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Quando un club Dilettantistico non ce la fa

Fino a 5-10 anni or sono, allorquando si apprendeva del fallimento di una società sportiva, il pensiero correva subito ai club professionistici, costituiti, per legge, in società di capitali ai sensi della L. 91/1981, mentre rarissimi erano i casi in cui il provvedimento coinvolgeva sodalizi dilettantistici. Negli ultimi anni, invece, la crisi economica, unitamente al numero crescente di compagini dilettantistiche costituite in società di capitali, sebbene nella forma speciale prevista dall’art. 90 della L. 289/2002 (Società Sportive Dilettantistiche), ha determinato un incremento esponenziale di fallimenti anche tra i club associati alla L.N.D., sia in costanza di partecipazione ai campionati sia successivamente alla cessazione dell’attività in ambito federale. Ebbene, proprio in ragione di tale fenomeno, in rapida crescita, appare opportuno chiarire quali siano le conseguenze previste dalle Carte Federali, tanto per il club quanto per i dirigenti che abbiano operato all’interno delle compagini calcistiche, in caso di accertamento dello stato di insolvenza da parte del competente Tribunale Fallimentare.

LE ASSOCIAZIONI SPORTIVE DILETTANTISTICHE FALLIBILI
In primo luogo, appare opportuno chiarire un principio spesso trascurato dagli operatori del settore: anche le compagini costituite in forma di associazione sportiva, e non solo quelle in società di capitali, possono essere dichiarate fallite, pur non essendo, formalmente ed ai sensi del codice civile, vere e proprie società. La giurisprudenza formatasi sul punto, infatti, prende preliminarmente in esame, a prescindere dalla denominazione o dalla forma giuridica assunta, se il soggetto di cui viene chiesto il fallimento eserciti, di fatto, attività di impresa commerciale. Per fornire risposta a tale quesito risulta determinante l’accertamento del volume d’affari risultante, principalmente, dalle scritture contabili e dai documenti fiscali obbligatori per legge. Al riguardo, al termine di un vivace dibattito dottrinario, circa l’assoggettabilità a fallimento delle associazioni non riconosciute, la Corte di Cassazione ha sgombrato il campo da ogni dubbio, chiarendo, con la pronuncia n. 8374/2000 che “ai fini dell’assoggettamento alla procedura fallimentare, lo status di imprenditore commerciale deve essere attribuito anche agli enti di tipo associativo che in concreto svolgano, esclusivamente o prevalentemente, attività di impresa commerciale, a nulla rilevando in contrario l’art. 111 del t.u. delle imposte dirette, D.P.R. n. 917 del 1986, che considera non commerciale le attività delle associazioni in esso indicate, attività che, pertanto, non concorrono alla formazione del reddito complessivo come componenti del reddito di impresa o come ricomprese tra i redditi diversi, con una disposizione la cui portata è limitata alla previsione di esenzioni fiscali, ed alla quale non può attribuirsi, avuto riguardo alla specificità delle ragioni di politica fiscale che la ispirano, una valenza generale nell’ambito civilistico”.

