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TECNICA CALCIO A 11
Il modulo 4-4-2

Sincronismo e intesa tra i reparti: ecco tutti i segreti del modulo che, a detta di tutti, copre meglio il campo

Le chiamano catene, eppure servono per volare. Catene è uno dei concetti chiave per inoltrarsi nel fantastico mondo della fase offensiva del 4-4-2, laddove “fantastico” è tutt’altro che aggettivo casuale. I fedeli del modulo sono convinti di coprire così bene il campo in fase difensiva che quando hanno la palla possono pescare a piene mani dalla fantasia per mettere in difficoltà l’avversario.
Le regole base sono identiche al periodo di non possesso che abbiamo analizzato nella puntata precedente: sincronia, intesa totale dei reparti e delle coppie (centrali, esterni, punte), movimenti collettivi. Cambia l’obiettivo: il mirino si sposta dal pallone e viene puntato sulla porta avversaria. E nel 4-4-2 per inoltrarsi negli ultimi 20 metri di campo con piani bellicosi le vie sono aperte proprio dalle catene. Niente heavy metal: per catene di gioco si intende la collaborazione tra più pedine vicine sullo scacchiere verde, in senso orizzontale o verticale. La catena verticale è composta da terzino, centrocampista centrale ed esterno di centrocampo. Sia a destra, che a sinistra. La presenza della punta è rimandata più in là nel copione. Dovendo coprire un centinaio di metri di campo, è intuibile che siano i meccanismi verticali quelli che portano vicini al gol. Quelli orizzontali vengono messi in moto solo per trasmettere il pallone in una zona meno affollata da aggredire.

La benzina che alimenta l’ingranaggio è lo smarcamento, un vocabolo chiave. Capacità di liberarsi del marcatore avversario e proporsi per ricevere palla dal compagno: chi non possiede questo senso del gioco e del ritmo, può accomodarsi in tribuna. Come, dove e quando smarcarsi fa tutta la differenza del mondo.
Come: corse diagonali e verticali, meglio se nascoste da un paio di finte, senza perdere mai di vista la porta avversaria e creando la luce per ricevere il pallone.
Dove: negli spazi liberi, in profondità oppure avvicinandosi per sponde o passaggi brevi. Solo allora, quando si è certi di essere senza pressione addosso, si chiama palla: prima è fiato sprecato.
Quando: ci si muove quando il compagno sta controllando il pallone o addirittura quando lo sta per ricevere, così appena ne entra in possesso e alza la testa sa già cosa può o non può fare, schivando le trappole del pressing avversario. Essere padroni dello spazio-tempo è basilare: finché si è in anticipo di pensiero e movimento sulla difesa, ci sono occasioni per fare gol.
Da circa trent’anni, cioè dall’alba del massimo splendore del 4-4-2, lo smarcamento non è più solo un concetto individuale. L’affiatamento delle due punte ne è esempio concreto. Nel corso dei 90 minuti i due attaccanti si sfiancheranno in incroci, triangoli uno-due, uno incontro al pallone e l’altro che aggredisce la profondità… tutte espressioni che le nostre orecchie hanno avvertito fin dai terreni in ghiaia sotto qualche campanile prima della merenda del pomeriggio. Tra le opzioni con minor letteratura, tuttavia, c’è l’esca, un gran classico del calcio di Giampiero Ventura che oggi ha in Ciro Immobile e Alessio Cerci due splendidi interpreti. Gioco sviluppato sull’esterno ma reso intasato da una difesa avversaria rognosa, con marcature molto strette: il primo attaccante va incontro al pallone, il secondo lo segue sulla stessa linea di corsa. Passaggio per il primo che non raccoglie ma finta, facendo sfilare il pallone e girandosi rapido verso la porta. Il tempo per il difensore di capire che cosa sta succedendo e il secondo ha già costruito di sponda un invito al tiro per il primo.

