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Regole per una comunicazione efficace

Il primo assioma della comunicazione dice che “non è possibile non comunicare”, poiché ogni comportamento ha valore di messaggio: anche il silenzio, la distrazione o l’isolamento costituiscono messaggi che influenzano gli altri. La comunicazione è l’insieme dei processi attraverso cui condividiamo e trasferiamo informazioni. Affinché si possa parlare di “comunicazione efficace”, è necessario che l’emittente (ovvero colui che avvia la comunicazione) tenga in considerazione vari elementi al fine di garantire il trasferimento ottimale del messaggio al ricevente (sia esso un individuo o un gruppo di persone).

Spesso il termine “comunicazione efficace” viene utilizzato come sinonimo di “comunicazione persuasiva”. Si tratta, però, di un uso scorretto, poiché i due termini presuppongono un diverso obiettivo: nella comunicazione persuasiva lo scopo è produrre un cambiamento nei comportamenti, negli atteggiamenti o nei valori del ricevente. Quando parliamo di “comunicazione efficace” intendiamo, invece, una comunicazione che ha come unico obiettivo il successo del trasferimento dei contenuti del nostro messaggio, ovvero parlare ed essere compresi.

Parlare è importante, ma c’è un modo per comunicare che è ancora più importante: la comunicazione non verbale. è la seconda metà della comunicazione, quella che non presenta ambiguità e dà direzione al discorso. L’efficacia del discorso è rappresentata solo in parte dal significato letterale che le viene dato, è invece influenzata da questo tipo di comunicazione. In questa guida sono presenti degli appunti su questo tema.

Sovente capita di non avere fiducia in chi abbiamo di fronte, a parole si può dire qualsiasi cosa, ma sicuramente i gesti e le espressioni sono più veritieri. Spesso capita quando un allenatore deve spiegare un suo meccanismo di gioco che esclude determinati calciatori, e che magari questi non riescono a comprendere il reale significato di certe esclusioni. Secondo uno studio di Mehrabian, di ciò che percepiamo in un messaggio vocale solo il 7% è rappresentato dall’aspetto verbale, il 38% da quello vocale e il 55% dai movimenti del corpo. Lo studio della comunicazione non verbale viene diviso in quattro sistemi: il sistema vocale, il sistema cinestetico, la prossemica e l’aptica (si veda approfondimento: “I sistemi della comunicazione non verbale”)

L’atleta del giorno d’oggi pretende giustamente rispetto e considerazione da parte della società e dell’allenatore; egli non vuole essere escluso dalla gestione dell’attività sportiva che lo riguarda. Questa necessità di dialogare e pianificare insieme pone non pochi problemi di comunicazione fra l’atleta e l’allenatore; quest’ultimo da parte sua spesso tende a non considerare le esigenze dettate dall’evoluzione emotiva e cognitiva del giovane atleta, ma a focalizzare la sua attenzione solo sugli aspetti di sviluppo motorio e di rendimento. Si rivelano di grande utilità gli incontri di gruppo fra atleti ed allenatore, fra allenatore e dirigenti, fra atleti di una stessa squadra con difficoltà di dialogo fra giocatori. Uno degli interventi più richiesti dalle società di calcio e che lo psicologo dello sport può attuare in una squadra è un Corso di Mental Training (pacchetto multimodale sulle attività di base su menzionate), con sedute settimanali della durata di un’ora o due per dieci – quindici settimane.

Lo scopo dell’intervento è quello di fornire un’occasione di apprendimento di tecniche per migliorare la performance atletica e successivamente di rendere completamente autonomo il soggetto che ha usufruito degli insegnamenti del Corso: infatti, l’atleta, fornito di supporti audio-visivi, è in grado di allenarsi quotidianamente per conto proprio, senza dover instaurare un rapporto di dipendenza con lo psicologo dello sport.

Per quanto riguarda gli allenatori, ma anche l’intero staff, di estrema attualità e utilità risultano essere i Corsi di formazione sulla Psicologia dello Sport e sulla Psicologia dell’infortunio e della riabilitazione: questi corsi permettono agli addetti ai lavori di apprendere delle conoscenze sul modo di pensare e di sentire degli atleti (soprattutto per quanto riguarda gli atleti infortunati) che spesso non vengono rese disponibili nell’ambiente sportivo.