LA SORTE DEL CLUB
Laddove il fallimento di una società/associazione sportiva venga dichiarato in corso di stagione, il club, salvo quanto tra poco si dirà, interrompe immediatamente la propria attività, non essendo più, la conduzione del sodalizio, nella disponibilità del legale rappresentante, dei dirigenti e soci, trasferendosi quest’ultima al Curatore fallimentare designato dal Tribunale. La fattispecie è disciplinata dall’art. 16, comma 6, delle NOIF, in forza del quale “il presidente federale delibera la revoca della affiliazione della società in caso di dichiarazione e/o accertamento giudiziale dello stato di insolvenza. Gli effetti della revoca, qualora la dichiarazione e/o l’accertamento giudiziale dello stato di insolvenza siano intervenuti nel corso del Campionato e comunque prima della scadenza fissata per la presentazione della domanda di iscrizione al campionato di competenza successivo, decorrono da tale data nel solo caso in cui l’esercizio dell’impresa prosegua. Nell’ipotesi in cui, ai sensi dell’art. 52 comma 3, il titolo sportivo della società in stato di insolvenza venga attribuito ad altra società prima della scadenza del termine fissato per la presentazione della domanda di iscrizione al Campionato successivo, gli effetti della revoca decorrono dalla data di assegnazione del titolo”.In altre parole, la dichiarazione di fallimento comporta, in linea di principio, la revoca dell’affiliazione, disposta dal Presidente Federale, con conseguente cessazione immediata dell’attività, perdita del titolo sportivo e svincolo di tutti i tesserati.  Ove tale provvedimento, di revoca dell’affiliazione, intervenga prima della fine del girone di andata, tutte le gare precedentemente disputate dal club sono annullate, ai sensi dell’art. 53 NOIF, mentre qualora l’evento si verifichi nel girone di ritorno, per tutte le partite residue viene irrogata alla società fallita la sanzione della perdita della gara per 3-0.

E I DIRIGENTI?
Descritte, per sommi capi, la sorte dei club che vengano dichiarati falliti, in uno con i rimedi consentiti dall’ordinamento sportivo e statuale affinchè il titolo sportivo, patrimonio della città e dei tifosi, non vada disperso, si ritiene, a questo punto, importante approfondire le norme disciplinanti gli effetti del fallimento del club su coloro che abbiano operato in tali contesti precedentemente all’accertamento dello stato di insolvenza. 

In tal senso, l’art. 21, commi 2 e 3, delle NOIF, sembrerebbe, ad una semplice lettura, perentorio, stabilendo che “non possono essere “dirigenti” né avere responsabilità e rapporti nell’ambito delle attività sportive organizzate dalla F.I.G.C. gli amministratori che siano o siano stati componenti di organo direttivo di società cui sia stata revocata l’affiliazione a termini dell’art. 16. Possono essere colpiti dalla preclusione di cui al precedente comma gli amministratori in carica al momento della deliberazione di revoca o della sentenza dichiarativa di fallimento e quelli in carica nel precedente biennio. Competente a decidere in prima istanza è la Commissione Disciplinare ed in ultima istanza la C.A.F. su deferimento della Procura Federale nell’osservanza delle disposizioni previste dal Codice di Giustizia Sportiva’. 

NECESSITà DI VALUTARE LE SINGOLE RESPONSABILITA’
La predetta disposizione, chiaramente datata (si fa ancora riferimento alla C.A.F., organo dismesso dal 2007), è stata oggetto di interessanti arresti interpretativi nel corso degli ultimi anni, con il risultato che, da un’applicazione indiscriminata e connotata da estrema rigidità (secondo cui tutti i componenti degli organi direttivi in carica nel biennio precedente al fallimento, a ‘cascata’, incorrevano nella preclusione, a vita, al tesseramento), si è passati ad una diversa interpretazione, oggi affermatasi nella giurisprudenza di settore, in virtù della quale occorre prima valutare le singole responsabilità del tesserato e, di conseguenza, applicare sanzioni graduate, che possono arrivare fino all’interdizione permanente dal ricoprire cariche societarie.  Un passaggio illuminante del percorso giurisprudenziale può essere individuato nel parere reso dalla Corte Federale il 28 giugno 2007, con cui il massimo organo di giustizia federale, muovendo dalla considerazione che ai soggetti condannati per reati fallimentari (e non, semplicemente, i componenti degli organi gestori degli enti falliti) è preclusa, ai sensi delle NOIF, l’assunzione di cariche dirigenziali in società sportive, ha statuito che l’ “automatica preclusione non si ha nel semplice caso di dichiarazione di fallimento della società sportiva di cui si è amministratori: poiché altrimenti non sussisterebbe alcuna differenza tra tale ipotesi e l’altra in cui quella condanna sia avvenuta; e poiché, a ben guardare, mancando tale condanna neppure sarebbe possibile una riabilitazione e sarebbe illogicamente impedito a chi quei reati non ha commesso un rimedio consentito invece a chi se ne è reso colpevole”. Pertanto, l’Organo di giustizia, nella sua funzione nomofilattica, concludeva che “la ‘preclusione’ di cui al terzo comma dell’art. 21 N.O.I.F. presuppone l’accertamento di profili di colpa dell’amministratore in carica al momento della dichiarazione di fallimento, accertamento con riferimento al quale non vi è motivo per derogare ai comuni criteri in materia di onere della prova”. Grazie al suddetto pronunciamento fu, quindi, affermata la facoltà, in capo all’organo giudicante, di procedere alla valutazione, in concreto, se la condotta del tesserato abbia effettivamente contribuito a provocare il dissesto economico della società, e ciò al fine dell’eventuale irrogazione di sanzioni nei confronti dell’incolpato. Alla luce di quanto sopra, si può concludere che, in caso di dichiarazione di fallimento, la Procura Federale, di norma, apre d’ufficio un procedimento disciplinare a carico di tutti i dirigenti che hanno fatto parte dell’organo amministrativo della società nei due anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento, mentre qualsiasi provvedimento disciplinare non può prescindere dall’accertamento di precise ed individuali responsabilità in capo agli stessi, demandato agli organi di giustizia sportiva competenti, segnatamente la Commissione Disciplinare, nazionale o territoriale, in primo grado.

