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CORELLI BOYS CRICKET AND FOOTBALL CLUB

A Milano, tra una lezione di italiano e la ricerca di un lavoro, i ragazzi del CAS di via Corelli si allenano nel vicino parco Forlanini, agli ordini di Luis Platino. Per una storia fatta di sogni, vittorie e sconfitte

Questa è una storia, come altre che abbiamo raccontato su queste colonne, ma forse più di altre, che parla di sogni, speranze, vittorie e sconfitte. Una storia che parla di vita e del suo significato, di calcio e dei suoi significati, perché poi allo sport, al calcio, ognuno dà quello che preferisce. Nel Centro di Accoglienza Straordinaria di via Corelli a Milano è nata una squadra di calcio che ha preso un nome che sa di antico, Corelli Boys Cricket and Football Club, come le società di fine ‘800, agli albori del calcio italiano. In realtà quel nome non è solamente un tributo al football che fu, ma pure la speranza che oltre al calcio vi siano altri richiedenti asilo che possano e vogliano giocare a cricket, sport amato e praticato, soprattutto, da indiani e pakistani.

I ragazzi che giocano a calcio vengono in particolare da Guinea, Mali, Nigeria, Senegal, Gambia e Togo, ma proprio perché è un CAS la formazione cambia in continuazione, tra chi ha ottenuto lo status di rifugiato politico – sempre più difficile – e chi è sbarcato da poco in Italia. Al Centro di via Corelli l’associazione NoWalls ha dato vita a una scuola d’italiano e di formazione professionale, accompagnando i ragazzi (tanti) e le ragazze (pochissime) nei percorsi burocratici che li vedono protagonisti per la loro condizione e per la ricerca di una vita migliore. Dignitosa, per fortuna, lo è già grazie ai volontari e alle varie associazioni che si danno da fare per il CAS.

Così a qualcuno è venuta l’idea di una squadra di calcio, non una squadra qualsiasi, non un pallone e basta per passare il tempo, ma una squadra iscritta al campionato provinciale Uisp. Via Corelli è in piena periferia industriale di Milano e il rischio che la strada diventi un’amica pericolosa è sempre in agguato. Il calcio ha regole, tempi e riti che, per essere praticato, devono essere rispettati. Così tra una lezione d’italiano e la ricerca di un lavoro ecco gli allenamenti nel vicino parco Forlanini, agli ordini di Luis Platino, peruviano, che ha preso il patentino Uefa per allenare. A via Corelli ci è arrivato dopo avere conosciuto Angela Marchisio, oggi maestra d’italiano per migranti, la quale ha proposto a Luis di allenare una squadra composta esclusivamente da richiedenti asilo.

La cosa più importante per questi ragazzi resta imparare l’italiano, poi c’è tutto il resto. C’è chi arriva dalle zone rurali del Senegal che sono disseminate di mine anti-uomo, campo di battaglia tra opposte fazioni indipendentiste, con la popolazione che paga sempre il prezzo più alto. Alcuni in Italia hanno trovato la pace che cercavano, o più semplicemente la vita che non hanno mai avuto altrove. Durante gli allenamenti capita che si fermino perché qualcuno deve pregare, ognuno col proprio credo, la propria religione e quella voglia di stare insieme che solo il calcio, a volte, sa regalare. 

Prima dell’inizio del campionato è stata lanciata anche una campagna di crowdfunding per finanziare i Corelli Boys Cricket and Football Club e non solo, anzi il calcio è diventato strumento per qualcosa di più importante. I soldi, infatti, servono per la scuola d’italiano e per l’associazione che gestisce il CAS, oltre che per le divise dei ragazzi. In realtà la squadra esisteva già da un po’, ma solo con l’arrivo di un vero allenatore si è pensato d’iscriverla al campionato provinciale Uisp, nel quale se la stanno cavando egregiamente, e hanno già giocato anche un derby con un’altra formazione di rifugiati all’Arena, uno dei luoghi simbolo del calcio milanese.

Chi non ottiene lo status di rifugiato politico diventa di fatto un clandestino. La squadra del CAS di via Corelli, quindi, è qualcosa di più che una vera formazione che gioca un vero campionato, è un grido, è un richiamo a guardare oltre gli steccati, a guardare anche oltre il calcio e il gioco, perché tornando ai significati che il pallone ha per ognuno di noi, di sicuro non si può giocare con le vite degli altri. I Corelli Boys Cricket and Football Club potrebbero essere tante cose diverse, un esempio, forse, un progetto da copiare, anche, ma soprattutto sono se stessi, le storie che si portano appresso, la storia che sono diventati inseguendo un pallone e quella che potrebbero diventare domani se ottenessero lo status di rifugiati. La loro massiccia presenza in viale Argonne fino a piazzale Susa non passa inosservata e a volte il 38 è pieno perché vanno alla ricerca della connessione Wi-Fi pubblica, che serve per comunicare con i familiari dall’altra parte del mondo, sollevando qualche lamentela. Probabilmente qualcosa di più dall’agiografia che ha letteralmente travolto l’iniziativa, dove la storia si mescola con la leggenda, rischiando di non rendere pienamente giustizia a chi ha attraversato un continente per una vita migliore.

E se vincessero il campionato? E se qualcuno di loro diventasse un calciatore professionista? Non c’è niente di scritto per chi è rimasto un giorno in acqua nutrendosi di biscotti bagnati. Già essere qui e ora, essere vivo, è un dono, condividerlo con gli altri può essere taumaturgico. L’associazione NoWalls aiuta loro, loro aiutano l’associazione e il CAS grazie al crowdfunding e alla visibilità, ringraziando così chi per primo gli ha teso una mano senza chiedere niente. C’è un calcio oltre ognuno di noi, c’è un calcio che non è tifo, c’è un calcio che realizza sogni dove meno te lo aspetti.                                                    

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