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TECNICA CALCIO A 11
Il gioco di squadra

Un calcio in cui tutti, a livello di squadra o di reparto, devono sapere come comportarsi nelle varie situazioni di gioco: è questa la strada che deve percorrere chi vuole passare attraverso la via del “gioco” per ottenere risultati

La filosofia di gioco definisce la qualità del gioco, offrendo i princìpi per l’analisi delle partite, ad ogni livello. La filosofia di gioco indirizza il pensiero e l’azione dei calciatori e degli allenatori verso un fine comune, rinsalda e fortifica le capacità individuali e in questo modo permette di sviluppare una cultura del gioco del calcio. La filosofia di gioco rappresenta quindi sia un punto di partenza sia l’obiettivo della formazione: dobbiamo allenarci come vogliamo giocare e giochiamo come ci alleniamo.

DALLA MARCATURA A UOMO AL LIBERO: IL “CATENACCIO” 

La tradizione (o filosofia) calcistica italiana si sviluppa come evoluzione del cosiddetto “catenaccio” sin dagli anni ’30 con un’organizzazione che prevedeva tre difensori centrali, di cui due in marcatura “a uomo” sugli attaccanti avversari e uno qualche metro più indietro di loro. Alla linea difensiva così costituita si aggiungeva il cosiddetto “esterno fluidificante” che andava a garantire una protezione al reparto arretrato tutte le volte che gli avversari utilizzavano le corsie laterali per impostare le proprie azioni d’attacco. Non a caso Fabien Archambault, professore di storia contemporanea all’università di Limoges, scrive che quando “negli anni ’50 il calcio assume un carattere di massa diventa per gli italiani un elemento di identità nazionale e il ‘catenaccio’ è il loro marchio di fabbrica”. Era il catenaccio di Nereo Rocco (nella foto a sinistra), l’uomo che nel1947/48 riuscì a portare la Triestina al secondo posto dietro il “grande” Torino.

Il giornalista Mario Sconcerti ricorda inoltre che “all’inizio degli anni ’50 il catenaccio era applicato prima di tutto dalle piccole squadre per ristabilire un equilibrio nel campionato italiano”, veniva cioè utilizzato da coloro che dovevano massimizzare le scarse risorse di cui disponevano al fine di competere a buoni livelli. Un sistema che minimizzava le tare atletiche regalando una buona solidità difensiva.

Nel 1953 l’Inter con Alfredo Foni (nella foto a destra) in panchina vinse il campionato riprendendo l’idea di togliere un centrocampista e aggiungere un difensore centrale senza obblighi precisi di marcatura, il “libero” appunto, costituendo di fatto una linea difensiva che poteva contare fino a sei uomini e sorprendendo l’avversario in contropiede. Al rischio di un eccessivo staticismo e di una mancata pericolosità offensiva si ovviò con l’estro di calciatori dal tocco preciso ma anche con gli inserimenti nello spazio dei giocatori di movimento.

L’efficacia del gioco difensivo, di un’organizzazione disciplinata, di un’estrema attenzione alle caratteristiche degli avversari e alle particolari situazioni di gioco permisero all’Italia di ritrovare uno status di grande potenza a livello sportivo. Il professor Archambault fa notare come “il catenaccio non è solo un gioco difensivo; è prima di tutto un’idea legata alla disciplina, alla tattica con un ruolo preciso assegnato” a ciascun calciatore. “Il catenaccio è una risposta del debole contro il forte. E in quanto tale permette di vincere e diventa consustanziale con l’idea dell’Italia”. Tutto è sorretto da una filosofia che pensa prima a non subire ma sa anche come colpire l’avversario in contropiede e deliziare il pubblico.

La citazione:Ho sempre pensato al calcio come a uno spettacolo sportivo in cui non c’è vittoria senza merito. Purtroppo nel nostro Paese a tifosi, calciatori e club interessa solo il risultato e non importa a nessuno del gioco” (Arrigo Sacchi)

IL BRASILE POI L’OLANDA, NASCE IL CALCIO OFFENSIVO

Con il passare degli anni le marcature diventarono sempre più soffocanti nel tentativo di bloccare la creatività. Si affermò così la sperimentazione, la necessità di mutare ed evolvere le regole del gioco per cogliere impreparato l’avversario e uscire dalla sua trappola difensiva. Una squadra che incantò per il proprio calcio offensivo fu il Brasile di Didi, Vava, Garrincha e Pelè (3 Campionati del Mondo vinti in soli 12 anni), qualcosa di incredibilmente distante dalle nostre “latitudini”, che mise da parte la marcatura a uomo e gestì il pallone come mai era accaduto prima sfruttando i quattro attaccanti schierati. Qualche stagione più tardi, negli anni ’70, sarà l’Olanda di Cruijff ad amplificare tutto all’estremo dando vita al cosiddetto “calcio totale”: atleti polivalenti, dirompenti, in continuo movimento, costantemente alla ricerca dell’azione corale; difensori che si sovrappongono alle ali, tutti attaccano e tutti difendono.

Il calcio non fu più lo stesso, anche perché nelle nostre squadre, abituate a un tipo di gioco più accorto, le marcature saltavano, i riferimenti in campo si confondevano e così si ebbe la necessità di guardare verso un calcio più votato all’attacco. A seguire fu la volta di Arrigo Sacchi, che negli anni ’80 fece grande il Milan con il suo calcio innovativo fatto di pressing e fuorigioco.

Il calcio molto offensivo ha dei principi di gioco ben chiari e investe diversi ambiti (tecnica, spazi, tempi…) che confluiscono nella manovra corale ove tutti i calciatori sono partecipi e orientati al comune obiettivo, sfruttando la propria capacità interpretativa dell’azione di gioco. L’allenatore ha un compito molto complesso perché deve riuscire sia a motivare, sia a integrare singolo e collettivo in un tutt’uno vincente, preparando i ragazzi in campo a ricercare la scelta migliore in ogni situazione: tale scelta migliore diventerà parte del bagaglio di conoscenze dell’atleta, al quale andranno illustrate tutte le soluzioni che potrà utilizzare in partita consentendogli di ridurre al minimo la possibilità di errore a favore di una maggiore tranquillità e sicurezza.

Tutti, a livello di squadra o di reparto, devono sapere come comportarsi nelle varie situazioni di gioco: avanzare, ripiegare, muoversi lateralmente. Tutti devono sapere cosa l’allenatore chiede, bisogna partecipare con e per la squadra in modo attivo agevolando la compattezza del gruppo, elemento imprescindibile per poter favorire il singolo e la cooperazione. Ed è sul campo che l’allenatore deve trasferire le proprie idee, avendo cura di far ripetere i singoli movimenti per aiutare l’apprendimento e di correggere in modo deciso errori e imprecisioni nei posizionamenti, nei collegamenti, nelle distanze tra compagni o reparti, nei tempi di smarcamento, nei tempi della giocata.

È fondamentale perciò curare tutti questi aspetti per non rendere inefficace la manovra offensiva costruita, sebbene questo obiettivo sia più complesso da raggiungere poiché bisogna curare nei dettagli i movimenti di undici calciatori dislocati in punti diversi del campo. Ciò che non verrà perfezionato durante gli allenamenti diverrà il limite alla creazione del gioco. “Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare. Per esseri perfetti bisogna dunque cambiare spesso”.
Parola di Winston Churchill.

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