Ciro Immobile e Alessio Cerci, esemplari interpreti dell’esca

Ventura lo proponeva anche a Bari con Meggiorini e Barreto (guarda caso adesso arruolati dal Torino come riserve) quando si esprimeva con il 4-4-2. Il Toro odierno occupa il campo con il 3-5-2, ma l’esca va sempre di moda. Resta pur sempre un movimento di coppia con percentuali di rischio elevate perché proposto in una zona ad alta densità di avversari. Nei cartoni animati calcistici con un minimo di humor, è frequente la scena di una squadra che per difendersi si mette tutta in porta. Nella realtà questo avviene 15-20 metri più avanti: se si va in difficoltà si fa trincea nel cono centrale, poco fuori dall’area, stringendo le posizioni e impedendo accessi agevoli verso il portiere o conclusioni facili. Le catene del 4-4-2 hanno come obiettivo allargare il gioco, aprire la trincea, creare zone libere. Dominare sugli esterni, arrivare sulla linea di fondo, chiamare fuori posizione i difensori sono tutte operazioni che spettinano l’allineamento protettivo dei rivali.
La sovrapposizione è la più tradizionale delle soluzioni offerte delle catene. In principio fu lo sganciamento del terzino: elastico dell’esterno di centrocampo, che finge di chiamare un lancio in profondità per poi eseguire un contro-movimento sul pallone in uscita dalla terza linea; appoggio sul centrocampista interno che nel frattempo si è avvicinato; lancio di quest’ultimo per il terzino che intanto è partito in libera uscita. Le variazioni sul tema, oggi, sono davvero parecchie e capita che siano pure frutto dell’intuizione del momento dei calciatori se questi hanno nel sangue i movimenti di squadra che esige da loro l’allenatore e stampato in testa la finalità dell’azione: aggredire le zone sensibili della metà campo dei rivali. E la linea di fondo è una zona sensibile. Così ad attaccare lo spazio può pure essere un centrocampista interno con buona gamba, che da lanciatore si trasforma in incursore: appoggia sull’esterno e corre in diagonale, al passaggio andrà il terzino una volta ricevuto lo scarico.
Contro formazioni particolarmente arroccate, si può chiedere uno sforzo di costruzione a una delle due punte, allargando la catena a quattro elementi. è un passaggio in più per nascondere i piani e far credere a qualcosa di diverso. L’avvio è simile: palla da dietro proposta per l’esterno. Solo che stavolta non si va dal centrocampista, ma dall’attaccante. E sarà lui a trasmettere in corsia per l’inserimento. Anche qui, si può ritardare la giocata con un paio di passaggi in più per assicurarsi la creazione di crepe nel muro da superare (ad esempio con uno scambio esterno-centrocampista-punta e poi lancio) o si può far correre il terzino se si capisce che i radar nemici hanno intercettato la giocata (nel caso, resta a coprire il centrocampista).

Ma le catene del 4-4-2 non producono solo una serie di spunti per andare al cross: sono aggressive anche sulla linea interna e possono portare al tiro chiunque dal centrocampo in su. E’ sufficiente inserire nell’azione un altro elemento, ampliando il numero di giocatori coinvolti a 5. Ipotizzando lo stesso sviluppo di cui sopra, cioè un difensore che avvia l’azione su una delle due catene esterne, la prima variabile impazzita è il taglio tra una delle due punte che esce e l’esterno che invece attacca la zona centrale; la seconda variabile è il passaggio per l’altro attaccante, che consegna il pallone all’esterno che a questo punto si ritrova fronte alla porta con addirittura tre opzioni: a) calciare; b) allargare in corsia per chiudere una sovrapposizione articolata; c) proporre per il quinto elemento, il virus che fa saltare il sistema difensivo, il centrocampista che si inserisce alle spalle di tutti e si presenta a tu per tu con il portiere avversario. Arrivando da dietro ha le coordinate per il timing volto a eludere la trappola del fuorigioco. Servono piedi buoni e buon quoziente intellettivo calcistico per eseguire alla perfezione, ma alla lavagna questo schema ha liberato due uomini con il mirino sulla porta: il centrocampista d’inserimento e ancor prima l’esterno.
Già, l’esterno. Se c’è un ruolo delicato nel 4-4-2 è proprio quello: l’antica ala. Flashback dal numero precedente: per interpretare il ruolo non sono ammessi balbettii nel dialogo con il pallone. Serve tecnica sopraffina, altrimenti pregasi ripassare. Oltretutto, più di un allenatore ama giocare con gli “esterni invertiti”: il mancino a destra, il destrorso a sinistra. Se lo fa è perché crede nella potenza e precisione di tiro dei suoi due giocatori e pretende da loro un movimento ad accentrarsi per buttar giù la porta dalla distanza. La strada più rapida per costruire simile opportunità è la verticalizzazione. Di nuovo il solito incipit della catena: uno dei due bomber viene chiamato al lavoro sporco spalle alla porta, va incontro al pallone rilasciato dal terzino per la sponda. Davanti a lui incrociano il centrocampista e l’esterno, un destrorso che gioca a sinistra. Il lavoro della catena ha prodotto ancora tre linee di passaggio aperte per l’attaccante: ritorno dal terzino, palla in fascia per il centrocampista oppure l’assist per il tiro di prima intenzione dell’esterno.