Il fattore-squadra, cercato e ricercato in allenamento, non è soltanto uno schema tattico applicabile automaticamente, ma è soprattutto un fattore umano che trova la sua forza nelle adeguate relazioni interpersonali fra gli
atleti del gruppo.

Un esercizio molto interessante, inserito nel protocollo 2T volto a far comprendere l’importanza, ma soprattutto la “pesantezza”, che i pensieri negativi hanno sulla prestazione è il “Porta i pensieri”, che consiste nel richiedere ai giocatori di fare caso a quante volte e di che genere durante l’allenamento o la partita utilizzano delle espressioni negative o positive, non soltanto rivolte a se stessi, ma anche ai propri compagni. Per facilitare tale lavoro sarà cura dell’allenatore e dello psicologo appuntarsi i comportamenti e i pensieri dei giocatori, così da poter effettuare attività personalizzate. 

Successivamente, infatti, quei giocatori che avranno mostrato un maggior numero di pensieri negativi dovranno trainare un carico (di solito una sacca di palloni in base al numero di espressioni negative) durante la partitella o l’allenamento, così da fargli capire sul campo e concretamente quanto possano incidere sulla performance. Soltanto con l’aiuto di un self talk positivo (si veda l’approfondimento:”Il self talk”), ovvero attraverso apposite parole-stimolo che aiutano l’atleta a focalizzare l’attenzione su aspetti chiave della prestazione e a evocare volontariamente stati psicologici positivi e produttivi, il giocatore potrà ridurre progressivamente il numero di palloni da trainare fino al punto di potersene privare. È evidente, tuttavia, che se il calciatore continua ad utilizzare un linguaggio verbale e non verbale non consono e produttivo all’attività sportiva i carichi andranno via via ad aumentare, così da fare capire metaforicamente come il peso di talune parole orientano in senso negativo la propria performance.

Focus Su > I sistemi della comunicazione non verbale


 Il sistema vocale

Riguarda tutti gli aspetti “paralinguistici” del parlare:

• intonazione

• intensità

• ritmo

• tono

Il sistema cinesico

È l’intera gamma dei movimenti del corpo:

• espressioni facciali. Sono sempre state viste come le espressioni dei sentimenti, tuttavia è da ricordare che esistono anche le espressioni “false”;

• postura del corpo. Segnala spesso il coinvolgimento nella conversazione, ma questo dipende molto anche dal “contesto” in cui ci si trova;

• gestualità delle mani. Accompagna frequentemente il normale linguaggio verbale, ma possiede pure un proprio codice, come dimostra il fatto che si gesticola anche quando si è soli. Risente comunque molto della cultura d’appartenenza, gli italiani per esempio sono molto gesticolatori mentre parlano.

Il sistema prossemico

Non è altro che la distanza o la modalità di occupare lo spazio tra mittente e destinatario della comunicazione. C’è infatti una sorta di “zona rossa” tra i soggetti che comunicano in modalità faccia a faccia, la quale è penetrabile per ciascuno solo dalle persone affettivamente vicine, altrimenti scatta l’allarme, l’uso delle distanze.


 Il sistema aptico

Si verifica con il contatto fisico tra i soggetti coinvolti nella comunicazione e definisce inequivocabilmente il loro grado d’intimità (p.es., in ordine crescente d’intimità, la pacca sulla spalla, l’abbraccio di saluto, il tenersi per mano, il bacio).

Il Self-Talk

Si tratta di una modalità riflessiva che può fortemente influenzare il modo in cui andremo ad agire. Uno dei principi della psicologia cognitivo-comportamentale postula infatti che ciò che le persone si dicono (e quindi pensano) è in grado di condizionare il successivo modo di comportarsi. Quello che caratterizza un Self Talk efficace è la quasi totale assenza della parola “NON” nella formulazione delle frasi: “Devo concentrarmi” risulta molto più funzionale di “Non devo distrarmi”, oppure “Devo vincere” in sostituzione di “Non devo perdere”. La spiegazione di questo fenomeno si trova nella nostra mente: il cervello non riesce ad >b>elaborare immediatamente la negazione, mentre si concentra primariamente sull’oggetto della frase, in questo caso “distrazione”, che dovrebbe essere eliminato.

 
 

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