CONCLUSIONI
In conclusione, appare necessaria la massima attenzione nella gestione delle società sportive, anche in ambito dilettantistico, atteso che il fallimento, cui non sono certamente esenti neppure le semplici associazioni sportive, può determinare conseguenze nefaste non solo per il sodalizio che viene raggiunto da simile provvedimento, ma anche, a titolo personale, per i dirigenti, che, spesso in buona fede, hanno fatto parte degli organi direttivi. Pertanto, occorre che, coloro che intendano assumere incarichi dirigenziali, si accertino degli oneri sugli stessi incombenti, anche legati all’amministrazione economico-finanziaria del club, vigilando costantemente sulla situazione patrimoniale della compagine, senza limitarsi agli ambiti di stretta attinenza alla sola attività sportiva.

L’esercizio provvisorio
dell’impresa  e l’art. 52, comma 3, NOIF
Unica eccezione rispetto alla rigida e rigorosa disciplina appena spiegata si verifica allorquando la società fallita ottenga, d’ufficio o previa apposita richiesta al Giudice Fallimentare, sussistendo particolari esigenze di salvaguardia dell’azienda, l’esercizio provvisorio dell’impresa. Tale istituto consiste nell’autorizzazione a perseguire l’oggetto sociale per un periodo predeterminato dal Tribunale, solitamente fino al termine della stagione sportiva, venendo, così, differiti  gli effetti della revoca dell’affiliazione ex art. 16, comma 6, NOIF a tale scadenza. Siffatta autorizzazione consente, innanzitutto, al club fallito, di portare a termine il campionato, con mantenimento del vincolo sugli atleti, tanto di prima squadra quanto di settore giovanile, indi permette di accedere all’iter previsto dall’art. 52, comma 3, NOIF, citato anche dall’art. 16, comma 6, dello stesso testo regolamentare, che rappresenta l’unica possibilità, in caso di fallimento, di continuità nel titolo sportivo del club fallito, a seguito di subentro di altra compagine. Ferma restando, infatti, la revoca dell’affiliazione in capo alla realtà dichiarata fallita, l’art. 52, comma 3, NOIF, consente, in ipotesi di concessione dell’esercizio provvisorio dell’impresa, esclusivamente ad una nuova società, affiliata alla F.I.G.C. e avente sede nel medesimo Comune, di acquisire l’azienda sportiva della fallita (che consta del titolo sportivo e del parco tesserati), accollandosi i debiti sportivi e previa aggiudicazione del compendio concorsuale da parte della Curatela, con versamento del corrispettivo da utilizzare per il soddisfacimento dei creditori. 

