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Roberto Delgado fra campo e famiglia. Senza rimpianti

L’attaccante spagnolo, vincitore della Coppa Italia con la Lazio nel 2004, si racconta fra ricordi, affetti e una nuova avventura da due stagioni in Eccellenza con l’Unipomezia.

Risponde al telefono per fare questa intervista mentre aspetta che il suo primo figlio, Leonardo, di 8 anni, esca da scuola. Non ha molto tempo, Roberto Delgado, perché Leonardo vuole sbrigarsi e, non appena lasciato l’istituto, vuole correre ad allenarsi con la Lazio. Fa parte delle giovanili, si diverte, un po’ attaccante e un po’ esterno di centrocampo, ma la realtà è che già sogna di fare la stessa carriera del padre.

Spagnolo, con la Lazio ha giocato in prima squadra, nelle coppe, in campionato, e sembrava destinato a una carriera luminosa. Classe 1986, ha vinto uno scudetto con i Giovanissimi biancocelesti. Attaccante, cinque presenze in Serie A, la Coppa Italia vinta nel 2004 (“La medaglia me la tengo ben stretta, giocai tanto, lo sento mio quel trofeo”), è stato protagonista di un Lazio-Inter in cui ha servito a Zauri un pallone d’oro per la vittoria biancoceleste. Adesso fa il papà (oltre a Leonardo c’è un altro bambino, Lorenzo), il marito (Alessandra, la moglie, che vorrebbe tornare in Spagna) e gioca ancora a calcio. Unipomezia, Eccellenza. Si diverte e sogna di vincere il campionato il prossimo anno. È felice e soddisfatto della sua vita, senza pensare a quello che poteva essere e non è stato.

Neanche un po’ di rimpianti?

No. Ho fatto la carriera che ho meritato. Ci sono stati alcuni errori da parte mia, senza dubbio, ma anche errori da parte di altri che mi hanno portato a fare determinate scelte. Ma non importa, sono sereno così. Rivedo in mio figlio la stessa passione, è un ‘malato’ di calcio e sono felice che giochi nella Lazio, una società migliorata molto rispetto ai miei tempi.

Andate anche allo stadio?

Sì, eravamo all’Olimpico per la partita contro il Bologna. Siamo tanto tifosi.

Lei ha giocato con Simone Inzaghi: si aspettava diventasse un allenatore così bravo?

A dir la verità no. Pensavo avesse le qualità, ma che facesse così bene non credevo. L’ho incontrato qualche tempo fa e gli ho fatto i complimenti.

Lei in Romania, al Cluji, è stato allenato da De Zerbi.

È il futuro del calcio italiano, è un piccolo Guardiola. Allenatore straordinario.

roberto delgado in campo insieme ai suoi due figli

Anche lei quando smetterà vuole fare l’allenatore?

Mi piacerebbe, magari partendo dai bambini per poi arrivare a livelli più alti. Vorrei trasmettere loro la mia umiltà, un aspetto del mio carattere che non ho mai perso, anche quando giocavo ad altissimi livelli. E poi mi piacerebbe ritrovarmi in un calcio con un po’ di emozione e belle storie da raccontare, un aspetto che si sta un po’ perdendo. Guardate anche la storia di De Rossi.

Stupito da quello che è successo con la Roma?

Io me lo ricordo, da ragazzo, anche se ho tre anni meno di lui. Ha sempre giocato per la Roma, le ha dedicato la sua vita, poi a un certo punto qualcuno decide che non vai più bene e quindi arrivederci e grazie. Quando succede ai massimi livelli, come nel caso di Daniele, occupa le prime pagine dei giornali, ma anche tra noi dilettanti, o ai livelli più bassi del professionismo, è pieno il mondo di queste storie. Trovare umanità nel calcio di oggi è difficile, forse impossibile.

Come si trova con l’Unipomezia?

Benissimo. Quest’anno siamo arrivati sesti in Eccellenza, ma non siamo soddisfatti perché eravamo partiti per vincere il campionato. Vogliamo riprovarci l’anno prossimo, io ormai qui mi sento a casa, ci sono da oltre due anni. Sto bene, è un club diverso da tanti altri.

In che senso?

Il presidente è una persona seria, la società è organizzata e sembra di essere in un club professionistico, non c’è niente fuori posto e ci mettono nelle migliori condizioni per lavorare. Noi ci alleniamo tutta la settimana, il sabato siamo in ritiro, lavoriamo con serietà e professionalità. Non ci manca niente.

roberto-delgado-intervista-il-calcio-illustrato-2

A lei non manca il calcio professionistico?

No, sono sereno con la mia famiglia. Sono a Roma da una vita, è la mia città, vivo sull’Aurelia e gioco a Pomezia, mia moglie vorrebbe tornare in Spagna ma io qui sto bene. Stavo bene anche in Romania, a dir la verità, ma poi per motivi familiari siamo tornati dopo la nascita del nostro secondo figlio e adesso ho poca voglia di spostarmi. La famiglia è la mia priorità.

Di Mancini che ricordo ha?

Che ricordo posso avere di chi mi ha fatto esordire a 17 anni? Bellissimo. Feci bene durante una partitella tra Primavera e prima squadra e lui mi volle portare con sé, facendomi giocare. Quando l’ho incontrato, qualche anno fa, si ricordava ancora di me. Gli devo tanto, giocare con lui sembrava l’inizio di tutto, invece…

Poi arrivò Lotito, ci furono problemi contrattuali, lei scelse di andare a Ferrara e Potenza e poi all’estero.

Ripeto: scelte sbagliate mie e scelte sbagliate da parte di altri. Ma non rinnego niente. Io sono felice così e vedo la Lazio davvero cresciuta come club, anche mio figlio si trova benissimo e il settore giovanile è gestito da persone serie e competenti. Vincono trofei, e in Italia con la Juventus di oggi non è semplice: basta questo. Seguo Leonardo e faccio il tifoso, va bene così. E poi continuo a divertirmi con l’Unipomezia: ho solo 33 anni, ho ancora parecchia voglia di giocare a calcio. Non credo passerà mai, a dir la verità.

 

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