Immaginando un utilizzo classico, cioè il mancino sta a sinistra e il destrorso sta a destra, agli esterni non si chiede soltanto di andare sul fondo e crossare, ma anche di assumersi responsabilità individuali e creare superiorità numerica con il dribbling. Compito della squadra è agevolarli, spostando le attenzioni altrove. Si accende una delle due catene laterali con la volontà di creare un elemento di distrazione, si eseguono passaggi disegnati per una delle tante varianti di sovrapposizione e appena gli avversari hanno accorciato la posizione dei reparti nella zona del pallone convinti di aver soffocato sul nascere il pericolo, si sfrutta la capacità di cambiare campo del centrocampista per liberare l’esterno sul cosiddetto lato debole (espressione mutuata dal basket per indicare il lato opposto al quale si sviluppa l’azione). Carlo Ancelotti con la Juventus voleva Alex Del Piero come ricevitore, che da seconda punta incrociava con l’ala per essere lui a ricevere il pallone dal ribaltamento di fronte e poter sfidare l’avversario a duello, uno contro uno, conducendo il pallone. Nel Milan di Sacchi era Donadoni il destinatario del passaggio. Perché le catene funzionano, ma in un contesto di qualità per volare a volte bastano le ali.

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Letture a confronto

Equilibrio ed efficacia: gli amanti del 4-4-2 non hanno dubbi sul fatto che questo modulo, alla fine, sia quello più redditizio e funzionale perché adattabile a tutto. Sarà per questo che, in uso comune, lo si definisce “classico”. Si può discutere all’infinito di quanto sia offensivo o meno, poi ti accorgi che – come per ogni assetto tattico – dipende soprattutto dagli interpreti e dalla mentalità. In fase di costruzione del gioco molto dipende dalle caratteristiche degli esterni di centrocampo, se hanno cioè più gamba, qualità e fantasia oppure sono portati a coprire. Lo stesso discorso vale per gli esterni bassi e se per il tandem d’attacco si va su elementi complementari, due brevilinee oppure due centrali. (Massimo Boccucci)

