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Maurizio Sarri

Dal sorprendente esordio di Empoli alle spettacolari stagioni vissute nella sua Napoli: scopriamo insieme i segreti di Maurizio Sarri, il tecnico cresciuto a “pane e calcio” che sta stupendo tutti da tre anni a questa parte

Sono rarissimi gli allenatori che non hanno un passato da calciatore professionista ma che, puntando tutto sulla propria bravura e passione, sono riusciti ad affermarsi alla guida di una squadra della massima serie. Uno dei più celebri è forse Zdenek Zeman, ma anche Arrigo Sacchi e José Mourinho hanno un trascorso solo a livello dilettantistico mentre Rafa Benitez, pur avendo fatto la trafila nelle giovanili del Real Madrid, ha poi militato nelle serie inferiori spagnole. Tra questi, uno degli allenatori che si è guadagnato il rispetto degli addetti ai lavori negli ultimi anni è sicuramente Maurizio Sarri, napoletano di nascita ma toscano d’adozione, una lunga gavetta per arrivare in Serie A che parte dalla Seconda Categoria e passa attraverso 5 esoneri e 5 promozioni.

Sarri ha iniziato ad allenare nel 1990 sulla panchina dello Stia, squadra dilettantistica della provincia di Arezzo. Poi Faellese, Cavriglia, Antella, Valdema, Tegoleto e Sansovino. Nella stagione 2006/07 subentra all’esonerato Antonio Conte (5 punti in 9 gare) alla guida dell’Arezzo che porta ai quarti di finale di Coppa Italia eliminando il Livorno (all’epoca in Serie A) ma venendo estromesso dalla competizione per mano del Milan di Ancelotti, vincendo tuttavia 1-0 la gara di ritorno tra le mura amiche, schierando un 4-2-3-1 che vedeva Floro Flores unica punta. Prosciolto dall’accusa di “omessa denuncia” nello scandalo Calcio Scommesse, nel suo palmares figurano una Panchina d’argento e una Panchina d’Oro, una Panchina dei Sogni (premio promosso dall’AIAR) e due Timoni d’Oro (premio promosso dall’AIAC).

Maurizio Sarri è considerato un buon allenatore sia a livello tattico che per il suo modo di curare nei minimi dettagli l’approccio e la preparazione alla partita; è di grande supporto ai propri giocatori per quanto concerne l’analisi di tutti gli aspetti riguardanti gli avversari e cerca costantemente di mantenere alta l’attenzione della squadra. Sia nella sua prima esperienza in Serie A con l’Empoli che nella successiva al Napoli, emergono chiari i princìpi di gioco attuati dalle sue squadre. 

EMPOLI

La squadra toscana, schierata con un 4-3-1-2, ha giocato un calcio semplice ma molto organizzato con la volontà di costruire gioco sempre dal basso attraverso un giropalla difensivo che coinvolgeva sia i due centrali sia il portiere al fine di attirare il pressing dell’avversario. Il regista (Valdifiori, giocatore che nella stagione 2014/15 ha smistato più palloni di tutta la Serie A) si proponeva al portatore di palla per ricevere un “passaggio di scarico” mentre la mezzala  (Vecino da una parte, Croce dall’altra) si allargava sulla fascia per ricevere il successivo passaggio e allentare la marcatura avversaria, liberando il campo centralmente per le possibili verticalizzazioni e quindi l’attacco della profondità.

L’obiettivo principale era tentare di servire rapidamente il metodista sia con un passaggio proveniente direttamente dai difensori, dal portiere o dagli interni. Se marcato, il metodista avrebbe dovuto invertire la posizione con un interno. L’azione si sviluppava poi con passaggi in spazi stretti, rapidi, anche con il supporto degli attaccanti. Mancando il giocatore in grado di creare superiorità numerica in contropiede, infatti, questi ultimi (Maccarone e Pucciarelli) avevano spesso il compito di allargarsi o venire incontro per lasciare centralmente lo spazio alle incursioni dei compagni (FIG. 1): dando uno sguardo alle reti segnate (vedi tabella a lato) si nota come la maggior parte dei gol non siano stati segnati dagli attaccanti.

Contro una difesa a quattro un altro possibile sviluppo della manovra offensiva, sempre in velocità e per vie centrali, verteva sull’abilità dei due attaccanti di allargare le maglie della difesa avversaria che lavora più “individualmente” che di reparto, cercando la profondità del trequartista (FIG. 2).

 

Contro una difesa a cinque, invece, l’obiettivo della squadra di Sarri era quello di permettere ai tre calciatori offensivi di giocare molto tra loro, in velocità: una punta andava incontro, l’altra si avvicinava per offrire un appoggio e mettere il trequartista (o un altro compagno) davanti al portiere in condizioni di uno contro uno (FIG. 3).

In fase di non possesso l’Empoli era solito difendersi con 7 uomini, posizionando la propria linea difensiva a quattro in modo da ridurre al minimo le distanze con il centrocampo (FIG. 4), non concedendo il corridoio centrale agli avversari e lasciando alti i due attaccanti, pronti alla riconquista di una palla rilanciata nella loro zona. In caso di necessità era la mezzala a rientrare lateralmente consolidando il reparto difensivo con 5 giocatori ma pronto all’uscita sul portatore di palla avversario di competenza.

NAPOLI 

Lo spumeggiante gioco di Maurizio Sarri – fatto di possesso palla, difesa alta e verticalità – è giunto al suo apice nelle ultime due stagioni: quelle vissute a Napoli. Scelto da De Laurentiis per il dopo Benitez, dopo un avvio difficoltoso legato all’idea di giocare con il 4-3-1-2 adattando Insigne o Mertens nel ruolo di trequartista, Sarri ha svoltato passando al 4-3-3 senza alterare i suoi principi di gioco: grande organizzazione difensiva, pressing alto per recuperare palla vicino alla porta avversaria, palleggio e ritmo frenetico.

Anche per il Napoli di Sarri, infatti, in fase di possesso tutto ha inizio dai due difensori centrali che ricevono dal portiere al limite dell’area di rigore e cercano di impostare, con l’aiuto del regista della squadra che va loro incontro abbassandosi, mentre nel frattempo gli esterni di difesa danno ampiezza alla squadra e le due mezzeali cercano di garantire un’alternativa di passaggio posizionandosi in zona luce (FIG. 5).

I movimenti senza palla e il posizionamento in campo a “triangoli” (FIG. 6A e 6B) sono il fulcro del gioco di Sarri, perché permettono al Napoli di mantenere a lungo il possesso del pallone creando diverse alternative di passaggio tra i giocatori che, dotati di ottima tecnica individuale, finiscono per trovare quasi sempre la via della porta. Per funzionare al meglio, però, la “macchina” partenopea deve sempre girare a massima velocità. Un rischio che Sarri è ben contento di correre…

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