In questo modo, alla nuova compagine, subentrata alla precedente a fronte dell’acquisizione dell’azienda sportiva e dell’accollo dei debiti nei confronti di FIGC, Leghe, tesserati e affiliate, è consentito proseguire l’attività nella categoria di militanza del club decotto. La norma in commento, infatti, dispone che ‘il titolo sportivo di una società cui venga revocata l’affiliazione ai sensi dell’art. 16, comma 6, può essere attribuito, entro il termine della data di presentazione della domanda di iscrizione al campionato successivo, ad altra società con delibera del Presidente federale, previo parere vincolante della COVISOC ove il titolo sportivo concerna un campionato professionistico, a condizione che la nuova società, con sede nello stesso comune della precedente, dimostri nel termine perentorio di due giorni prima, esclusi i festivi, di detta scadenza: 

1) di avere acquisito l’intera azienda sportiva della società in stato di insolvenza; 

2) di avere ottenuto l’affiliazione alla F.I.G.C.; 

3) di essersi accollata e di avere assolto tutti i debiti sportivi della società cui è stata revocata l’affiliazione ovvero di averne garantito il pagamento mediante rilascio di fideiussione bancaria a prima richiesta; 

4) di possedere un adeguato patrimonio e risorse sufficienti a garantire il soddisfacimento degli oneri relativi al campionato di competenza; 

5) di aver depositato, per le società professionistiche, dichiarazione del legale rappresentante contenente l’impegno a garantire con fideiussione bancaria a prima richiesta le obbligazioni derivanti dai contratti con i tesserati e dalle operazioni di acquisizione di calciatori. Il deposito della fideiussione è condizione per il rilascio del visto di esecutività dei contratti’.

In presenza dei presupposti per il perfezionamento dell’iter sopra descritto, adempiute tutte le condizioni poste dalla Procedura fallimentare e dalla F.I.G.C., viene salvaguardata la regolarità dei campionati e, parimenti,  garantita la continuità calcistica in un contesto territoriale colpito da tale grave evento. Diversamente, il titolo sportivo (ovvero ‘il riconoscimento da parte della F.I.G.C. delle condizioni tecniche sportive che consentono, concorrendo gli altri requisiti previsti dalle norme federali, la partecipazione di una società ad un determinato Campionato’ ex art. 52, comma 1, NOIF) risulterebbe irrimediabilmente perduto.

Focus su > dirigenti
L’ART. 22BIS NOIF: 
IPOTESI DI RESPONSABILITà PERSONALE
Oltre alla disposizione già citata nell’articolo, assume rilievo, nella valutazione delle conseguenze, in caso di fallimento della società, a carico dei dirigenti che vi abbiano operato, l’art. 22bis NOIF il quale, nel prevedere la preclusione al tesseramento per la FIGC di soggetti destinatari di determinati provvedimenti adottati dalle autorità statuali, include, tra questi, anche ‘coloro che si trovano nelle condizioni di cui all’art. 2382 c.c. (interdetti, inabilitati, falliti e condannati a pena che comporta l’interdizione dai pubblici uffici, anche temporanea, o l’incapacità ad esercitare uffici direttivi)’, nonché i condannati, in via definitiva con sentenza passata in giudicato, per reati previsti dalla ‘disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell’amministrazione controllata (legge 16/03/1942, n. 267) – Titolo VI – Capo I e II – Reati commessi dal fallito – Reati commessi da persone diverse dal fallito – da art. 216 a art. 235’. In queste fattispecie, poiché l’accertamento di responsabilità personale è già stato svolto dall’autorità giudiziaria ordinaria, gli organi di giustizia sportiva non hanno alcun potere di gradualità in merito, trattandosi di preclusione che opera automaticamente, senza necessità di radicazione del procedimento disciplinare. 

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