La Nikefobia è un disturbo psichico in cui il soggetto ha paura del successo, spesso si riscontra negli atleti o comunque nelle persone in competizione tra di loro ed è causata dalla mancanza di equilibrio nella personalità, da una educazione troppo rigida e da inibizioni spesso dovute ad un’educazione troppo rigida, come anche da problemi affettivi nell’infanzia. Nella Nikefobia spesso la persona vive il successo raggiunto o il traguardo tanto agognato con un senso di colpa, con la paura di non poter mantenere gli standard raggiunti e deludere le nuove aspettative, infrangere le gerarchie consolidate. Il disturbo si riscontra soprattutto negli atleti, in particolare nei dilettanti, mentre nei professionisti è di gran lunga più frequente la paura dell’insuccesso, che si può manifestare acutamente (sindrome pre-agonistica) o cronicamente (sindrome del campione).

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