Attilio Tesser

Attilio Tesser, 55 anni, allena la Ternana in Serie B dal gennaio scorso quando è subentrato a Domenico Toscano. Il suo nome si lega alla favola Novara, portato dalla C1 alla Serie A.
Il 4-4-2 è una garanzia o spesso anche un rifugio per gli allenatori?
“Tutti e due. Il bene rifugio è sempre qualcosa che funziona in economia e allora applichiamolo anche al calcio. E’ più semplice da applicare soprattutto per il fatto che offre maggiori garanzie in fase difensiva”.
Il pregio migliore e il difetto più grosso?
“La copertura degli spazi resta senza dubbio l’aspetto positivo per eccellenza. Si coprono molto bene le fasce laterali e si sta vicini per riuscire a raddoppiare bene le marcature. L’avversario tra le linee diventa un problema se non viene fatto bene. Quando manca l’adeguata copertura e la capacità di gestire la palla, la squadra tende ad appiattirsi lasciando spazio”.
Può considerarsi il modulo al quale i giocatori si adattano meglio?
“Diciamo che è più semplice e meno sofisticato. E’ il più pulito soprattutto in fase di contenimento. Anche il 4-3-3 è abbastanza facile da applicare. Questi due moduli sono diversi ma per l’adattabilità dei giocatori vanno bene entrambi, anche con le variabili come nel 4-4-2 l’utilizzo del trequartista. Una volta si sarebbe detto a rombo, oggi 4-3-1-2”.
Questo assetto si fa apprezzare maggiormente in fase di possesso o di non possesso?
“In fase di non possesso. Ma pure in fase di possesso se la squadra è dinamica. C’è il rischio di schiacciarsi se viene meno lo spazio per la sovrapposizioni, a meno che non si ricorra agli esterni con i piedi invertiti per entrare negli spazi. Può essere micidiale questo modulo se si ricorre ai piedi invertiti in fase di costruzione del gioco”.
Quale deve essere l’approccio mentale?
“Propositivo e dinamico. La staticità è un pericolo in senso generale, perché si favorisce la pressione della squadra avversaria, ancor più nel 4-4-2”.
Nelle esercitazioni a cosa si deve prestare maggiore attenzione per poterlo sviluppare al meglio?
“Le distanze e i tempi di giocata. Spazio e tempo vanno curati nei particolari. Mentre il 3-5-2 e il 4-3-3 garantiscono posizionamenti a triangolo, come figura geometrica preminente, nel 4-4-2 sono fondamentali i tempi giusti”.

Fulvio Pea

Fulvio Pea, 47 anni, ha vissuto una parentesi alla Juve Stabia in questo campionato di Serie B dopo le esperienze maturate a Padova, Sassuolo, nelle giovanili di Inter e Sampdoria. Ha collaborato al fianco di Gigi Simoni al Cska Sofia, Ancona, Napoli, Siena.
Quali sono i limiti del 4-4-2?
“Difficile trovarne in termini assoluti. è il sistema di gioco più equilibrato. Si sviluppa su tre linee, rispetto ad altri moduli che hanno il vantaggio di potersi articolare e proporsi con più soluzioni”.
Cosa rende particolarmente efficace e all’opposto vulnerabile questo assetto tattico?
“La zona dove c’è la palla è la chiave di tutto: la squadra si stringe e si chiude nella zona della palla, creando in questo modo la densita. E ciò permette in buona sostanza di avere sempre la profondità nell’indirizzare il pallone, sia centralmente che esternamente. Il limite maggiore è invece il lato opposto palla, oltre ai movimenti sugli spostamenti nelle tre linee”.
Ma è il modulo più semplice da attuare?
“Sì, penso proprio di sì, perchè comunque occupa tutte le zone del campo e didatticamente è quello più facile da insegnare. In ogni zona c’è un’uscita e una copertura, uno che gioca palla e uno a sostegno”.
Può ingabbiare in qualche modo la fantasia oppure la qualità dei singoli può esaltarne la funzionalità?
“La fantasia non viene soffocata da nessun sistema di gioco, sempre che l’allenatore sia convinto di dover lasciare che un giocatore esprima con libertà la qualità e l’istinto negli spazi”.
Come si disinnesca il 4-4-2?
“Utilizzando soprattutto le fasce. Il 3-4-3 per esempio è un sistema di gioco che può mettere molto in difficoltà una squadra schierata con il 4-4-2. Cioè, può riuscirci un modulo che ha ampiezza, oppure se si posiziona un giocatore subito dietro la linea del centrocampo”.
E’ considerato un modulo classico, il che può voler dire anche superato?
“Non c’è niente di innovativo nè di superato nel calcio. Vince chi fa il 4-4-2 e vince chi fa il 3-5-2. Non c’è un sistema di gioco che garantisce qualcosa più di un altro. E’ la qualità dei giocatori a fare sempre e comunque la differenza”.

 

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