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Il calcio spettacolo
di Arsène Wenger

Da 20 stagioni alla guida dell'Arsenal, il tecnico francese sforna da sempre grandi talenti e fa giocare alla grande le sue squadre. Scopriamo i suoi segreti

Da 20 stagioni alla guida dell’Arsenal, il tecnico francese sforna da sempre grandi talenti e fa giocare alla grande le sue squadre. Scopriamo i suoi segreti

Anche se nella classifica degli allenatori “più longevi” (ovvero con più presenze alla guida della stessa squadra di club) non è ai primissimi posti poiché superato da nomi quali Guy Roux, Ronnie McFall, Alex Ferguson e Valerij Lobanovskyj, Arsène Wenger è l’unico tecnico ancora in attività che possa vantare almeno 20 anni consecutivi sulla medesima panchina: quella dell’Arsenal.

Francese di Strasburgo, ingegnere, Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico (tra le onorificenze più importanti del Regno Unito) per il grande contributo da lui fornito al calcio inglese, poliglotta (parla francese, inglese, tedesco, italiano, spagnolo e perfino giapponese), spesso irascibile in panchina, eletto “allenatore del decennio” dall’International Federation of Football History & Statistics, Arsène Wenger vanta alcuni primati, alcuni positivi altri negativi: è uno dei due allenatori non britannici insieme a Carlo Ancelotti (2009 e 2010) ad avere centrato il “double”, vale a dire l’accoppiata Premier League e Coppa nazionale per ben due volte (1998 e 2002); è l’unico ad aver chiuso il campionato senza avere perso nemmeno una gara; è probabilmente l’unico ad avere perso le finali delle tre maggiori competizioni europee (Coppa Uefa, Coppa delle Coppe e Champions League).

VELOCITÀ E TECNICA: L’ARSENAL STYLE

La “linea verde” seguita da Wenger negli anni lo ha portato a scoprire giovani talenti come George Weah, Adebayor, Thierry Henry, Anelkà, Vieira, Fabregas, Van Persie, Robert Pires e Sylvain Wiltord che sono diventati nel giro di poco tempo calciatori di livello mondiale. L’Arsenal di Wenger gioca un calcio veloce, gradevole ed è indubbiamente una delle poche squadre che non adatta il proprio piano tattico all’avversario; lo stile di gioco prevede linee sempre alte e corte, e le giocate avvengono per lo più in ampiezza muovendo rapidamente palla e togliendo spazio e tempo alle giocate avversarie.

    

In occasione della finale della FA Cup 2017 che ha visto fronteggiarsi due club di Londra, abbandonato il consueto 4-2-3-1, l’Arsenal si è schierato con un sorprendente 3-4-3 infinitamente più fluido di quello del Chelsea di Antonio Conte, campione della Premier League, con Mertesacker al centro della difesa, Xhaka e Ramsey centrali di centrocampo (che si sono mossi costantemente per invertire le rispettive posizioni e cercando di non trovarsi mai sulla stessa linea di ricezione) e Danny Welbeck riferimento offensivo centrale davanti ad Alexis Sánchez e Mesut Özil. 

 

Granit Xhaka è stato l’uomo chiave nel centrocampo dell’Arsenal poiché ha giocato nel ruolo di “pivot” davanti alla difesa fornendo il massimo sostegno a tutti i compagni; ogni volta che i giocatori avversari si avvicinavano alla palla, questa veniva passata a Xhaka che è riuscito a controllare il gioco con una serie di passaggi brevi. Özil, invece, si è impegnato a fornire assistenza e creare superiorità sul centro-destra del campo, sfruttando quegli spazi che Mati—š e Marcos Alonso non sono riusciti a presidiare.

L’Arsenal è riuscito ad applicare quanto preparato in maniera positiva durante tutta la durata del match, impedendo al Chelsea sia di creare gioco nelle zone dove è più organizzato (cioè in difesa), sia di salire in campo aperto con e senza palla. I Gunners hanno sin da subito fatto molta pressione, obbligando il portiere Courtois alla giocata lunga e questo non ha facilitato i Blues che, perso il pallone sul primo rilancio tentato sull’esterno, e in virtù della grande pressione portata su Alonso in fascia, non hanno più provato questa giocata: in questo modo quando Courtois provava il rilancio lungo verso il tridente Pedro-Costa-Hazard, la retroguardia dei Gunners era sempre in superiorità e riusciva a conquistare sovente la prima palla; quando invece la palla raggiungeva gli attaccanti esterni alti (Pedro e Hazard), la costruzione di gioco sul corto non permetteva di fornire adeguato sostegno al centro a Diego Costa che quindi non riusciva ad effettuare pressione per conquistare la seconda palla.

Al contrario, quando è stato l’Arsenal a giocare in profondità, non solo ha sempre avuto la possibilità di competere per la prima palla ma, cosa più importante, lo ha fatto con un numero di giocatori sufficiente per portare pressione sulla seconda palla (FIG. 2).

La rapida circolazione di palla per aggirare il blocco a centrocampo del Chelsea, tipico marchio di fabbrica del gioco di Wenger, ha obbligato gli avversari a salire per conquistare la sfera, creando quegli spazi tra le linee che sono stati sfruttati al meglio con precisi passaggi in avanti che, di fatto, hanno permesso all’Arsenal di trovare giocatori liberi nella zona più pericolosa del campo, ossia la trequarti.

Dall’altra parte, l’apporto difensivo degli attaccanti ha messo in seria difficoltà il Chelsea nell’impostare il gioco. Welbeck ha infatti creato parecchi  problemi ai centrocampisti dei Blues  abbassandosi sotto la linea di metà campo e pressandoli quando cercavano di ricevere la sfera dai difensori, così da non concedere loro il tempo della giocata e riuscendo persino a recuperare palla in un paio di occasioni (FIG.3).

Questa impostazione tattica ha costretto il Chelsea a costruire la manovra dalle retrovie, ma anche in questo caso la pressione portata da Alexis Sanchez in tali situazioni di gioco è stata impressionante: sia per impedire ad Azpilicueta di lanciare la palla in avanti per creare spazio per gli altri (come di solito fa), sia per obbligare i difensori laterali a tornare indietro verso David Luiz o addirittura il portiere Courtois. Così, la seconda metà di gara ha visto l’Arsenal spostare il focus nella trequarti avversaria con veloci azioni di contropiede, anche perché i movimenti di Welbeck stavano allungando ripetutamente la squadra di Conte (FIG. 4).

   

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