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Ritiri e primi freddi: un aiuto dalla nutrizione

Il rapporto tra allenamento e stato immunitario degli atleti sta ricevendo in questi ultimi anni un’attenzione sempre maggiore. Mentre infatti l’attività fisica di grado moderato si è dimostrata capace di migliorare le risposte immunitarie dell’atleta, l’attività fisica intensa e prolungata può causare una compromissione acuta dei nostri sistemi “difensivi”, esponendo l’organismo a un aumento del rischio di contrarre infezioni. Nel caso del calciatore, il rientro in attività dopo la pausa estiva e il ritiro di settembre sono tra i momenti più critici di tutta la stagione, momenti in cui l’organismo è esposto a un intenso carico lavorativo allenante.
Inoltre, tale evenienza si può inserire in un periodo della stagione in cui l’organismo è stato lungamente in scarico e in cui la possibilità di un cambiamento climatico repentino verso i primi freddi può mettere a dura prova soprattutto il tratto respiratorio superiore. Infine, per la sua stessa natura, il ritiro (generalmente di 7 giorni) concede poche pause adeguate all’ottenimento di un recupero totale tra una sessione di lavoro e la successiva, causando spesso accumulo di fatica, soprattutto nell’atleta dilettante.

LA CURVA A “J”
Tipicamente, la relazione tra infezioni del tratto respiratorio e intensità dell’attività fisica presenta una curva a “J”: ciò significa che nel soggetto completamente sedentario la capacità di resistenza alle infezioni del tratto respiratorio è inferiore a quella dell’atleta moderatamente allenato.
Tuttavia, al di sopra di un certo carico di lavoro critico (che risulta generalmente individuale), gli effetti del sovraffaticamento minano la sorveglianza immunitaria dell’organismo, esponendolo nuovamente a un rischio aumentato di infezioni (Figura 1). La relazione tra infezioni del tratto respiratorio superiore e intensità del carico di lavoro è attualmente ancora poco studiata nel calcio rispetto ad altri sport (quali, tipicamente, le attività di endurance), ma alcuni studi eseguiti su squadre professionistiche hanno riportato che una sessione di esercizio molto pesante può creare una “open window” temporale (della durata di diverse ore) di diminuita protezione immunitaria, all’interno della quale virus e batteri possono trovare condizioni favorenti per l’insediamento soprattutto nelle mucose delle vie aeree.
Poiché, come è ormai dimostrato da tempo, la nutrizione è in grado di influire significativamente anche sulle funzioni del sistema immunitario, è stato naturale chiedersi se si potessero configurare contromisure “nutrizionali” al possibile indebolimento transitorio del sistema immunitario causato dall’eccesso di lavoro fisico. A questo riguardo, l’immunologia nutrizionale è un campo in enorme espansione, e i principi chiave su cui si basa tale disciplina sono ormai ampiamente dimostrati.

L’ALIMENTAZIONE PRIMA BARRIERA
Un primo dogma di tale branca della nutrizione sostiene che la quasi totalità degli alimenti e degli oligoelementi introdotti con la dieta sono in qualche modo implicati nella risposta immunitaria. Mantenere quindi un’ampia varietà nella scelta dei cibi nel periodo di maggior intensità di lavoro fisico è la prima regola aurea da seguire per proteggersi efficacemente dalle infezioni respiratorie. Il secondo principio chiave è quello di mantenere un apporto calorico adeguato al carico di allenamento, in quanto è stato dimostrato che la sotto-nutrizione energetica o anche solamente proteica può provocare un deragliamento in molti aspetti della funzione immunitaria, esponendo l’organismo a un rischio infettivo molto aumentato.
Attenzione quindi alle diete in cui si programma di ridurre il peso corporeo del calciatore (accumulato nei mesi estivi) proprio in concomitanza con i periodi di maggior carico di lavoro, come quelli dei ritiri pre-stagione: il deficit calorico giornaliero non dovrebbe essere in questo caso mai troppo elevato, perché il sistema immunitario richiede un certo carico energetico per la sua corretta funzione.

AIUTARE L’ORGANISMO
Un altro cardine su cui poggia l’immunologia nutrizionale è il fatto che alcuni nutrienti si sono dimostrati in grado di “proteggere” soggetti più immuno-compromessi, come gli anziani fragili: ciò ha fatto pensare a un ruolo privilegiato di alcuni alimenti rispetto ad altri, nel tentativo di limitare le infezioni nell’atleta. Queste acquisizioni scientifiche hanno così dato il via a un’ampia ricerca dei fattori nutrizionali più in grado di intervenire sulla funzione immunitaria dell’atleta: i supplementi maggiormente studiati finora a questo proposito sono stati gli acidi grassi omega 3, lo zinco, i fitosteroli, gli antiossidanti come la vitamina C ed E, la glutamina, l’arginina e molti altri.
Il ruolo di tutti questi supplementi nella “fortificazione” immunitaria dell’atleta è ancora in via di discussione, ma una delle strade più promettenti appare essere l’assunzione di bevande con carboidrati durante le sessioni di allenamento più intense. È stato infatti notato che tale assunzione riduce la produzione di citochine (fattori pro-infiammatori rilasciati in circolo) tipicamente connessa all’esercizio fisico intenso e di lunga durata (> 90 minuti) e la produzione di ormoni dello stress (come il cortisolo e l’adrenalina), in grado anch’essa di alterare apprezzabilmente il quadro immunitario dell’atleta. Ci vorrà ancora tempo per definire appieno il ruolo di questa nuova branca della nutrizione che si occupa degli aspetti immunitari dell’alimentazione, ma sicuramente il campo degli atleti è uno di quelli in cui tale disciplina troverà terreno fertile alla ricerca delle più corrette strategie di supplementazione, per ottenere il massimo dell’effetto protettivo mediante un semplice regime alimentare.

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